Da la rapita Ippodamia, da quella Felice serva, e sventurata moglie, Questa ti viene, o valoroso Achille, Non ben da me, che son barbara e strana
E male avezza a la favella greca, Di greche note, a me mal note, scritta. E le lagrime ch'io qui verso han fatto Queste macchie, ch'in lei sì spesse vedi;
Ma le lagrime e 'l pianto aver devrebbe Entro al tuo cor di dolorosa voce, Di mesti accenti, e di querele pie La forza e 'l suono: e se mi lice alquanto
Di te mio sposo e mio signor dolermi, Del mio signor, del mio marito irato Lamenterommi, e di mia sorte aversa, Poi ch'a dolermi e lamentar m'invita
L'onta crudele, e l'inumano oltraggio, Che fuor del merto mio, de la tua voglia, Lassa, sopporto; e so ben io che tua Non fu la colpa ond'io mandata fussi
Al grand'Agamennon, ma il tuo furore Fu ben cagion dapoi che così presto, Senza pur dirmi a Dio, scacciata quasi Da te mio sposo, al tuo signor ne gissi:
Onde Taltibio et Uribante, umili Del nostro maggior re messaggi fidi, Che mi chiamaro, a cui fidata fui, Si guardavano in faccia, e mesti e cheti
Dicevano a se stessi: ove è la fiamma, Ove l'amor, che dolcemente ardeva Ambe l'anime loro? Io ben poteva Esserti, oimè, vie più pregiata e cara
Ch'io non ti fui, e s'io dovea per forza Irne lunge da te, girne più tardi, Che la dimora avria scemato in parte Il mio dolor: misera me, ch'io pure
Non potei darti a la partita un bacio, Né dirti sospirando: Achille, a Dio. Ma ben versai dagli occhi amari pianti, E mi squarciai le chiome, ahimè, dolente,
Che mi parve al mio padre, al mio marito Esser di nuovo, et a mia patria tolta. Spesso ho voluto al mio guardiano ordire Inganni e frode, ed involarmi a quello,
E ritornarmi al mio consorte in braccio. Ma s'io dal padiglion fuss'ita lunge, Femina, inerme, e paurosa, e sola, Il nimico troian non lunge ivi era,
Che m'avria presa, e gran terrore aveva Da l'ombre de la notte, ond'io potessi Irne prigiona, e divenire ancella Di qual si sia tra le più chiare e belle
Del vecchio re troian figliuole o nuore, Benché fosse ciascuna, o nuora, o figlia, Per preda avermi, o per ancella indegna. Ma tu dirai ch'io fui donata a lui
Perch'io dovea per la salute greca Essergli serva: io lo concedo, ahi lassa! Perché debb'io, s'Agamennon, pentito Del grave oltraggio, or mi ti rende, avere
Il mio signore, il mio marito avverso? A che per tante notti, a che per tanti Giorni infelici, e nubilosi, e foschi, Lunge mi sto dal mio signor pregiato
E mio dolce marito? ahi, freddo Achille, Perché non mi richiedi? ahi pigro amante, Ahi lento sposo, a che sì tarda è stata L'ira tua giusta a vendicar l'oltraggio
Che mi ti tolse, e ti fe' darmi altrui? Oimè! che 'l gran Patroclo, oimè, che 'l fido Compagno tuo, quando io parti', mi disse: A che t'affliggi, Ippodamia? tu quindi,
Credimi, non sarai gran tempo lunge, E torneraiti al tuo consorte in breve. Ma io non torno, e tu crudel non pure Non mi richiedi, anzi fai forza ch'io
Non ti sia resa, e mi discacci e fuggi. Vatten pur ora, e di bramoso amante Prenditi il nome e di marito fido. Lassa! ch'e' venne il valoroso Aiace,
E 'l gran figliuol d'Amintore, a te questi Amico fido, e tuo parente quello, E 'l saggio Ulisse, in compagnia di cui Mi ritornassi al mio diletto Achille:
I quali ai ricchi doni aggiunser molte Parole e preghi, e t'offeriron meco Venti vasi di rame, entro e d'intorno Con magistero ben tagliati e sculti,
