Se tu dolce mio ben, dolce mia vita, La mia salute, e la mia vita brami, Come ne mostran fuor tuoi grati accenti, E la cortese inaspettata carta,
Vienne, o Leandro mio, vientene e porgi A la dolce Ero tua, tua fida amante, Col grato aspetto tuo quell'alma gioia Che tu mi mandi in sì bei versi ascosa.
Ogni tardar ch'ai veri amanti allunga De' bei desiri il desiato tempo, Di gelosi pensier, d'ardenti cure, E di sospetti rei mai sempre è pieno:
Et io di te sì fieramente accesa Mi trovo, oimè, che temperar non posso, Con sofferir la lunga assenza, il foco. Egli è ben ver che con eguale ardore
Ambi n'incende una medesma fiamma, Ma io d'animo son di te men forte, Né contra a tanto ardor difesa truovo, E credo che voi altri abbiate il core
Contra i colpi d'amor più fermo e duro; Che come son le giovanette amanti Di corpo sempre e delicate e molli, Così di mente son tenere e frali:
E se non vuoi ch'io mi consumi e sfaccia, E di caldo desio mi strugga e pera, Al dolce nuoto omai raccorta l'ore. Voi nel seguire or le fugaci fiere,
Ed or nel coltivar l'amene ville, Vi trapassate in bei diporti e grati L'ore noiose; ora il pensier ne ingombra Lite civile, or l'onorate palme,
Che de la lotta al vincitor si danno, V'empion di bel desio l'animo ognora; Or vi ritiene il maneggiar gentile Di veloce corsiero, or laccio e vischio
Tendete agli uccelletti; or l'amo e l'esca Gittate ai pesci, et or sedendo a mensa Fate men grave il trapassar del tempo. Ma io, che son di tai diporti priva,
Benché fosse minor mio incendio e foco, Altro non so che fieramente amarte: E tal è l'amor mio, tale è mia fiamma, Ch'ogni umana credenza avanza il vero.
E mentre il tuo venir bramosa attendo, Mentre sospiro ed i momenti conto, O ver di te, dolce mio ben, ragiono Con la cara nutrice, e di tua assenza
Qual sia cagion mi maraviglio seco, O riguardando il mar, cui turba e move Empio Aquilon, con quelle istesse quasi Parole acre con cui biasmavi l'onde,
Con le medesme anch'io Nettunno incolpo; O quando han raffrenato alquanto l'acque L'orgoglio e l'ira, io mi lamento e credo Che tu possa notar, ma ch'al tuo nuoto,
Non l'onde più, ma 'l tuo voler contrasti. E mentre meco io mi querelo e doglio, Piovommi amare lagrime dal viso, Cui con tremante man pietosa asciuga
De' miei martir la consapevol vecchia. Spesso rimiro ancor s'in queste arene Son l'orme impresse dell'amate piante, Come se 'l lido in se medesmo serbe
Del conosciuto piè la stampa e l'orma; Or per saper di te novella grata, O per scriverti almen duoi versi brevi, Vo domandando se d'Abido alcuna
Nave sia giunta, o se nocchier di Sesto Per passare ad Abido il legno scioglia. E perché narrerò come io ritorni, E quante volte, ad abbracciare il giorno
E ripiegare, e ribaciare insieme I panni tuoi, che per passare ignudo L'onde dell'Ellesponto a l'alba spogli? Così mi passo il dì; ma poi che l'ombra
E dolce notte a' nostri amori amica, Cacciato il sol, ne fa veder le stelle, Subito saglio in su la torre, e quivi, Dell'usato sentier fidata duce,
L'usata face in un momento accendo. E postasi a filar la vecchiarella, Ragionando con meco et io con lei, L'ore inganniam de la noiosa notte.
E se brami saper quel ch'io favelli, Mentre sospiro e con desio t'aspetto, Sappia, ben mio, che da mia lingua fore Altro non vien che di Leandro il nome.
Pensi tu, le dico io, che 'l mio bel sole Sia di sua casa uscito, e ch'egli omai Si sia involato a' duoi gelosi vecchi, O pur vegliano ancora, ed ei gli teme?
Credi tu ch'egli ancor deposti i panni Abbia nel lido, e perché meno offenda L'acqua le membra e' si sia unto il corpo? Ella accenna di sì, non ch'ella curi
Del nostro ben, ma perché 'l sonno grave Le fa chinar la sonnacchiosa fronte. E dopo un breve tempo io dico: certo Che 'l mio Leandro è già ne l'onde entrato,
E notando sen viene; e poi ch'un filo Di stame tal da la conocchia ho tratto Che 'l fuso ond'io lo torco arriva in terra, Io le domando s'ella crede ancora
Che tu del tuo camin sia giunto al mezzo; Et or da la finestra il mar rimiro, Or con tremante e paurosa voce Prego che vento al tuo notare amico
T'agevoli il camino, or mesta e cheta S'alcuna voce ascolti intenta ascolto, Et ogni suon che mi percuote il core Creder mi fa che tu sia giunto a riva.
