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1521–1581

Ipermestra a LinoEpistola decimaquarta

Remigio Nannini

Queste meste parole, e questi versi Al sol tra tanti aventurato Lino, Poi che per man de le lor donne acerbe Gli amanti sposi entro a' funesti letti

Versaro il sangue, e vi lasciaron l'alme, Ipermestra fedel dogliosa scrive. L'empio mio genitor di ferri avinta Chiusa mi tiene in tenebrosa stanza:

E la cagion del mio crudele scempio È sol perch'io mi ti mostrai pietosa, E ch'io non ebbi ardir dentro al tuo petto Insanguinar lo scelerato ferro:

Che se l'alma e la mano ardito avesse Seguir sì brutta e sì nefanda impresa, Mi loderia mio padre; ed io più tosto Voglio al mio genitore essere a schivo

E tenuta da lui lasciva e rea Che per atto sì vile essergli grata. E' non mi duol, né mi dorrà già mai, Che 'l sangue tuo non si versasse dentro

Al tristo albergo, o che la destra mia Non si fosse di lui macchiata e tinta: E benché 'l padre mio m'avampi il volto Co' sacri fuochi, a cui non feci oltraggio,

Ed al viso m'appressi, irato, quelle Sante, gentili, e benedette faci Ch'arsero intorno a l'infelici nozze, Onde 'l fumo m'affoghi o tragga gli occhi;

O perch'io veggia il dispietato ferro Che mal mi diede il genitor mio crudo, Ch'uccider ti dovea, passarmi il core, Ond'a quel fine io vada ove ir doveva

Per le mie man lo mio fratello e sposo, Ei nondimen non moverà già mai La lingua mia, benché vicina a morte, A dir ch'io me ne penta; e non son tale

Ch'io mi deggia pentir d'essermi mostra Sola tra tante al mio marito pia. Pentasi pur mio scelerato padre, Pentinsi pur mie scelerate suore

De l'empio fatto lor, che questo è 'l fine De l'opre inique, et a le spalle han sempre Penitenza, dolor, travaglio, e tema. Oimè! ch'ancor la rimembranza infame

De l'infelice, e sanguinosa notte Mi fa tremar l'incatenata destra. Com'avrebb'ella adunque avuto ardire Toglier la vita al suo consorte, s'ella

Paventa e trema a ragionar di morte? Io nondimen mi sforzerò parlarne, Quanto concederà l'affanno e 'l duolo. Già spargeva la notte il fosco e l'ombra

Sovra la terra, e s'ascondeva il giorno, Quando noi felle e scelerate spose Entrammo dentro al funerale albergo Del gran Pelasgo, e nostro padre iniquo,

Ove il suocero nostro, e nostro zio, Non men nel cor che ne la fronte allegro, Per man ne prese, e ne baciò le guance, Non sapend'ei che noi sue nuore acerbe

Avessim'entro a nostre gonne ascoso L'ignudo ferro; e già lucean d'intorno Le dorate lucerne, e 'l tristo incenso Già si spargea dentro a' sacrati fuochi,

Che del nefando e sanguinoso effetto Quasi presaghi, a gran fatica al cielo Mandavan gli empi, et odiosi fumi; E la turba gentil con liete voci

Chiamavano Imeneo, et ei fuggiva L'oscena stanza, e la consorte istessa Del tonator del ciel lasciò quel giorno Argo sua bella, e se n'andò da lunge,

Per non veder le scelerate nozze: Quando ecco entrar nel doloroso albergo I mal felici e mal graditi sposi, Ebbri del vin che mal bevuto in mensa

Miseri aveano, e dall'ignaro vulgo Compressi intorno, e di novelli fiori Cinti i capei, che preciosi unguenti Facevan molli, e di letizia pieni

Dal lor fato crudel portati furo Entro agl'alberghi, ahi sfortunati amanti! Anzi dentro ai sepolcri, e sopra i letti, Anzi bare funebri, eran distesi

I lor miseri corpi, e già dal sonno E dal cibo, e dal vin ciascuno oppresso, Sicur giaceva a la sua donna in braccio; E profonda quiete intorno aveva

Argo occupata, e si dormiva ognuno, Sgombrato il cor de le diurne cure, Quando mi parve udir le voci afflitte, Ed i gemiti tristi, e i tristi omèi

Di quei, che fuor degli impiagati petti Versavan l'alme, e l'innocente sangue; Anzi gli udiva: ond'il vital calore Tutto s'ascose, e 'mpallidita e fredda

Mi giacqui sopra al genial mio letto. Ma, come trema a lo spirar de l'aure Debile spiga, o come volve e scuote Il gelato Aquilon frondosa chioma

D'arbore antico, o di frondoso pioppo, Tal io tremava, o se tremar più puossi; E tu senza sospetto ebbro dormivi, Perché quel vin che tu bevuto avevi

Era liquor d'addormentare altrui. Ma mi sgombrar del genitor mio crudo I precetti superbi, empi, e nefandi De l'alma ogni paura; ond'io sul letto

Mi levo alquanto, e con tremante mano Prendo il pugnale, e non t'ascondo il vero, E ben tre volte io lo ripresi, et egli Da la man feminil tre volte cadde.

