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1521–1581

Laodamia a ProtesilaoEpistola decimaterza

Remigio Nannini

Al dolce sposo suo pace e salute Laodamia fedel manda, e desira Ch'arrivin là dove il desio le mena. Il comun grido è che contrario vento

Ne' porti di Beozia a forza tienti, Ed al vostro camin ritarda il corso. Ahimè, dov'era allor l'averso Noto Che tu da me t'allontanasti? ahi lassa!

Ch'allora era opportuno alzarsi all'onde, E sdegnose predarvi ancore e remi, Allor doveva incrudelirsi il vento E far contrasto a le superbe antenne:

Ch'io pure avrei del mio consorte amato Ne la bocca e nel cor più baci affissi, E prescritti gli avrei precetti e leggi, Tutti a suo scampo, e sua salute buoni;

E più cose altre ancor dette gli avria. Ma troppo fu la tua partita presta, E troppo tosto mi ti tolse il vento, Il vento, oimè, che l'annodate vele

E gli esperti nocchier chiamava al corso, Il vento, oimè, che desiosi e lieti Bramavano essi, e l'aspettar sovente; Il vento, ch'era ai naviganti buono,

Non a me trista e sconsolata amante, Che mi restava abbandonata in doglia, Sciolta da le soavi, alte, e reali Del pio consorte mio care accoglienze;

Onde la lingua mia finir non valse Quei bei ricordi, anzi dogliosa e mesta A gran pena potette esprimer fore Quel doloroso e quell'afflitto, a Dio,

Che già gonfiato avea le vele e tese Propizio Borea, e i naviganti accorti Ingolfato avean già le prore altere, E 'l mio Protesilao da lunge ito era.

Mentre io potei veder mio sposo amato, Mi piaceva il mirare, e segui' sempre Co' dolent'occhi miei le luci tue; Ma poi che di vederti il mar mi tolse,

E scorger sol potea l'enfiate vele, Gran pezza ebbi a tue vele i lumi intenti. Ma tosto ch'io più non veder potea Né te, né le tue vele, e 'ntorno intorno,

Lassa, non rimirava altro che l'onde, Venneti dietro ancor con l'alma il lume Degli occhi miei, e 'mpallidita in volto, Chiuse le luci a guisa d'uom che pera,

Sul lido esangue, e tramortita caddi: Ed a gran pena il vecchiarello Acasto Mio genitore, ed il pietoso Ificlo Suocero mio, e la mia cara madre

Tornaro in vita i tramortiti spirti Con le fresch'acque, e ben piangendo fero Officio pio: ma che giovommi? ahi lassa, Quanto mi duol ch'io non finissi allora

Il dolore e la vita, e che non fosse, Quel che parve morir, verace morte! Ma come io mi rinvenni, e dentro al petto Ritornò l'alma, ancor tornar con lei

I dolori e l'angoscie; e casto amore E casta gelosia, qual sempre deve Esser in donna al suo marito fida, Mi punse il petto, e mi percosse il core.

Né più desio mi vien d'ornarmi il volto, O far che le mie chiome, or crespe, or bionde, Or intrecciate, or in bei nodi accolte, Rendin vaghezza a le neglette guance,

Né più piacque vestir la seta, o l'oro; Anzi men vo dove il dolor mi mena Semplice, incolta, ed a me stessa vile, Qual donna insana, o qual baccante suole

Or quinci, or quindi infuriar col corso. Le donne di Filace umili e pie, Per consolar tua sconsolata donna, Vengan sovente a diportarse meco,

E mi dicano spesso: eh vesti omai, Laodamia, i bei reali ammanti; Ed io rispondo: io vestirommi mai La porpora real fregiata d'oro,

Ed ei starassi a l'alte mura intorno De la gran Troia? io m'ornerò le chiome Di treccie e perle, et ei la fronte carca Avrà de l'elmo? io le superbe e belle

Spoglie avrò in dosso, ed ei la notte e 'l giorno L'aspro si vestirà gravoso ferro? Anzi io mai sempre imiterò gl'affanni, Quant'io mai possa, e tue fatiche gravi

Con star negletta ed a me stessa a schivo, E tutto il tempo ancor che lunge fia Mio ben da me per travagliarsi in guerra, Non vedrà il sol di me donna più mesta.

