Questa ti scrive, o dell'eterno Giove E di Leda gentil pregiata figlia, Il peregrin troian, ch'ardendo, aita Sola da te, dolce suo bene, attende.
Debb'io, lasso, parlare? o pur del foco Non m'è d'uopo scoprir l'incendio e 'l vampo? Ahimè! che troppo è discoperto altrui L'amoroso pensier che 'l cor m'ingombra,
E più ch'io non vorrei mia fiamma appare. Io bramo ben dentr'al mio sen tenerlo Ascoso, fin che mia benigna stella, O de' tormenti miei pietoso Amore
Ore ne desse, e dì felici e liete, Che paura o sospetto unqua non fesse De le dolcezze mie men dolce il gioco; Ma duramente entr'al mio petto ascondo
Sì grave fiamma: e chi potria già mai Bella fiamma celar, se mai sempre ella Col suo proprio splendor se stessa mostra? Ma se tu brami pur ch'io parli, e scuopra
Col suon de le mestissime parole Quel ch'io dentro al mio sen, misero, albergo, Albergo Amor, che con gli strali acuti E con la fiamma entro ai tuoi lumi accesa
M'impiaga il petto, e mi consuma il core: E queste son quelle parole ond'io Ti scuopro l'alma, e 'l desiderio ardente. Perdonami, ben mio, poich'io te 'l chieggio,
E non voler con men sereno ciglio, O con turbato, e spaventoso aspetto Legger quant'io ti scrivo; anzi il tuo viso Si mostri tale a l'amorosa carta,
Qual dei tuoi lumi a la beltà conviensi. Io di letizia e di dolcezza insieme Tutto gioisco, e primamente ho caro Che da la man che m'have aperto il core
Sia stata aperta ancor la carta, e ch'ella Sia stata accetta, e caramente accolta: Ché questo m'alza a fortunata speme, E già creder mi fa ch'io forse ancora
Sarò grato al mio sole; e piaccia al cielo Che questa speme al mio desir risponda, Né promessa mi t'aggia invan la bella Madre d'Amor là ne la valle Idea
Per mia consorte, ond'io sì lunga via, E così lunghi e perigliosi errori Tra sirti, e scogli, e tra procelle ho preso. Perch'io le vele, e le troiane antenne
Di Grecia torsi a le beate arene (Perché più scusa il tuo fallire apporti) Per consiglio divin, né leve aspira A l'alta impresa mia negletto nume.
Io chieggio ben tropp'onorato ed alto Premio del mio camin, ma non indegno De l'amorosa Dea, che t'ha promessa Cara consorte al marital mio letto.
Io con sì bella, e con sì chiara duce, Da le paterne mie troiane rive, E dal lito Sigeo, le navi altere Allontanai con fortunato vento,
E per sì lunghe e sì dubbiose vie, Per così larghi e procellosi mari, Ardendo tutto d'amoroso foco, Con alma invitta il bel viaggio presi.
