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1521–1581

Fille a DemofonteEpistola seconda

Remigio Nannini

Quella tua Fille, o Demofonte, quella Misera Fille, che nel proprio albergo Te peregrin sì caramente accolse, Teco si duol che trapassato è il tempo

Che tu prefisso al tuo ritorno avevi. Tu mi giurasti, e promettesti ch'io, Pria che la luna una sol volta avesse Girato il cerchio suo, vedrei fermare

Le vele e i legni entr'a' bei nostri porti. Et ella già nel primo ciel s'è mostra Quattro volte crescente, e quattro scema, Né però torni: ond'al contar de l'ore,

Che noi ch'amiamo annoveriam sì bene, Io non mi doglio innanzi tempo, e sono Stata dal mio sperar tardi tradita; Onde io, mal grado mio, pur lassa or credo

Quel che creder mi nuoce, amante e donna. Spesso per tua cagion, misera, fui A me stessa bugiarda, e spesso ancora Pensai ch'i fieri e procellosi Noti

Mi ritornasser Demofonte e 'l legno; E spesso al padre tuo bramai la morte, Credendo ch'ei ti ritardasse, e forse Non ha mai fatto al tuo venir contrasto.

Spesso temei, che mentre addrizzi e volgi Le navi al bello e velocissimo Ebro, Non ti s'avesser tranghiottito l'onde Per la tempesta infuriate e bianche.

Spesso agli Dii mandai lagrime e voti, Perché tu crudo e scelerato stessi Mai sempre sano, et a me stessa dissi, Se Demofonte è vivo, egli a me riede.

In somma il fido Amor dentro al pensiero Ciò che il viaggio altrui ritiene e tarda Mi finse, e presta ed ingegnosa fui A ritrovare impedimenti e scuse:

Ma tu pur lunge a la tua Fille stai, Né mi ti rendan gl'invocati Numi, Né spinto dal mio amor sì fido, torni. Tu pur apristi, ahi Demofonte, e desti

Le vele insieme e le parole ai venti: Ma sol di questo mi querelo e doglio, Che vote sono e quelle e queste insieme, Queste del tuo tornar, quelle di fede.

Dimmi, lassa, ch'ho fatto? ahimè, se poco Saggiamente io t'ho amato, almen doveva Farmiti amante il semplicetto amore, Che verginella mi ti diede in braccio.

Ove sono ora i giuri? ove è la fede? E la tua destra a la mia destra aggiunta? E quello dio dove è, ch'in sì begli anni Dovea tenerne in dolci lacci avinti,

E che mi fu del matrimonio ostaggio? Tu giurasti pel mar, per cui sì spesso Eri varcato, e rivarcar dovevi, E mi giurasti ancor pel tuo grand'avo,

Che 'l pelago tranquilla, allor che mosso Dagli Aquiloni e da' fieri Ostri il vede. E per Venere poscia, e pel suo figlio, E per l'arco, e pe' dardi, e per le faci,

Che m'han ferita, et impiagata, et arsa, E per l'alma Giunon, ch'a' letti intorno De' legittimi sposi ognor s'asside, E per gli occulti sacrifici e santi

De la inventrice delle prime spighe: Onde se ciascun dio vendetta giusta Prender vorrà degli oltraggiati numi, Tu sol sarai a tante pene poco.

Misera me, che furiosa e stolta Le mal condotte e fracassate navi Rifeci, ond'io dovessi esser dapoi Da te lasciata, e i remi ancor ti diedi,

Per cui da me tu ti fuggissi! ahi folle! Ch'io ben sopporto il duol di quelle piaghe Che nel mio cuor con l'armi mie m'ho fatte. Ma io credetti a le promesse, ai giuri,

A la nobile stirpe, a quelle dolci Parole ond'era allor la falsa lingua Cotanto piena, e diedi poi gran fede A le lagrime tue: ahimè, ch'a quelle

Ancor mentire, e simular s'insegna! Elle hanno pure i loro inganni anch'esse, E si versan là dove altri le spinge: Ma ch'eran d'uopo a semplicetta amante,

Del tuo ritorno e del mentito amore, Tanti mentiti e simulati pegni, S'era bastante ad ingannarmi un solo? Ei non mi duol d'avere accolto insieme

Te scelerato, e le sdrucite navi, Te nel mio albergo, e nel mio porto quelle: Ma questa esser dovea la somma, e 'l fine D'ogni amorevol mio cortese affetto.