O mal pastore, o mal troiano amante, La cui beltade al tuo bel regno arreca Gli ultimi stridi, almen consenta Iddio Che tanto vil tu sia guerriero, e tanto

Pigro nimico e difensor di Troia, Quant'empio fosti abitatore strano Al maggior greco, il cui cortese affetto Gli nocque tanto, e gli turbò sua pace.

Lassa, io vorrei che tu trovato avessi In quella greca onde biasmarle il viso, O fosse meno a lei gradito il volto E tua beltà, che nel suo cor s'impresse.

Tu Menelao ancor, che tanto versi Oro e sudor per ricovrar tua donna, A quante arrecherà tormento e doglia, A quante apporterà lagrime, e morte

La tua vendetta? Ahi sacrosanti Numi, Che scorgete di noi gli affetti e i cori, Deh torcete da noi, benigni e pii, Ogni presagio tristo, e salvo rieda

Il mio consorte, e l'altrui spoglie altero, E le proprie armi sue consacri a Giove. Ma qualor, lassa, e' mi ritorna a mente La cruda guerra, e quante volte viene

A starmi nel pensier l'incerto fine De' bellicosi e dispietati assalti, Io mi spavento, e da' miei lumi l'onde Caggian, qual neve suol, ch'in tetto o colle

Abbia co' raggi suoi scoperta il sole: E qualor sento il Simoenta e 'l Xanto Ed Ilio ricordar, Tenedo, et Ida, Che formidabil son pel nome istesso,

Io tremo tutta, e di te sol pavento. Né fatto avria lo scelerato furto L'empio troiano, e peregrino amante, S'ei non avesse poi valore avuto

Di contrastare a le nimiche squadre, E difender da voi l'amata preda: E ben sapea quanto podere avesse L'alto imperio troiano, e ben mostrollo,

Quant'alcun dice, in se medesmo allora Ch'ei venne di molt'oro adorno e carco: E seco aveva e di pedoni, e d'armi, Di navi, e di guerrier superba armata,

Per cui si fan le sanguinose guerre, E la parte minore era con seco De la sua gente, e del suo regno altero. Io ben mi credo, o scelerata figlia

Di Leda, e suora a' due fratei che fanno Nel torto cerchio in ciel bel segno al sole, Che la grazia, e 'l valor, che l'oro e l'ostro Vincesser te, tua pudicizia, e 'l nome;

E penso ancor che le medesme cose Faranno forza ai valorosi Greci, E temo un certo Ettor, di cui sovente Narrava cose il peregrin di Troia

Ch'a' più franchi guerrier cambiava il volto, E ch'ei solea con la robusta mano Far crude guerre e sanguinosi assalti. Fuggi quel gran troian, fuggi quel fiero

Ettore, oimè, s'io ti son cara, ed abbia Fisso nel cor quel formidabil nome; E sovengati ancor leggiero e presto Fuggir dagli altri, e imaginar che mille

Abbian simili a lui l'averse schiere Famosi Ettorri, e del tuo sangue ingordi; E fa' che quando a la battaglia andrai Tu dica dentro al tuo pensier, mia donna

E dolce mia Laodamia m'ha scritto Ch'io m'abbia cura, e mi conservi a lei. Ma se 'l voler de' Numi eterni e santi È che l'antica e valorosa Troia

Caggia per le man vostre, eh caggia almeno Senza che ferro alcun versar ti faccia Per le ferite tue stilla di sangue. Combatta Menelao, sforzisi in fuga

Voltar l'insegne de' nimici, e quella Toglier per forza altrui ch'altrui già tolse A lui per fraude, e quel nimico altero, Ch'ei vince di ragion, vincalo d'armi:

Perch'al consorte sol convenne in mezzo Entrar dell'armi e de' nimici, et indi Trarne sua donna, o perdervi anco insieme Con lei la vita; et è da lui difforme

La tua ragion, ch'a te non fece offesa Il peregrin troiano, e debbi solo Difender la tua vita, onde tu possa Ritornar vivo entro al pietoso seno

Di tua pietosa donna. Eh pii Troiani, Deh tra tanti nimici a questo solo Tenete lunge i sanguinosi ferri, Acciò che fuor de le sue membra belle