Ed ella diede al mio viaggio i venti E l'aure amiche, e 'l ciel sereno e bello, E fe' l'onde del mar placide e quete: Né maraviglia è ciò, ch'essendo nata
Nel mezzo al mare, ha sovra il mare impero. Siami benigna adunque, e sempre aspiri A l'alta impresa, e come è stata amica Al mio camin, così mie fiamme aiuti
Per fin ch'io scioglia entr'a' bei porti suoi I miei divoti ed amorosi voti. Io non mi son di tua bellezza acceso Nuovo amator, ma fin di Troia arreco
La bella fiamma ond'io tutt'ardo, e questa Fu la cagion di così lunga via. Perché non procellosa onda marina, Né di tempesta error m'ha tratto al porto
D'Argo e Micene, anzi mia voglia istessa M'ha spinto a le tue dolci amate spiagge. Né ti pensar che qual mercante io solchi Il pelago profondo, o che mie navi
Sien di pregiate e ricche merci carche: Conservi pur l'alto motor del tutto Quali ho ne l'Asia là ricchezze e stati. Né per veder de l'alta Grecia io vegno,
Qual peregrin di maraviglia pieno, Le famose cittadi, o quei ch'al cielo Surgon superbi alti edifici illustri: Che 'l mio bel regno ha via più ricche e belle
E castella e cittadi e moli altere. Per te sol vegno, e per te sola ho dato La vita in preda a l'onde, in fede ai venti: Perché te sol per mia consorte amata
T'have d'Amor la genitrice eletto, E t'ha promessa al tuo fidel troiano, Che pria con l'alma il tuo bel volto vide Che con gli occhi terreni; e de la estrema
Grazia e beltà che nel tuo viso annida Prima arrecò, là nel bel colle Ideo, Superba fama il glorioso grido. Ma credi pur ch'assai minor del vero
È la tua gloria, e l'onorata fama De la tua gran beltà non giugne al merto, Ch'assai maggior scorgo beltà che quella Che tua fama promesse, e resta oppressa
La gloria sua da l'infinito bello: Ed a ragion di dolce fiamma acceso Fu già Teseo, che di rapina degna Stimò sì rara e sì gradita preda,
Il qual vedendo il tuo bel corpo ignudo, Mentre vergine ancor n'andavi a schiera Come è del tuo paese usanza antica Tra i valorosi lottatori, e forti,
E prova far de le virginee membra, Sì di loro arse il giovenetto amante, Ch'ei volse farne un onorato furto. Io lodo il furto, e l'amorosa impresa,
Ma biasmo ben ch'ei ti rendesse mai, Perché sì bella, e desiata merce Stretta dovea godersi; et io più tosto Troncar lasciato avrei dal busto il collo
Prima che mai da le mie braccia uscita Fosse donna sì cara: io mai sofferto Avrei che tu, dolce mio ben, da queste Mie man lasciata fossi? io vivo avrei
Sofferto, oimè, che tu foss'ita lunge Da questo seno? e che di braccio insieme Non si fosse disciolta Elena e l'alma? Ma pur se fosse al genitor tuo stato
D'uopo tornarti, io nondimeno in prima Qualche frutto d'amor gustato avrei, Cogliendo il primo, e desiato fiore Di tua virginitate, o s'altra cosa
A fanciulla gentil predar si puote. Fa' prova pur, se 'l tuo troiano amante Ha fermezza in se stesso, e s'egli armato Come di foco ha di costanza il core:
Che tu vedrai che l'amorosa fiamma Sol ne la fiamma ammorzerasse estrema, Che l'estrema pietà de' figli amati A l'estremo addurrà funereo rogo.
Io più ch'i chiari, e popolati regni Che la sorella del gran Giove, e moglie, M'avea promessi, ho te pregiato, e quanta Sapienza, virtù Pallade mai
Dar mi potesse ho dispregiato, amando Più d'esser tuo consorte, anzi tuo servo, E di tenerti amicamente in braccio, Che d'esser ricco o riputato saggio:
E questo avenne allor ch'in Ida ignude Venere e Giuno e la pudica Palla Mi si mostraro, e di sue belle membra Ciascuna intenta il mio giudicio attese;
Né de la impresa mia me stesso incolpo, Né del giudicio mio mi pento, o doglio, Anzi mi pregio, e me ne glorio, e vanto Ch'abbia bramato più gentile e bella