Di questo sol meco mi doglio e pento, Che bruttamente a l'onorato tetto, Sotto la fé del matrimonio, aggiunsi Il letto geniale, ove cogliesti

Di mia verginitade i fiori e i frutti. Deh perch'a me non fu l'ultima notte Quella notte che fu dinanzi a quella Notte infelice, allor che Fille onesta

Chiuder potea pudicamente gli occhi? Io sperai ben doverti esser più cara Mercé del merto mio, e quella speme Mai sempre è giusta, che vien dietro a molti,

Anzi infiniti et onorati merti. O che lieve ingannar donzella amante, Che bene amando agevolmente crede! E 'l creder mio, e la mia fé più tosto

Di lode fu che tradimento degna: E se t'ascrivi a grand'onor d'avermi Ingannata e tradita, amante e donna, Voglia il gran nostro Dio che questa sia

L'ultima gloria, e 'l tuo più grande onore; E piaccia al ciel ch'a la cittade in mezzo Tra gli avi tuoi sia posto, e 'l tuo gran padre Si mostri innanzi a tutti gli altri illustre,

Mercé de' fatti egregii; e poi che letto Sarà com'egli uccise in Creta il mostro, E Scirone, e Procruste, e Sinni, e come Ei vinse Tebe, e le biformi belve,

E come a forza aprio l'oscuro albergo Del gran Pluton, con questi versi poi Segnata sia la tua pregiata imago: – Quest'è colui da le cui false frodi

Tradita fu l'innamorata Fille, Che già gli diede entro al suo letto albergo –. Oimè, che di tant'opre egregie e belle Che fe' tuo padre, il tradimento solo

Ne la memoria hai fisso! e solo a mente Hai la cretense abbandonata donna! Ma sol con questo, o scelerato, meco Scusar ti puoi, che de' bei fatti illustri

Del tuo gran padre imitator non sei, E sol del vizio suo sei fatto erede. Ella or si gode, e non la invidio, un altro Sposo, del padre tuo molto migliore,

E su nel ciel tutta contenta siede Nel carro, tratto da frenate tigri. Ma le mie nozze i dispregiati Traci Or fuggon, lassa, e mi ricordan ch'io

Preposi a loro un peregrino strano. Vadasene or, altri mi dice, a Atene, Ch'altri sarà che la gran Tracia regga: Il fin dimostra pur le cose fatte.

Ma non abbia già mai successo buono Chi delle imprese altrui non guarda il fine, Ma solo i casi e gli accidenti attende. Ah, se ne' nostri mari unqua vedute

Fosser le bianche tue bramate vele, Si diria allor che proveduto avessi Et ad altrui, et a me stessa bene. Ma non ho procacciato: e questi regni

Non ti vedran mai più, benché sien tuoi. Oimè! che inanzi agli occhi aver mi pare L'armata tutta, a quella guisa ch'io La vidi allor che tu partir dovevi.

Come avesti tu mai, perfido, ardire Cinger l'amate braccia al collo intorno, Et abbracciarmi strettamente, e darmi Soavi baci, e mescolare insieme

L'onde degli occhi miei co' pianti tuoi? E querelarti che propizii i venti, Ahi traditore, al tuo viaggio avessi? E dirmi poi con lagrimosa voce,

E queste fur le tue parole estreme, Fille, fa' d'aspettar tuo sposo allegra? Io dunque, oimè, t'aspetterò, che solo Per non vedermi più, lassa, partisti?