Ma spinta pur da le minaccie altere Del padre mio, lo scelerato ferro Di nuovo prendo, et arditetta il feci Molto vicino all'innocente gola:

Ma la pietà, ma la paura femmi Tenere il colpo, e ritardar l'impresa; Né potette seguir mia casta mano Opra sì brutta, ond'io con l'unghie il volto

E 'l seno offesi, e mi squarciai le chiome, E con sospiri e con sommessa voce Dissi queste parole: – ahi trista amante, Ahi dolent'Ipermestra, a che ti spinge

L'empio tuo padre? a che ti sforza il crudo Precetto e fero? ahimè, debb'io già mai Toglier la vita a chi mi brama vita? A chi mi giace addormentato in grembo?

Ma segui ardita il desiderio ardente E la voglia paterna, ond'egli sia Compagno agli altri suoi mal nati amanti. Io son pur, lassa me, vergine e donna,

Per gli anni umile, per natura pia, Né son conformi al dispietato ferro Le mani inferme e 'l feminil valore. Anzi, mentre ch'ei giace, ardisci, e segui

L'animose tue suore audaci e forti, Ch'omai creder si può ch'ognuna d'esse Abbia già tolto al suo cugin la vita. Ma se questa mia destra ardito avesse

Di trar di vita alcun, non sarebbe ella Prima del sangue mio bagnata e lorda? Perché debbon morir questi infelici Giovani, oimè, sol per avere in dote

I regni del lor zio? Or non si deve Dargli ad altrui? Or non gli aranno un giorno Generi strani, e peregrini amanti? Ma presuppongo, e lo confermo vero,

Che fosser degni di morir; ch'abbiamo Misere noi commesso? Or per qual colpa, Per qual cagion non mi lice esser pia? Che deggio io far del ferro? in che conviene

Con l'armi una donzella? io più conformi Ho le braccia e le man, la forza e 'l core All'ago, all'aspo, a la conocchia e al fuso, Ch'a l'armi crude, e bellicosi ferri –.

Questo io diceva, e mentre in voce umile Mi lamentava, a le parole meste Seguiva il pianto, e de' miei lumi l'onde Cadevan sopra a le tue belle membra:

E tu d'ogni pensier leggiero e scarco Mi cercavi abbracciar, e quinci e quindi Le tue movendo addormentate braccia, Più volte fosti per ferirle al ferro,

Che tra pietà e timor dubbiosa ancora Aveva in mano. E già temea del giorno, Ch'era vicino, e paventava il crudo Mio genitore, e le parole e 'l pianto

Da le luci t'avean cacciato il sonno, Quando io ti dissi: o sventurato Lino, Che sol tra tanti sei restato in vita, Lievati e fuggi, ed al tuo scampo attendi;

E s'a fuggir tu non t'affretti, questa Agli occhi tuoi sarà l'ultima notte. Onde d'orrore e di spavento pieno Sorgesti presto, e ti fuggio dagli occhi

La gravezza del sonno, e rimirando Quel ferro, ch'io ne la tremante destra Teneva ancor, m'addomandavi quale Fosse cagion ch'io t'esortassi tanto

A la veloce inaspettata fuga. Et io ti dissi: eh, mentre ancor l'oscura Notte no 'l vieta, eh, troppo amato Lino, Fuggi veloce; e tu tra pietà e tema,

Tra spavento et amor, tra dubbio e speme, D'indi partisti, ed io rimasi sola Mesta, nel mesto e doloroso albergo. Già fuor de l'ocean levato aveva

La fronte Apollo, e n'arrecava il giorno, Quando mio padre in minacciosa e fera Vista s'entrò ne' funerali alberghi Per numerar gli esanimati corpi

De' miseri fratei, generi suoi, Che si giacean ne' mal bramati letti, Nel sangue loro orribilmente involti. Tu sol mancavi a la gran strage; ed egli,

Non potendo soffrir la vita in uno, Si lamentava, e si dolea che poco Sangue s'era versato, ond'ei mi prese Per l'ancor sciolte chiome (e queste sono

Di mia pietà le meritate spoglie) E mi trasse per forza a questa oscura Prigion, dov'io d'ogni stagion rimiro Spaventi e morti, ove io dogliosa seggio,