E sette scanni eguai di pregio e d'opra, A cui l'imperador cortese aggiugne Dieci talenti d'oro, e quel che poscia A gentil cavalier conviensi, e forte,
Dodici bei corsieri, avezzi in guerra Et in corso portar mai sempre il pregio, E molte schiave ancor gentili e belle, Che di Lesbo fur tratte, allor ch'in terra
Cadde per le man vostre, e insieme aggiunge A così ricchi, a sì pregiati doni Una, di tre ch'ei n'ha, pregiate figlie; Ma bisogno non hai d'altra consorte
Che sia con teco in matrimonio aggiunta. Ahi dolce Achille mio, qual mia sventura, Qual tua voglia crudel ti sforza, e spinge A ricusar con sì sdegnoso core
Quell'oro, oimè, ch'al grande Atrida offrire Dovevi tu per riavermi, s'io Dovea da te con oro esser riscossa? Per qual mio fallo, o mio pregiato Achille,
Per qual mia colpa ho meritato mai Diventarti sì vile? ove n'è gito Sì veloce da te sì lungo amore? Segue mai sempre empia fortuna e trista
I miseri mortali? ed uno stile Tiene in far loro oltraggio? ahimè, non deve Seguir mai più la mia tempesta e 'l fosco Aura più dolce, e più sereno cielo?
Lassa! ch'io vidi il mio Lirnesso in terra Cader per tuo valore, e di quel danno La maggior parte Ippodamia sofferse; Ch'io vidi andare ad un medesmo fine
Tre miei fratelli, e 'l mio canuto padre Farsi con le sue mani al collo il nodo; E vidi poscia il mio marito fido, Qual ei si fosse, oimè, giacer per terra
Nel proprio sangue orribilmente involto. Io nondimen de' miei parenti in vece, E per tante perdute amate cose, Te solo accolsi, ed in te sol mi posi:
E m'era solo il glorioso Achille Padre, patria, signor, fratello, e sposo. Tu pei sacrati e riverendi numi Della marina Teti, alma tua madre,
Mi promettesti, e mi giurasti ch'io Dovea render al ciel grazie non poche Per tal ventura, e mi sarebbe immenso Util, gloria, et onor, pregio e salute
L'esser fatta d'Achille ancella e preda. O grand'util che m'è ch'io sia scacciata Dal mio sposo e signore! e bench'io torni Ricca di doni, e di gran dote carca,
Ei m'abbia a schivo, e mi dispregi insieme Con quei sì ricchi e sì pregiati doni Che dar gli vuole il grand'Atrida meco. Anzi il publico grido è che tu spieghi,
Tosto che spunti in oriente il sole, Le vele ai venti, ancor che fosse il cielo Carco di nubi, e di tempesta il mare: La qual novella ria, tosto che giunse
A l'infelici e spaventate orecchie, Si fe' lo petto mio d'anima voto, E 'l sangue si nascose, io non so dove, Perch'io tosto mi fei gelata e smorta.
Tu dallo sdegno, e dal voler sospinto N'andrai per l'onde, e la tua fida ancella In man di cui sarà lasciata? ahi lassa, Chi sarà mai, che de la tua consorte
Faccia il dolor men grave? aprasi omai, Aprasi pur l'ingorda terra, e queste Membra s'inghiotta, o quando irato Giove Su nel ciel tuona, in me sdegnato vibre
Un dei più crudi suoi fulmini ardenti, Prima che senza me si veggin l'onde Rotte da' remi tuoi spumare, o prima Ch'io veggia senza me negletta donna
Irsene i legni tuoi felici al porto. Ma s'e' ti piace omai tornare indietro, Ed a' paterni tuoi paesi aspiri, Perché mi lasci sola? io non son grave
Soma ad un legno, e seguirotti ognora Non come sposa il suo consorte amato, Ma quale ancella il vincitor nimico: Né poco util sarò, perch'io lo stame
Trarrò con l'altre tue donzelle e serve, E seguirò come una schiava umile I passi ognor della tua bella donna: Che bellissima fia tra l'altre greche
Qualor andrà per adagiarsi, a cui Il serico trarrò reale ammanto, E degna nuora fia del tuo gran padre, Che de la bella Egina e del gran Giove