Donna goder, che possedere in terra Cittadi o regni, o ne la schiera illustre Aver dei saggi il più supremo loco; Et in questo desir mia mente è ferma,
E qui legato è 'l mio pensier ardente. Questo sol bramo, e te ne prego umile, Gentil mia donna, anzi mia vita, e degna Che con fatica tal, con tai perigli
Un amante fedel tua grazia acquisti, Che tu non tronchi a la mia speme i vanni, Né la faccia cader fragile in terra. Io non bramo d'aver, povero e vile,
D'alta stirpe real consorte uscita, Ch'io non son di lignaggio umile e scuro; Né mi sarai qual meretrice a lato, Credimi pure, o concubina ancilla,
Anzi di degno e generoso sposo Degna sarai, e generosa moglie: Cerca pur l'alto e glorioso tronco Del mio sangue real, che dentro a quello
Elettra troverrai, Dardano, e Giove. Ecci il mio padre poi, che d'Asia tiene La corona e lo scettro, u' mille e mille Vedrai chiare cittadi, e tempi alteri
Degni dei sacri e riverendi Divi, E i tetti d'oro, e gli edifici immensi Con piramidi e moli alte e superbe: Quel grand'Ilio vedrai, vedrai quell'alte,
Quelle superbe, e sì famose mura, Ch'Apollo feo con la sonora lira. Ma che dirò de l'infinita turba Del popol nostro, anzi dei nostri eroi,
Che tanti son ch'a gran fatica tutta La grand'Asia gli cape? Ivi anco insieme Verrante ad incontrar benigne e liete Le matrone troiane, e seco avranno
Le nuore del mio re, di regi figlie, Che tante fien che le superbe logge E l'ampie sale aran fatica accorle. Oh quante volte in te medesma avrai
Maraviglia e stupor, vedendo in una Casa di Troia sol, di Grecia tutta La ricchezza e beltà raccolta insieme! Oh quante volte ancor d'Argo e Micene,
A paragon de la famosa Troia, Il regno ti parrà povero e vile! Io non biasmo già Sparta, e non mi lice Spregiar la Grecia vostra, anzi aver deggio
In gran pregio il terren dove sei nata, Qual come santo e riverendo adoro; Ma non può Sparta i reai fregi, i manti, Ch'ornar devrian le tue bellezze estreme,
Povera ministrar: ch'a sì bel volto Abiti nuovi e portamenti alteri Convengon sempre, et abondar devresti Di gemme orientali, e d'ostro, e d'oro.
Qual pensi tu che de le donne sia L'abito vago, e 'l portar ricco e bello, Se quel di noi Troiani è tanto e tale? Deh sia benigna a le mie preci umili,
Bella greca gentil, né prenda a sdegno L'alma tua bella aver troiano amante, Anzi gradito tuo marito e fido. Era troiano, e di mio sangue illustre,
Quel che 'l nettare in ciel soave porge A la gran mensa del gran re del cielo, Non senza invidia di Giunone altera. Era troian Titon, né l'Alba a schivo
Ebbe, ancor che mortal, farsegli sposa. Era troiano Anchise, a cui la vaga Luce del terzo ciel non ebbe a sdegno Scoprirsi amante, e nel bel monte d'Ida
Far di se stessa a lui gradita copia. Né son però così deforme e vecchio Che s'aguagliar vorrai la faccia e gli anni Del greco sposo, e del troiano amante,
E sia giudice tu sua donna e moglie, Io non sia più di lui giovane e bello; Né crudo ti darò suocero e fero, Che da la trista e scelerata mensa
Faccia tornare i bei destrier del Sole Tutti smarriti e spaventati indietro Per non veder l'abominando cibo; E non ho l'avo mio crudele infame
Perch'egli abbia le man bagnate e tinte Nel sangue, oimè, del padre di sua sposa, O per aver gittato in mar Mirtillo, Ch'in quell'onde lasciò la vita e 'l nome;
Né degli antichi miei si trova alcuno Ne l'onde Stigie ch'affamato sempre Voglia mangiare i fuggitivi pomi, E cerchi l'acque, in mezzo a l'acque avinto.
Ma che mi giova questo, oimè, s'ei nato Di stirpe infame, a te mio ben gradisce, E s'al gran Giove ancor diletta e piace Ch'ei de la figlia sua marito sia?
