Skip to content
1521–1581

Fedra a IppolitoEpistola quarta

Remigio Nannini

Questi sospir, quest'amorosi preghi A te, dolce suo ben, dolce sua vita, Da cui suo ben, da cui sua vita aspetta, Fedra fedele, e sfortunata scrive.

Leggi pur quant'io scrivo: e che ne puote Nuocer già mai quel che si legge in carte? Anzi trovar potrai nascoso in questi Versi d'amor quel che ti piaccia e giovi.

In queste carte ancor gl'interni affetti E gl'interni pensier, celati e chiusi, Per l'onde infide e per la terra intorno Sen van sicuri; e le vergate carte

L'un dall'altro nimico accetta e legge. Tre volte mi sospinse ardente amore A scoprirti il mio foco, e vinta e presa D'amoroso timor, tre volte muta

Si feo mia lingua, e di mia voce il suono Restò tre volte in su le labra estreme: Che bench'amor così n'infiammi e n'arda Che mal celar si possa il fiero ardore,

Devesi nondimen vergogna onesta Mista tener col desiderio ardente; E quel ch'allor sol per vergogna tacqui, Or di sua propria man mi detta Amore:

E non deve spregiar vil uom di terra Quant'egli a noi comanda, essendo Amore Non pur di noi qua giù signore e dio, Ma de' signori e degli Dii del cielo

Signore e dio: et ei mi spinse in prima, Quando a scriverti ancor tremava il core, A pigliar questa penna, e disse: scrivi, Scrivi, Fedra fedel, che bench'egli abbia

Il cor di ferro, e di diamante il petto, Ei nondimen, tutto pietoso in vista Quasi umil vinto al vincitor gentile, Le man ti porgerà, le braccia, e 'l collo,

Onde l'annodi, e l'incateni, e leghi. Lui dunque invoco, e come dentro all'alma Di sì gentile ardor m'incende e strugge, Così benigno ai miei bei voti aspiri,

Ed a le voglie mie tua mente pieghi. Io con lascivo o disonesto foco Non romperò del nostro amore i nodi, Che la mia fama, ove ella arrivi, è tale,

Ch'ella non ha, va' pur cercando il vero, Di macchia o fregio alcun segnato il volto. Ma non poss'or celar mia fiamma ardente, Ch'amor quanto più tardi il cor n'accende,

Tanto più gravemente, oimè, ne strugge, E più cieca ferita il petto ingombra: Che come offende il primo giogo il collo De' teneri giovenchi, e come a pena

In bocca tiene il non usato freno Tratto del gregge allor corsier gentile, Così mal può soffrire i primi ardori Rustico petto, e male avezzo a questo

Così grave d'amor cocente peso, Ch'or mal dentro al mio sen, misera, posa. Quando ne' teneri anni amor n'infiamma, Quasi per arte a sofferir s'impara

Gli sproni, i dardi, e la catena, e 'l foco; Ma quella ch'ama in più matura etate, Sente dentro al suo sen d'amor mai sempre Gli spron più duri, e più pungente il dardo,

Più stretto il nodo, e più cocente il foco. Tu prima avrai de la pregiata e cara Mia pudicizia, e conservata fama I primi frutti, e farem preda insieme,

Io de la tua virginitade, e tue De la ad altrui mia castitade ascosa, Che dolce è trar da' fruttuosi rami I primi pomi, e de le spine avere

Le prime rose; e poi che 'l vago e bello Primo candore, in cui mi vissi in pace Senza sentir d'amor stimolo o sferza, Senza macchiarmi mai di biasmo infame,

Perder doveva, almen mia colpa fia Tanto minor quant'è più degno il foco, Ché maggior biasmo, e più vergogna apporta De l'adulterio assai, vil uom che 'l faccia:

E dentro al mio pensier t'ho tanto in pregio, Che se Giunon m'addomandasse quale De' due volessi per mio sposo avere, O Giove, o 'l bell'Ippolito, io son certa

Ch'io preporrei te mio figliastro a Giove. E già, né 'l crederai, desio mi viene Di farmi cacciatrice, e per le selve Le più feroci e più selvagge fere

Seguir col piede, e sbigottir col grido. Già tra le Dee la piu tremenda e prima Tengo colei che fu nudrita in Delo; Et ho mia mente a la tua mente eguale.