Non è nipote indegno, e d'essa ancora Nereo non sdegnerà d'esser parente. E noi tue serve umili, e fide ancille, Da le rocche trarrem lo stame e 'l lino,
E renderen de l'uno e l'altro il peso. Sol questo bramo, o mio signore amato, E questa grazia sol pregando chieggio, Che la tua donna e mia padrona, a cui
Schiava sarò, non sia signora ingiusta, E contra Ippodamia spietata e cruda; Né sopportar ch'al tuo conspetto il crine Duramente mi sveglia, o batta il volto,
Ma con dolce parlar dica: anco questa Fu già, qual or sei tu, mia sposa fida. Ma soffra pur con questo ogn'altro oltraggio Pur ch'io non resti abbandonata indietro:
Che questo è quel timor che crudamente Ognor, misera me, mi scuote il core. A che più tardi, Achille? ecco che 'l grande Agamennon dell'error suo si pente,
E giace tutta impallidita e mesta Dinanzi ai piedi tuoi la Grecia altera, Dal tuo valor sol attendendo aita. Vinci omai l'ira tua, vinci il tuo core,
Tu che gli altri guerrier di forza vinci; Perché sopporti, oimè, che 'l forte Ettorre Col suo valor le greche forze avanzi? Riprendi, signor mio, riprendi il ferro,
E col favor di Marte in fuga volta Gli sbigottiti tuoi nimici e nostri; Ma pria ricevi me tua fida ancilla: Che se per me di disdegnoso foco
S'accese il petto tuo, per me si spenga, E sia de l'ira tua principio e fine. Né t'ascrivere a biasmo, ai preghi miei Intenerir de l'indurata mente
Il sasso e 'l giel, ché Meleagro ancora Al prego umil de la consorte amata Riprese per la patria allegro il ferro. E sai ben tu che la sua madre Altea,
Perch'egli avea di lei due frati ucciso, Sdegnosa il maledisse, e d'ira accesa Al suo proprio figliuol bramò la morte; Ond'ei pien di furor, posando l'armi,
A la patria, a la madre, anzi a se stesso Duramente negò la grande aita, Ch'ella dal suo valor solo attendea. Sol la sua donna a sì bell'opra il volse,
E del suo cor sol l'adamante roppe. O ben di me più fortunata lei! Poi ch'io tanti lamenti, e tanti preghi Dinanzi al signor mio, misera, spargo,
E questi veggio e quelli al vento sparsi. Io nondimen non me ne sdegno, ch'io Non fui degna già mai d'esserti sposa, Né questo mai mi persuasi, poi
Che come serva il mio signor chiamommi Più volte il giorno a diportarmi seco. E mi sovien ch'ad una schiava io dissi, Che mi chiamava sua signora e donna:
Tu fai lo stato mio con simil nome, E la mia servitù più grave e dura. Ma io ti giuro, e ti confesso aperto Per l'ossa del mio sposo, a cui mal diedi
Onorato sepolcro, e ch'io tuttora Avrò nell'alma in riverenza e 'n pregio, E per l'anime forti, e pel valore Di tre fratelli miei, che giustamente
Per la lor patria oprando il ferro e 'l core Si giaccion or con la lor patria estinti; E per la fronte tua ti giuro, e mia, E per quell'armi invitte, onde togliesti
La vita a tanti miei parenti amati, Che 'l grande Atrida, e mio signor, già mai Di me non prese alcun piacer d'amore. E s'io ti giuro il falso, opra in me stessa
Ogni tuo sdegno, e mi dispregia, e lascia. Ma s'io dicessi, o mio pregiato Achille, Giura ancor tu di non aver mai preso Gli amorosi piacer con donna alcuna,
Tu no 'l vorrai con verità giurare. Oimè! ch'i Greci han nel pensier che sempre Per mia cagion tu ti lamenti e doglia, E de l'assenza mia sospiri e pianga.
E tu lieto ti stai, di qualche bella Amica tua, o fortunata, in braccio, Al dolce suon di ben soave cetra Accordando d'amor leggiadri accenti.