Oimè, ch'ei rozzo, e di tue membra indegno La notte tienti entro a sue braccia accolta, E de' soavi abbracciamenti e cari Si gode lieto; ed io misero a pena,
Che tanto t'amo, e riverente adoro, La bramata beltà veder mi lice Quando siàn tutti a mensa, e questa ancora È mensa amara, e di tormenti piena:
E tal convito il mio nimico gusti, Quai sent'io, lasso, avelenati i cibi, Qualor con teco a la tua mensa assido. E quando intorno in mia presenza il rozzo
Con le rozze sue braccia il collo annoda, Io mi pento d'aver nel vostro albergo Avuto ospizio; e d'amorosa invidia Ardo, e sfavillo allor che dentro al manto
Tutta t'asconde e cuopre; e quando insieme Dolci vi date ed amorosi baci, Io prendo il vino, e col bel vaso d'oro, Per non veder vostro amoroso gioco,
Gli occhi mi cuopro, e qualor poi ti stringe Più che non lice a costumato sposo, Gli abbasso in terra, e per dolor non posso L'aspro inghiottire e mal soave cibo.
Spesso caldi sospir dal petto fore Con gemiti e singulti escono insieme: E tu lasciva i miei sospiri attendi, E dei gemiti miei scherzando ridi.
Spesso col vino intepidir la fiamma Cercato ho, lasso, ed ella ardendo ognora Più grave è sorta, e riscaldato et ebbro Messi, misero me, nel foco il foco.
Talor per non veder gli atti amorosi Che tra voi stessi in mia presenza fate, Volto col viso altrove a mensa io seggio; Ma tosto a veder te rivolge amore
I dolent'occhi, e gli richiama indietro La tua bellezza, e sto dubbioso e mesto, E non so che mi far: gran doglia e pena M'è lo starti vicin, vederti in braccio
A selvaggio uom; ma più dolor m'apporta Il non vederti, e ritrovarmi lunge Da la tua bella e desiata faccia. Io, quanto lice a miserello amante,
Cerco celar lo smisurato ardore, Ma pur si vede in qualche parte il foco, Ché mal tener si può gran fiamma ascosa. Né fingo amarti, ed i sospiri ardenti
Finti non escon fuor del petto acceso, E tu l'ardore, e l'amorose piaghe Ben senti e vedi; e piaccia al ciel che solo A te, vivo mio sol, sien note e conte.
Ahi quante volte ho rivoltato indietro Il volto e gli occhi lagrimando, ond'egli Non vedesse il mio pianto, e non volesse Saper l'aspra cagion dei pianti miei!
Ahi quante volte ho raccontato alcuno Caso d'amor, poi che bevuto aveva, Sol intendendo raccontarte il mio Misero stato, e di me stesso feci
Sotto coperti e simulati nomi Indicio vero, e sol era io quel tanto, Se tu no 'l sai, fid'amatore e vero; Anzi più volte ho simulato e finto
L'imbriachezza, e vaneggiar pel vino, Ond'io potessi a mio piacere usare Parole audaci, e di licenza piene. E mi sovien, che nel caderti il manto
Negletto ad arte, il tuo bel sen m'apristi, E mi festi veder tuo petto ignudo, Candido più che puro latte, o neve Ch'in bel colle si sia fioccando accolta,
Candido più che quelle bianche piume Di quel bel cigno e bianco, in cui sì lieto, Sol per goder de la tua bella madre, Il gran rettor del ciel se stesso ascose:
E mentre ch'io de la bianchezza immensa E de la gran beltà stupiva insieme, Perch'io la tazza avea per caso in mano, Di man mi cadde l'intagliato vaso.