Già mi piace ire al bosco, et ivi in fuga Volgere i cervi, e le selvagge capre, E quegli, e queste entro a le reti accorre; O per gl'incolti e più spediti gioghi

I più veloci can destare al corso, O trarre il dardo, o l'affannate membra Posar su le fiorite erbose piaggie. Spesso mi piace ancor girare intorno

Un lieve carro, o volteggiar col freno Un fugace corsiero; or folle parmi Correr simile e traportarmi in vece Di quelle donne il cui pensiero ingombra

Furor di Bacco, o di quell'altre in guisa Che là nel colle Ideo sonando fanno I sacrifici a quella dea che porta La corona di torri al fronte intorno;

O ver come quell'altre in cui talora Entra il furor divin di Fauni o Driadi, Ch'attonite le fan, stordite e folli: Per che l'ancille mie, qualor si tempra

Quel mio furore, ed in me stessa torno, Mi narran quelle mie sciocchezze insane, Quantunque io sappia, e lo confessi aperto, Ch'alta fiamma d'amor m'avampi il core.

Forse ch'amare altrui di nostra prole È l'immutabil fato, e da noi donne Il tributo d'amor Venere chiede. Giove del ciel rettor d'Europa bella

(Quest'è, lassa, di noi l'antico ceppo) S'innamorò già fieramente, e dentro A giovenco gentil se stesso ascose Sol per rapirla, e per goderla poi;

E Pasife mia madre, oimè, d'un toro Sì ciecamente s'invaghì, che d'esso In Creta partorì l'orribil mostro, Che fu del ventre suo vergogna e peso.

Il perfido dipoi Teseo, e crudele, Seguendo il fil che mia sorella stolta, Spinta da grand'amor, gli diede, uscio De' curvi fuor sì perigliosi tetti.

Et io, s'alcun non mi tenessi figlia Del gran cretense re, l'ultima vengo Ad osservar quell'amorose leggi, Che proprie son del mio lignaggio illustre.

Quest'è fatale ancor, ch'a due sorelle Una famiglia sola, un sangue istesso Molto ne piacque, e mia sorella fue Del padre calda, io del figliuolo accesa,

Onde di due donzelle andar potete Felici e lieti, e nel reale albergo Appender di due cor le spoglie altere. O perché non era io, misera, in Creta

Il giorno che nel gran tempio eleusino Di Cerere ambi al sacrificio entrammo! Però ch'allor, bench'io t'avessi impresso Nel core in prima, all'estreme ossa corse

Più cocente d'amor la fiamma e 'l foco. Tu vestivi quel dì candida gonna, Et avevi di fior la chioma adorna, Et onesta vergogna intorno aveva

Di vermiglio color le guance asperse, E quel viso, che l'altre acerbo e fiero, Rigido in bel garzon dirieno e crudo, Fedra lo chiamerà virile e forte:

E stien pur lunge i giovanetti adorni E qual femina vil lisciati e colti, Ch'uom per sé bel, leve ornamento adorna: Né fan men bel tuo leggiadretto viso

La sparsa polve, e la negletta chioma, E la fierezza del bel guardo e grato, O quel sudor che le tue guancie riga. S'io ti veggio talor corsiero, al freno

Per sua natura, et a lo spron restio, In picciol cerchio volteggiando accorre, O col braccio vibrar zagaglia o dardo, O per gire affrontar cinghiale od orso

Su l'omero portar lo spiede al bosco, Non men d'amor che maraviglia piena, Ogni atto miro, ed a quest'occhi piace La destrezza, l'ardir, la forza, e l'arte:

Ch'agli occhi di chi ama ogn'atto è bello. Questo sol bramo, o mio figliastro amato, Che ne le selve degli alpestri monti, E ne l'alpi nevose, ai sassi e al gelo

Lasci la tua durezza, e più cortese A la tua Fedra, e tua matrigna sia, Ch'io non son tal che tu ti sdegni amarmi, Né che per tua cagion corri a la morte.

Che giova sempre aver ne' boschi il core, E seguir sempre l'esercizio e l'arte De la scinta Diana, e spregiar poi Di Venere e d'Amor gli amati frutti?