Cinta di ferro i piè, le braccia, e 'l collo. Oimè! ch'ancor de la sdegnata Giuno l'ira ne nuoce, e la gelosa rabbia, Ch'ella contra di noi misere donne

Prese quel dì che la bellissima Io Cangiata fu dal gran rettor de' lumi Di donna in vacca, e di giovenca in dea. Ahi troppo, ahi troppo fu suplicio e scempio

Che l'infelice, mal gradita donna, Come l'altre giovenche al ciel mandasse Mugiti strani, e le bellezze prime Cangiate in brutte ed in mostrose forme,

Non potesse mai più piacere a Giove. Ella fermossi in su l'erbose rive Del patrio fiume, e di quell'onde chiare Facendo al volto, et a sé tutta specchio,

A la fronte si vide aver le corna: E sforzatasi poi parlare, in vece Del favellare uman, la voce fore Mandò di belva, e spaventosse insieme

De la cangiata sua figura e voce. A che diventi infuriata e stolta, Infelice Io? a che nell'onde chiare, Misera te, ti specchi? a che pur conti

I molti piedi a' nuovi membri aggiunti? Tu, che già fusti a la sorella e moglie Del sommo Giove a schivo, e tua beltade Di geloso timor le punse il core,

Or vai foglie pascendo, erbette e fiori, E con cibo sì vil da te discacci L'immensa fame, ed in un rio bevendo, Di stupor piena entro a quell'onde miri

L'orrenda forma, e ti spaventi e tremi Che l'armi acute che tu porti in fronte Non ti ferischin le cangiate membra: E benché pria per tua beltade immensa

Fussi del gran motor stimata degna, Or nuda giaci in su la nuda terra, E veloce ten vai d'intorno intorno Al mare, ai lidi, ed a' paterni fiumi,

A cui fan strada i fiumi, il mare, e i lidi. Ma qual cagione a sì veloce corso, Lassa, ti spinge? a che pur corri indarno, O Io sì bella? ah lassa te, non vedi

Che fuggir non potrai tua forma brutta? Ove i tuoi passi affretti? ove ten vai? Non vedi tu, misera te, che sempre Te stessa segui e te medesma fuggi,

Ed a te stessa sei compagna e duce? Ella poi là dove il gran Nil si versa Per sette bocche entro all'immenso vaso Del superbo Ocean, dov'egli insieme

Attuffa l'onde, e vi sommerge il nome, De la fera crudel lasciò le spoglie, E ritornò qual pria giovine e bella. Ma perché raccont'io gli andati esempi,

Che da' vecchi avi miei narrati furo, Se 'l secol nostro, e se quest'anni rei Tragger mi fan sì dolorosi guai? Oimè! che 'l padre mio fa guerra insieme

Col suo fratello, et avend'ei perduto Lo scettro e 'l regno, or peregrine e sole Seco n'andiamo, et ei mendico e vecchio, Per gli altrui regni, e per gli altrui paesi

Seco ne guida; e poverelle e nude Non abbiam pur dove fermar le piante. E di tanti fratei n'è vivo un solo: Ond'io gli piango, e mi lamento ancora

Di chi gli trasse a sì cattiva morte: Ma prendin quelle, e questi almeno insieme I lamenti angosciosi, e i tristi pianti, Ch'incatenata, et a la morte in grembo,

Per la lingua e per gli occhi sfogo e verso. Ecco ch'io son, poi che restasti in vita, Serbata a gran tormenti: oimè, qual pena Si converrà già mai, qual scempio rio,

A chi nuoce ad altrui, poi ch'io di quello Di che portar devei salute e pregio Ne riporto prigion, catene, e morte? Ma tu, dolce mio Lin, s'alcuna omai

Cura o pietà di me ti prende e muove, Che già ti fui così pietosa moglie, O s'alcun guiderdon merta quel dono Ch'io ti donai ne la funesta notte,

Vienne, e dammi soccorso, o con tua mano Toglimi l'alma; e poi che l'alma fia Sciolta dal suo mortal caduco velo, Ardimi dentro a qualch'ascoso rogo,

E la cenere mia bagnata e molle De' pianti tuoi, come tu debbi, ascondi In pietra o marmo, e nel sepolcro poi Farai scolpir queste parole brevi:

– Ipermestra fedel qui morta giace, Che del suo regno fuor, dal padre ingiusto (O de la sua pietade iniquo merto!) Uccisa fu, perché morir non fece

Il suo fratello, il suo consorte amato –. Io vorrei seguitar, ma la mia destra Dal peso omai de la catena è stanca; E lo spavento ancor sottragge all'alma

Molto valore, ond'io piangendo taccio.

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