Se tu davi talor, qual madre suole, A la tua figlia un bacio, io tosto giva A la tua figlia, e nel tenerla in braccio, Ivi affigea l'innamorate labbra
Ove l'avevi tu baciando affisse; Et or giacendo e riguardando il cielo Gli antichi amor cantava, or vinto e mosso Da soverchio martir, tacito e queto
Dolci faceva ed amorosi cenni: Et ebbi ardir de la mia fiamma ardente Scoprir gli occulti ed infiammati ardori A le più care tue segrete ancille,
Climene ed Etra, il cui pietoso officio Lasso, attendea; ma timidette e fide Disser che mai non ardirian scoprirti L'ardente amore, e mi lasciaro, avendo
Le parole, i singulti, i pianti e i preghi E le speranze mie rotte nel mezzo. Volesse il ciel che glorioso dono Tu fossi posta di fatica immensa,
O d'onorata e generosa impresa, E che di quella il vincitor devesse Per sua mercede, e sua consorte averti: Che come il saggio, e fortunato amante
De la bella Atalanta ebbe del corso Per premio lei, e come il fero Alcide, Al feroce Acheloo rompendo il corno, Ebbe l'amata Deianira e bella,
Così per queste o simili altre imprese Gir mi farebbe Amor gagliardo e forte. E sì ti fora il mio valore aperto, Che tu stessa diresti esser mercede
Dei miei sudori e meritata e degna. Ma poi che questo esser non deve, e nulla Altro mi resta che pregarte umile, Et abbracciar, se tu 'l consenti, i piedi,
Ecco ch'io spargo i più ferventi preghi, O vera gloria et ornamento illustre De' duoi fratei che fan bel segno in cielo, O degna aver per tuo consorte Giove,
Se non fussi di Giove amata figlia: Ecco ch'ai piedi tuoi umil m'inchino, E son fermato o che mie membra morte Questa terra ricuopra, o teco insieme
Tornare a riveder Tenedo et Ida, Il Simoenta, il superb'Ilio, e 'l Xanto. Né leve piaga mi tormenta e preme, Né leve dardo m'ha ferito il petto,
Anzi sì dentro è trapassato, ch'io Aperte sento e le medolle e l'ossa. E quest'è quel che mia sorella un giorno Profetando mi disse, or ben soviemmi,
E ch'io sarei da divin dardo, e foco Di celeste beltà piagato e inceso. Deh non voler, bella mia donna, e luce, Deh dolce Elena mia, se 'l cielo aspiri
Mai sempre ai voti tuoi, prendere a sdegno, O dispregiar quell'amoroso nodo Che bel nume divin, bel fato e stella Sì dolcemente intorno al cor m'annoda.
Vengonmi a mente assai parole e preghi, Onde vergar potrei ben mille carte; Ma fa', dolce mio ben, che stando teco Sol una notte, a viva voce io possa
Quel ch'ho chiuso nel cor, parlando, aprirti. Forse hai vergogna? o pur paventi, e temi Di non macchiar la sacrosanta fede Al tuo marito? e violar quel letto
Che servar deve al suo marito intatto Pudica donna? ahi semplicetta, e folle, Per non dir cruda, o ver selvaggia ed aspra, Pensi tu mai che tal bellezza deggia
Esser senza amatore, e senza colpa? Dunque ei bisogna o che tu sia men bella, O che ti mostri a desioso amante Cortese e pia: ché rade volte insieme
Hanno in un cor di mortal donna e bella Bellezza et onestà concorde albergo. Son grati a Giove ed a la terza stella I dolci inganni, e gli amorosi furti;
E questi furti ed amorosi inganni T'han fatto aver l'alto motor per padre: E s'ei riman qualche scintilla ardente De l'amor dei lor padri in seno ai figli,
E vive in te de la tua madre Leda, E del tuo genitor piccola fiamma Del loro amore, a gran fatica puoi Esser d'amanti tai pudica figlia.