Quel ch'a sua guerra, e sua fatica mai Pace non trova o posa, eternamente Non può durar, ché la quiete porge Forza maggiore a l'affannate membra;

E sian da te de la gran dea de' boschi Imitati talor gli strali e l'arco, Ch'han spesso dal ferir quiete e tregua: Che se l'arco terrai mai sempre teso,

Per saettar or questa fera or quella, Inutil si farà, debile, e lento. Egli era pur già ne le selve in pregio Cefalo avuto, e 'n quelle selve istesse

Avevan, sua mercé, cinghiali e cervi Fatta del sangue lor vermiglia l'erba. Ei nondimen da la bell'Alba amato Fu caldamente, e per giacersi seco

Abbandonava, o saggia donna, il suo Vecchio Titone; e sott'all'ombre spesso D'elci e di faggi al bell'Adone in grembo Vener s'assise; e d'Atalanta ancora

Arse il bel Meleagro, e del feroce Cinghial, che ei sol con la sua destra uccise, Per bel pegno d'amor, la spoglia diede. Siamo ancor noi, deh bel figliastro mio,

Tra così cari e fortunati amanti, Che senza mai d'amor gustare il dolce, Le belle selve, e le campagne, e' colli Disabitate son, sterili, e incolti.

Io ti verrò qual tua compagna appresso Per gli alti monti, e non avrò spavento De' sassi acuti, o degli acuti denti D'orso selvaggio, o di cinghiale altero;

E teco abiterò contenta e lieta La bella Troezena, a cui fan sempre I duoi mari ondeggiando eterna guerra, La qual via più che la mia patria istessa

Or m'è, la tua mercé, suave e cara; E da me lunge il mio marito è stato Gran tempo omai, e per molt'anni ancora Lo riterrà suo Piritoo amato,

Che più che la consorte, e più che 'l figlio, E più che se medesmo avuto ha in pregio. Né quest'oltraggio sol da lui portiamo, Che mille gravi ingiuriose offese

Ad ambi ha fatto, ancor ch'ad ambi sia, Come ognun può saper, per sangue unito, E de l'un padre sia, de l'altra sposo. Egli col fier troncon tolse al mio frate

In Creta l'alma, e su l'arena poi Nuda lasciò la mia sorella pia, Che per mercé del beneficio immenso Restasse cibo a l'affamate fiere.

Egli con la sua man tua madre uccise, Che per virtute, e per valor di guerra Tra le belle guerriere era la prima, E di parto sì bel gradita madre,

Per cui degna non fu, misera donna, L'ira fuggir de l'amatore insano, A cui non era ancor verace sposa, Né nodo marital legava i loro

Animi insieme: e perché fece questo, Empio, se non perché bastardo figlio De' regni suoi non rimanesse erede? Egli poscia di me sua donna, e moglie

T'ha fatto aver del bel paterno impero Emoli indegni, e successori altieri, Che tuoi fratelli son, che per sua colpa, E non per mia cagion, son vivi al mondo.

Oh fuss'io morta almen nel mezzo al parto, Poich'i miei parti, e' miei mal nati figli Dovevan fare al mio figliastro oltraggio! Or vatten, folle, e riverente onora

Del mai da te non meritato padre Il sì temuto, e riverito letto, Ch'egli ha sì in odio, e sì sdegnoso fugge. Né perché deggia al suo figliastro unirsi

Matrigna amante ti spaventi, o questi Nomi, che son sì reverendi al suono, Non t'empian di terror, ché finalmente Son nomi vani, e riverenza tale,

Che negli anni a venir mancar doveva, Regnò nel tempo che Saturno resse Con vita incolta e mal soave il mondo. Ma Giove, almo del ciel motore eterno,

Volse ch'a noi mortai lecito fosse Oprar ciò ch'al desio diletta e piace, E che potesse al suo fratello amato La sorella talor per legge unirsi.