Non si versi il mio sangue e la mia vita. Ei non è tal che vestir piastra e maglia Abbia in costume, o con l'ignudo ferro, Di rabbia e crudeltade armato il petto,

Irsene contra a' suoi nimici altero. Molto più fero, e più crudel nimico V'è Menelao, che da soverchio amore, E da soverchio ardor sferzato e spinto

Brama veder di voi spietato scempio: Combatta altrui, Protesilao sol ami. Io volsi bene, e 'l desiai sovente, Impedirti il camin, ma pietà e tema

Di non turbar con infelice segno La mente tua mi raffrenò la lingua: E vidi ben che nell'uscir di fuore Del dolce albergo tuo per irne a Troia

Tu percotesti in su la soglia il piede, Che presagio mi fu forse non buono, Ond'in me stessa, e sospirando dissi: Oh piaccia al ciel che tal presagio sia

Del suo ritorno a noi nunzio felice! E dicoti or questi accidenti occorsi, Perché tu sia men animoso in guerra, Ond'ogni mio timor se 'l porti il vento.

E l'oracolo ancor destina a morte Quel greco, oimè, che sarà 'l primo a Troia A porre il piè su la troiana arena. Infelice colei che di suo sposo,

O di suo frate, o di suo padre, o figlio Sarà la prima a lagrimar la morte! Oh faccia Dio che tra la turba immensa Esser non voglia il mio marito il primo!

Deh fa' ch'in tra mill'altre armate navi La tua l'ultima sia, l'ultima rompa L'onde da l'altre affaticate e rotte; Fa' che di nave ancor l'ultimo smonti,

Perché 'l terren dove l'invitto piede Moverà i passi è l'inimica arena, Non di tua patria il desiato lido. Ma quando tornerai, veloce spingi

Con le vele e co' remi il legno indietro, E de' tuoi piedi in su l'arena stampa Veloce l'orma, e più veloce i passi Verso tua donna, e dolce albergo muovi.

Io, quando il sol ne l'ocean s'asconde, O quando a mezzo giorno in ciel risplende, Ne la luce e ne l'ombra, afflitta e mesta Il mio dolore a travagliar mi viene.

Ma più che 'l giorno assai piango la notte, La notte, oimè, ch'a le fanciulle suole Esser sì grata, allor che liete stansi Senza sospetto ai lor mariti in braccio:

E mentre io dormo, a la mia mente intorno Volano i sogni, e le notturne larve, E sì mi piaccion le sembianze vane, Che mancandomi il vero, abbraccio il falso.

Ma perch'apparmi ognor pallida e smorta L'imagin tua? e perché par che meco Con singulti et omèi s'affligga e doglia, E sì svegliar mi fai turbata e trista?

Io nondimeno i simulacri, e l'ombre Notturne adoro, ed ogni altare e tempio Fuma degli arsi miei voti et odori, E porgo incensi, e con gl'incensi i pianti,

Da cui bagnati e molli, ardendo fanno Vago splendor, sì come fiamma suole Sorger più bella e più lucente allora Che vin soave e puro in lei s'infonde.

Quando fia mai ch'io mi ti torni in braccio, E che di gioia io tramortisca e caggia? Quando fia mai ch'in un medesmo letto Mi narri l'opre illustri, e i gesti alteri

Fatti in battaglia, e ch'io t'ascolti intenta? I quai mentre udirò, benché mi fia L'udirgli grato, io nondimen talora Ti romperò lo ragionar cortese

Con dolci baci, e per tardanza tale Sarà tua lingua a ragionar più pronta. Ma, lassa me! che quando il mare e i venti, Quando mi vien inanzi il Xanto e Troia,

Ogni conforto, ogni speranza cade Da soverchio timor percossa e vinta. Questo mi turba ancor, ch'averso vento Vi tarda il corso, e voi superbi e stolti,

Di fortuna al dispetto, alzar volete Le greche insegne, e dirizzar le prore, E mal grado de l'onde irvene a Troia. Chi vorrebbe già mai de' venti a forza

Tornarsi al dolce suo paterno lido? E voi contra il voler de l'onde irate, Contra il voler de' minacciosi venti Dal bel natio terren v'andate lunge.