Sia casta allor che la mia bella Troia Meco t'accoglierà, quando sarai Mia dolce sposa, e sol ti mostra meco Incontinente, e commettiamo insieme
Quel dolce fallo e quella grata colpa Che 'l nodo marital farà dapoi Assai men grave, e meno infami noi, Se già non m'ha l'alma Ciprigna invano
Promesso il dolce tuo gradito amore. A questo istesso, ancor ch'ei taccia, il tuo Sposo t'esorta, e con l'effetto invita, Et acciò che del peregrino amante
Ch'egli have dentro al suo palazzo accolto Ai dolci furti non contrasti, saggio Quindi ito è lunge, e più propizio tempo Ed opportuno più già mai non ebbe
Per riveder de la gran Creta il regno. O saggio sposo, o prudent'uomo accorto! Egli è partito, e nel partir ti disse: Prendati sposa mia, prendati cura
In vece mia del peregrin di Troia; Ma tu disprezzi, io te 'l protesto, i pii Precetti del tuo sposo, amico e saggio, E del tuo fido peregrin nessuna
Cura ti prende, o ver pietà ti muove. Pensi tu mai che questo insano e folle Marito tuo possa apprezzar mai quella, Ch'ei non conosce in te, bellezza estrema?
Tu t'inganni, ben mio, perch'ei non pregia La tua beltà, che se quel ben ch'ei gode Fosse a lui caro, e conoscesse quanto Raro tesor tra noi mortai possiede,
Credi tu mai ch'ei lo lasciasse in preda D'un forestiero, e 'l commettesse, stolto, D'un peregrino a la dubbiosa fede? Ma quando i preghi miei, né quel che tanto
Per te mi strugge ardor, t'inchini o mova, Noi siam forzati pur goderne insieme La bella occasion, ch'andando lunge A sì bei furti il semplice uom n'ha dato.
E più di lui stolti saremo e folli, S'ore sì liete e sì secure andranno Per nostro error dell'amoroso gioco E del bramato ben sterili e vote.
Ei quasi con sua man, tuo fido amante T'ha messo in braccio, e del tuo sposo debbi La semplice alma, e 'l buon voler goderti: Tu giaci sola, e le neglette piume
Dal tuo consorte abbracci, io stommi ancora Quasi in vedovo letto: eh dunque insieme Gustiam d'amore i desiati frutti Sol una notte. Ahi bella notte! or quale
Giorno mi fora mai più chiaro e bello, Ancor ch'a mezzo il ciel l'eterna luce Del quarto ciel su nel suo cielo ardesse? Allor per quei che più saranti in pregio
Numi divini, e sacrosanti Divi, Io giurerò d'esser mai sempre tuo Fidato sposo, e legherò me stesso A le sacrate e reverende leggi,
Con la mia fé, del maritale amore: Allor con viva, e con ardita voce, Con gentil forza, e violenza grata, Perché la notte è di tai furti amica,
Ti farò forza, e qual amata preda, Ti condurrò nei miei paterni regni. E s'hai vergogna, o se paventi forse Di non parer che volontariamente
Abbia seguito il peregrino amante, Io de la colpa, e violento furto Dirò d'esser cagion, ché dove un uomo La forza adopra, ivi è il fallir men grave.
E seguirò del buon Teseo l'ardire, E dei tuoi frati il violento oltraggio. Io con più vivo e con più chiaro essempio Non ti posso piegare, Elena, al mio
Sì giusto prego, e desiderio ardente. Teseo te tolse, e i tuoi fratei rapiro Al padre Leucippo ambe le figlie, Et io sarò tra questi ladri il quarto.