Io dunque indarno aspetterò le vele A cui sì furo i nostri mari a schivo? E nondimen t'aspetto; e ben che sia Il tuo ritorno tardi, io non mi curo,

Pur che la fede tua, pur ch'i tuoi giuri Sien sol dal tempo e violati e rotti, Non da l'empio voler negletti e sparsi. Misera me, che parlo? o che voglio io?

Ahimè! che forse altra consorte tienti, Et altro amor, ch'a me cotanto nocque: Forse ch'io son de la tua mente uscita, E non conosci più Fillide alcuna,

Né sai qual Fille io sia, né di che parte. Sappia ch'io son quella tua Fille, quella Misera Fille, che dall'onde irate, Che da la rabbia, e dal furor del mare,

Che da sì lunghi e perigliosi errori Agitato, e sbattuto, entro al mio regno T'accolsi, e diedi a le tue navi il porto, Ed a te poscia il mal gradito albergo.

Io son colei, le cui ricchezze fero Le tue maggiori, e gratamente diedi A te mendico assai pregiati doni, E te n'era per dar di vie più ricchi.

E quella son, ch'i larghi regni e immensi Del padre mio Licurgo in man ti posi, Ch'eran mal atti a sostener l'impero D'una femina sola; et è quel regno

Ond'il Rodope ombroso è cinto, e s'apre Per fin al freddo agghiacciatissimo Emo, E dove l'Ebro in mar s'asconde e tuffa; E son colei, di cui tu prima avesti

Con mal secondi e fortunati auguri L'alma virginità, che tanto è cara, A cui tu pria con la fallace mano Nel letto marital sciogliesti il nodo

De la mia castità: ma quivi intorno Urlò Megera, e l'altra Furia seco, E l'aria fe' sonar di meste voci L'augel notturno errante; e cinta il fronte

D'aspi di fuoco, e con l'ardenti faci Tolte da' cimiteri Aletto venne. Io nondimen tutta dogliosa in volto Mesta men vo su pe' dumosi lidi,

Or sugli scogli seggio, e a mezzo il giorno, Quando il caldo maggior la terra fende, O quando in ciel nella profonda notte Si scorgan fiammeggiar le fredde stelle,

Qual vento agiti il mar, misera, attendo; E quelle vele ch'io da lunge scorgo Drizzarsi a' porti nostri, esser mi credo Le tue bramate, e che sien stati uditi

In cielo i pianti, e le preghiere, e i voti; Ond'io subito corro al lido, e a pena Mi tengan l'onde ch'io non entri in mare; Ma poi ch'a lor vicina esser non veggio

Le navi tue, mi tramortisco, e in braccio A le donzelle mie pallida caggio. Egli è un seno in mar, ch'a guisa d'arco Si piega alquanto, e ne le parti estreme

Ha due gran sassi, ond'io più volte irata Ebbi voglia gittarmi in mezzo a l'onde. E poi che tu non torni, indi trarrommi; E voglia il cielo e Dio ch'a le tue rive

Mi gettin l'acque, ed insepolta e nuda Pallid'ombra ti venga innanzi agli occhi; Che benché il ferro, e l'adamante, e 'l sasso, E di durezza ogni durezza avanzi,

Io so che tu dirai: deh Fille mia, Tu non dovevi, oimè, così seguirmi. Spesso il ferro, e 'l veleno in mano ho preso Per finir la mia vita, e spesso ancora

Intorno al collo, a cui già feron nodo Le belle braccia tue, la fune ho avvolto; E son fermata d'emendar la colpa Con la subita morte; e sopra il mio

Sepolcro intaglierai l'empia cagione Del mio morir con questi versi brevi: – Demofonte a morir Fillide spinse, Il peregrin, l'albergatrice amante:

Di lui la colpa fu, di lei fu il danno –.

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