La cui bella union, cui dolce amore, Qualor co' nodi suoi Venere annoda L'amorose di lor catene e reti, È stabil sempre, essend'insieme aggiunti

Voglia, sangue, beltà, desire, e stella. Né difficil sarà celare altrui Nostro peccato, e così leve errore, Ché di matrigna e di figliastro il nome

Sarà gran velo a l'amorosa colpa. S'alcun vedrà che tu m'abbracci, o ch'io Dolcemente talor ti stringa e baci, Sarem laudati insieme, io d'esser pia

Al mio figliastro, e tu qual madre amata Aver la dolce tua matrigna in pregio; Né d'uopo ti sarà con fraude e tema Ne l'ombre folte de l'oscura notte

Del geloso marito aprir tremando Le chiuse porte, o con pregiati doni Farti benigno il camerier mal fido, Od ingannar suo vigilante servo:

Che, come un dolce già pregiato albergo Ambi n'accolse, un sol albergo ancora Ambi n'accoglierà, dove avrem sempre Ai nostri ardenti amor sicuro il varco;

Che senza aver d'altrui sospetto o tema Dar mi potrai dolci amorosi baci, Come a baciarmi già materno amore Ti sospingeva, e riverente affetto.

Tu meco ti starai sicuro e lieto, E cagion ti sarà di lode immensa L'esser visto talor giacermi a lato, O starmi in grembo amicamente assiso.

Rompi ogni indugio solamente, e insieme Gustiamo omai i desiati e cari E soavi d'Amor graditi pegni: Il qual sì come acerbamente infiamma

Il petto a me, così benigno e pio A tutti i voti tuoi cortese aspiri. Io non mi sdegno omai pregarti umile Che tu non abbia i miei desiri a sdegno.

Ove son or le pompe, e i fregi illustri, Le superbe parole, e i chiari e belli De' miei grand'avi, e celebrati onori? Io ben pensai contro a sì crudo e fero

Nimico ritrovar corazza e scudo, Né restar presa in sì tenaci nodi; E mi deliberai, s'amante puote Aver di sé mai libertate alcuna,

Di non piegarmi a l'amorosa colpa: Or vinta prego, incatenata, e presa, E le braccia real misera stendo Per abbracciar le tue ginocchia amate,

Ché cieco amante, e di se stesso fore, Non vede quel ch'a real uom convenga. La vergogna è fuggita, e nel mio viso Sol ha lasciata la vermiglia insegna;

E del mio grand'ardor chieder perdono Mi spinge alto dolore, e poi m'inchina A dir ch'ai preghi miei tuo duro core Omai si pieghi, intenerisca, e rompa.

Che mi val or che 'l mio gran padre abbracci Molto spazio di mare, o che dal cielo Scendino i tuoni e le saette ardenti Per man di Giove a sbigottir la terra,

O che mi giova, oimè, ch'intorno intorno Abbia di raggi d'or mio avo illustre La fronte cinta, e col vermiglio carro Dopo l'ombra ai mortali il giorno apporti?

Oimè, ch'amore ogni alto sangue abbassa, Ed a sua forza ogni valor soggiace! Ma se di me cura o pietade omai Non ti prende, crudel, muovati almeno

Degli avi miei l'alta chiarezza illustre. L'isola ancor de la gran Creta, dove Nacque l'alto del ciel monarca eterno, Avrai per dote; e ben desio che quanto

Possiede il padre mio famoso impero, Al bel figliastro mio soggiaccia, e serva. Rompi, deh rompi omai lo scoglio e 'l gelo Del duro petto e del gelato core:

Ahimè! ch'un toro al suo voler potette Piegar mia madre, e tu sarai più fero D'una fera selvaggia, e via più crudo D'un crudel toro? Eh, mio figliastro, ascolta,

Ascolta la tua Fedra, e pietà omai Di lei ti prenda: io te ne prego umile Per la madre d'Amor, che del suo foco Tutta m'avampa, anzi mi strugge il core;

E come io son tutta infiammata et arsa, Come io sempre ti bramo amico il cielo, Così t'infiammi tu d'amata donna Che mai non spregi il tuo bramato amore;

Et amica ti sia la dea de' boschi, E ti porghin l'ombrose ascose selve Sempre, o bel cacciator, selvagge fere, E propizii ti sien Satiri e Pani,

Riverendi de' monti ascosi numi, E dal bel dardo tuo ferito caggia Cervo o cinghiale, e l'amorose Ninfe, Benché ti sien quant'alcun dice a schivo

Le donne amanti, a la tua sete ardente Faccino i fonti ognor lucidi e freschi. Molte lagrime ancor con questi versi Misera verso, e mentre i preghi umili

De l'infelice Fedra attento leggi, Pensa ancor di veder suo pianto amaro.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.