Io son qui teco, e la troiana armata, D'armata carca e valorosa gente, È qui nel porto, e le gonfiate vele, I forti remi, ed i propizii venti,
Le placid'onde, e l'amorosa stella Brevi faranno a le troiane arene Le così lunghe, e così torte vie. Tu n'andrai poi come regina illustre
Per le città di Troia, ove sarai Qual mortal diva a quella gente in pregio, E come a dea, u' volgerai le piante, Saran drizzati altari, e sparsi sopra
A le sacrate fiamme arabi odori, E l'ostie macchieran ferite e morte Col sangue lor le ben ornate strade: E 'l mio gran padre, e la cortese e pia
Mia genitrice, i miei fratelli insieme, E la troiana gente a schiera, a schiera Lieta t'arrecherà presenti altieri. Oimè, ch'al ver né la mia lingua puote
Né la penna gir presso, e questa carta De le reali alt'accoglienze e grate Narrar non sa la più minuta parte. E non temer, poi che rapita io t'aggia,
Che l'armi muova il tuo consorte in Troia, E le forze di Grecia, ond'egli a forza Brami acquistar la mal guardata moglie. Quai fur già mai di tant'amate e belle
Donne rapite ai lor mariti e padri, Da' mariti e da' padri unqua riscosse Per forza d'armi? un van terrore è quello, Credimi pur, che fa temer di questo.
La bella Orizia il re di Tracia tolse, Incolpando Aquilon, per fraude al padre: E nondimen fu la gran Tracia sempre Dal paterno furor lunge e sicura.
Rapì Giason l'incantatrice amata, Quando egli andò pel gran montone in Colco, Né fu dai Colchi mai Tesaglia offesa. Fece preda di te vergine ancora
Del re di Creta il giovanetto figlio, Né vide mai però quel regno altero La vostra armata, o le famose insegne Per gir contra di lui spiegate al vento.
In queste cose è via maggior la tema, Che 'l periglio non è ch'in esse è posto; E gran vergogna abbiàn talor d'avere Temuto quel che ne mettea spavento.
Ma presupponi ancor ch'Atrida irato Spiegasse contra noi l'insegne e l'armi: Io non son senza cor, né senza braccia, E sono ancor le mie saette acute;
Né minor è la mia bell'Asia altera Di Grecia vostra, e di cavalli e fanti E d'invitti guerrier non meno armata; Né men valore avrà Paride amante
De lo sdegnoso tuo marito e fero, Né fia con l'arme in man di lui men forte. Quasi fanciullo ancor ne' boschi io tolsi Ai miei nimici insanguinati e morti
I tolti armenti: per quei fatti illustri Fui chiamato Alessandro, e feci acquisto Di così bello e glorioso nome. Quasi fanciullo ancor lottando vinsi
Molti giovani forti, e messi in terra Il bellicoso Ilioneo gagliardo, E Deifobo seco; e son tremendo Non pur da presso altrui, anzi a mia voglia
Vola veloce là mio strale, ove io Saettando l'addrizzo: e del tuo sposo Non puoi narrar così famose prove, Né dare al grand'Atrida arte sì bella.
Ma quando ei fosse uom valoroso e saggio, E fosse contra noi la Grecia in arme, Non vi sarà chi s'assomigli in guerra Al mio fratel Ettor, che contro a mille,
E mille e mille poi la spada impugni, E vaglia ei sol per infinita gente. Tu non sai poi quanta è mia forza, e quale Uom debbi aver per tuo marito fido.
Ma sta' sicura pur che guerra alcuna Non fia mossa per te: ma quando insieme Tutta la Grecia ne s'armasse incontra, E la Grecia sarà battuta e vinta
Dal gran valor de la troiana gente. Né mi vergognerò prendere il ferro Per così bella e tant'amata sposa, Che de le gravi e perigliose imprese
Il premio è sempre et onorato e bello. A te gran gloria ancor sarà se il mondo Per tua cagion si travagliasse in arme, Che 'l nome tuo diventerebbe eterno,
E ne saresti sempre avuta in pregio. Esci pur quindi, o mia pregiata donna, O di quest'occhi miei splendore e vita, Con ferma speme, e col favor del cielo,
E chiedi poi quel ch'io prometto, e scrivo: Che tu vedrai che 'l peregrino amante Non ha potuto in così breve carta Chiuder del suo troppo cocente amore
La minor fiamma, e de le glorie illustri E gran ricchezze sue giungere al vero.
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