E s'alcun vuol saper ond'è che tanto Il coraggioso e già sì forte Achille Fugga la guerra, e grandemente tema Di ritrovarsi in periglioso assalto,
È sol perché ne la battaglia è sempre Tema e travaglio, ed a chi l'usa nuoce: Ma 'l soave cantar, lo star la notte In bel diporto e grato, aver talora
Di Venere e d'Amor diletto e gioia, Molto più giova, e più diletta e piace; E più sicuro è l'ociose piume Premere in pace, e tener stretta in braccio
Bella donna e cortese, e dolce suono Udir di dolce e di sonora lira, Che lo scudo imbracciar, che correr l'asta, Et allacciato aver grave elmo in testa.
Ma tu solevi pur le spoglie altiere, E le chiare vittorie, e il nome illustre Ch'acquistar suol chi si travaglia in arme, Più che simil lascivie avere in pregio.
Fusti tu solo, oimè, gagliardo e forte, E del ferro e del sangue amico e ingordo Per fin ch'io fussi tua prigiona e serva? Giac'ella, oimè, con la mia patria insieme
La tua gloria maggior battuta in terra? Oh no 'l consenta il ciel! ma via più presto Dal forte braccio tuo vibrato il ferro Trapassi il cor di quel famoso duce,
Per cui Troia sen va sì fiera in vista, Di cui la Grecia tua cotanto teme: Mandate, o Greci, me sua serva, e sposa Ambasciatrice al mio signore, e sposo,
Ch'io porterò con l'ambasciate insieme Molti di vero amor soavi baci. Io più che 'l buon Fenice, io più che 'l saggio Ulisse, e più ch'il giovanetto Aiace
Potrò nel cor del mio signor crudele: Che molta forza ha negli irati amanti Il sentirsi talor stringere il collo Dalle già tant'amate amiche braccia,
Mostrare il seno, e con sospir baciarli. Che benché tu via più feroce e crudo Dell'onde sia della tua madre Teti, Ancor ch'io taccia, al mio sol pianto amaro
Si cangerà de l'indurato petto E del tuo duro cor lo scoglio in polve. Deh or (se 'l padre tuo finisca in bella Vecchiezza i suoi begli anni, e se felice–
Mente sen vada il tuo figliuolo in guerra) O valoroso, o mio pregiato Achille, Rivolgi gli occhi alla tua fida ancilla, All'infelice Ippodamia, che tanto
Di gravosi pensier l'animo ha pieno, E non voler, crudel, con tanta e tale Lunga dimora incenerirle il core. Ma se 'l tuo amor s'è convertito in odio,
E venuta ti son, misera, a schivo, Sforza a morire almen colei, che senza Te, suo gradito ben, vivere astringi: E se tu segui esser crudel con meco,
Mi sforzerai morir, che già fuggito S'è dal mio viso il bel vermiglio e bianco, E da le membra la grassezza; e sono Pallida, e magra, ed una speme sola
Mi mantien viva, ond'io se d'essa fia Privata, ahi lassa, io seguirò del mio Morto marito, e de' miei frati insieme L'ombre sanguigne, impallidite, e smorte;
Né ti sarà d'onor, né de la morte Andar potrai d'una donzella altiero. Ma perché vuoi d'estrema doglia amara Farmi finir la dolorosa vita?
Prendi, prendi il pugnal, prendilo, e dentro A questo sen l'ascondi: io ben di sangue Ho tanta copia ancor, che ben potrassi Farsi vermiglio; aprami il petto omai
Quel ferro rio, che trapassar doveva, Se la gran Palla acconsentito avesse, Al grand'Agamennon l'altr'ieri il core. Ma sarà meglio assai che quella vita,
Che già per tua bontà, lassa, mi desti, Viva conservi ancora, e chieggio amica, Quel che nimica e fuor di speme Ottenni dal mio signor vittorioso in dono.
Ben ti daran delle troiane mura, Che fe' Nettunno, i difensori altieri Molti nimici, a cui col ferro ignudo Spogliar l'anime possa; e da' nimici
Prendi la giusta, e gloriosa, e bella Occasion di trar di vita altrui, E non da me, che ti son fida sposa: E come sposo, e mio signore amato,
O bramando spiegar le vele al vento, O di star fermo a la troiana guerra, Quasi tua moglie e serva, a te mi chiama.
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