Non v'accorgete voi, miseri e folli, Che 'l gran Nettunno il navigar vi toglie A sua cittade? o temerarii Greci, Ove ne gite infuriati e pazzi?

Eh, tornatevi indietro: ove vi spinge, O Greci, empio furore? udite, udite Come stride Aquilon, come enfia il mare, Come risuona il cielo, e come freme

Sopra l'onde fortuna: ahimè! che questo Vostro tardar non è per caso occorso, Né per volger di cielo o di pianeta, Ma per voler di riverendo nume.

Che cosa poi, con tant'armata, e tanta Guerra crudel di racquistar si cerca, Salvo ch'infida meretrice e trista, Empia adultera e vile? eh, mentre e' lice,

Volgete, o Greci, al bel paese vostro Le vostre vele, e ritornate indietro. Ma perch'adietro vi richiamo? ahi lassa! Non sia nel richiamarvi alcuno averso

Presagio, o tristo: anzi poi ch'ir v'è forza, Poi che il destin vi guida, itene omai, Itene lieti, e per le placid'onde Aura vi muova al bel viaggio amica.

Oh quanta invidia a le troiane donne, Lassa, port'io: che se non lunge avranno Il greco campo, e si vedranno inanzi Talora i padri insanguinati e morti,

Almen potrà la nuova sposa al suo Caro consorte or la corazza, or l'elmo Cinger pietosa, e tra paura e speme Porgergli il brando, e l'onorato scudo,

E quelle altre armi use a portarsi in guerra; E mentre ch'ella al bel servigio intenta Armerà di sua man l'amato sposo, Daransi insieme affettuosi baci,

Ch'ad ambidue sarà cortese pegno, A lei d'amor, di pudicizia a lui. E seco andrà fuor del comune albergo Verso le porte, e l'inimico campo,

E gli dirà: fa' di tornarmi salvo, E d'arrecar quest'armadure indietro; Ond'ei de' figli e di sua donna amata Portando impressi entro al suo petto i saggi

Amorosi consigli, avrà le luci, Bench'ei combatta, a sua magion rivolte: Ed ella, poi che ritornato ei fia Da la battaglia, o fortunata donna!

Non men nel cor che nel sembiante allegra, Gli trarrà l'elmo, e gli sciorrà lo scudo, E del suo grembo a l'affannate e stanche Membra farà tutta pietosa letto.

Ma noi dubbiose, e da voi lunge, abbiamo Di gelata paura il cor costretto, La qual ne stringe a dubitar mai sempre Esservi occorso in questa assenza amara

Tutto quel mal ch'avenir suole ognora A chi la vita sua travaglia in guerra. Io nondimen, mentre in diversa e strana Parte del cielo, al bel servigio intento

De' nostri regi, or la minuta maglia, Or la piastra ti vesti, afflitta e mesta E sola, ad una imagine m'attegno, A cui racconto i miei martiri, e quelle

Care accoglienze ed amorosi affetti Che proprii son d'affettuosa amante, E che far deve al suo marito pio Pudica moglie, e giovanetta sposa,

A quella imagin mostro; e sappi ch'ella Ti somiglia sì ben, che se 'l cortese, Accorto, e saggio, e diligente mastro Avesse dato a l'opera gentile,

Con la figura, voce ed intelletto, Ella saria Protesilao: sì ch'io Spesso la miro, e lei sovente abbraccio Quasi mio sposo vero, e come s'ella

Potesse favellar, con lei ragiono, E con lei passo il travagliato tempo. E ti giuro per quel bramato e caro Ritorno tuo, e per tue membra belle,

Che quasi numi miei graditi adoro, E per le fiamme ancor, che dolcemente Arsero intorno a le pudiche nozze, Ed ora ad ambiduoi ne infiamman l'alme,

E per la fronte tua, ch'io veggia un giorno Di bianco crin ne la matura etate Ornata e carca, e ti prometto ch'io, O morto, il che pavento, o vivo, come

Sempre desio, ti seguirò pietosa Dove a te piaccia; e questo aviso breve Si chiuda in somma in questi brevi accenti: Di me ti prenda, e di te stesso cura.

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