Così tra dubbio e speme, essendo corsa Per gran spacio di ciel l'oscura notte, L'affannate mie luci il sonno ingombra, E m'addormento; e tu crudele ancora
Forse malgrado tuo ti giaci meco, E sdegnando venir mi vieni in braccio, Perché 'l notturno dio di me pietoso Parer mi fa ch'or ti rimiri in mezzo
Notar de l'onde, or arrivato in porto L'umide braccia tue mi getti al collo, Et or mi par che da mie spalle io tolga Candido velo, e lo ti porga, o ch'io
T'asciughi di mia man le chiome e 'l viso, O così molle mi ti stringa al seno Per dar riposo, e riscaldare alquanto Le stanche braccia, e le gelate membra,
Et altri gusti ancor contenti, e gioie, Le quai deve tacer modesta lingua, Perch'a farle è piacer, ma a dirle è brutto. Misera me! che lo notturno errore
Non dura anch'egli: fuggitivo e falso Mi lascia a lo svegliar languida e mesta, Perché dagli occhi miei fuggendo il sonno, Fuggemi ancora ogni mio ben di braccio.
Oh piaccia al ciel che noi bramosi amanti Abbiamo al bel desio conforme l'opra, Ed a nostre dolcezze ascose l'ombre! Perché stata mi son vedova e sola
Cotante notti? e perché stai lontano, Notator pigro et agghiacciato amante, Da me tua donna? egli è ben ver che l'onde Son minacciose, io lo consento, e fiere,
E mal sicuro è il trapassare al lido: Ma la passata notte aura più dolce S'udio spirar: perché lasciasti indietro Sì bella occasion? perché del cielo
Non temesti, e del mar l'incerta fede? E bench'un'altra volta il mar si faccia Al tuo venir tutto tranquillo e lieto, E la faccia del ciel stellata e bella,
Non dovevi lasciar sì bella notte, Che tanto era miglior quanto più presta. Ma tu dirai che si turbò repente La faccia al mare, e 'l grato aspetto al cielo,
E ti fu forza abandonar l'impresa: Ma io so ben che quando affretti il nuoto, Ch'in tempo assai minor trapassi a riva; E certa son che nel mio grembo avresti
Felice porto, e non avresti d'onde Sbigottirti o doler; né pioggia o vento, Quand'io t'avessi entro a mie braccia accolto, Unqua farebbe a la tua mente offesa.
Oh come ascolterei felice allora Lo spirar d'Aquilon, di Borea il fiato, E pregherei devota i venti e l'onde Che si stesser mai sempre irati in guerra,
E de' più bassi e tenebrosi fondi Rivolgessero al ciel le dure arene! Ma d'onde avien che sì paventi e temi Più dell'usato il mare, e quel che dianzi
Dispregiavi cotanto, or tanto fuggi? Ben mi sovien che tu solevi in prima, Quando venivi a me, spregiar fortuna: Né men esser allor di nubi il cielo
Carco, né meno il tempestoso mare (E se pur men, non però molto) quanto Or egli sia di foribondo aspetto, Allor ch'io ti diceva: eh mio bel nume,
Eh mio terreno dio, eh caro amante, Deh sia tanto animoso e tanto audace, Ch'Ero tua cara a lagrimar non aggia La tua virtute. E d'ond'è nata, ahi lassa,
Questa nuova paura? ove è fuggito Tuo grande ardire? ove è l'audace e forte E sì gran notatore? ove ito è quello Dispregiator de' minacciosi flutti?
Ma sia più tosto et avveduto e saggio Che troppo audace e temerario amante, Qual fusti un tempo, e non entrar nell'onde Se non quando si stan tranquille e quete,
Pur che tu sia quel mio fedel amico, Pur che così come ne scrivi ardiamo, Né si spenga la fiamma, o tempo o loco In tepide faville il foco solva:
Perché tanto non ho de' venti aversi, Ch'a' miei dolci desir contrasto fanno, Timore, oimè, quant'io pavento ognora Che 'l pensier vago, e la volubil mente
Quasi vento leggier si cangi e volga; E temo ancor di non parerti tale Che tu non deggia al periglioso varco Per me tua vita offrire, e che non vinca
La cagione il periglio, e non ti paia Molto minor de la fatica il frutto. Spesso dubito ancor che non m'offenda Ch'in troppo umil terren mi trovo nata,
E che tanto ti paia negletta e vile, E sì minor del tuo lignaggio illustre, Che d'un giovin d'Abido, e d'uno amante Così gentile io sia stimata indegna:
Ma sopportar potrò tutt'altri oltraggi, Fuor ch'altra donna il tuo venir mi toglia, O che altro amor la nostra fiamma avanzi. Giunga più tosto, oimè, mia vita al fine
Prima che dente rio, prima che 'l morso Dell'empia gelosia mi roda il core: Né scrivo ciò perché tu m'abbia ancora Dato cagion di lamentarmi, o ch'io
Abbia veduto ai simulati affetti Di futuro dolor presagio tristo, Né perché alcun con sue parole m'aggia Di geloso timor percosso il petto:
Ma ti ragiono a questa guisa, ahi lassa, Però ch'ogni sospetto il cor mi preme. E qual fu mai senza sospetto amore? Chi mai senza timor per uom si strusse?
Ahimè! che troppo ai veri amanti nuoce La lunga assenza degli oggetti amati, E di freddo timor lor alme ingombra. Felici quelle, aventurate loro,
Ch'hanno presente il desiato bene, Né lontananza mai temer le face, Né ver né falso mai sospetto preme Lor alme liete; oh fortunata lei,
Che vedendosi ognor sua gioia inanzi Del presente si gode, e meglio aspetta! Ma io, misera me, che quasi ho sempre Lunge da me quant'io gradisca in terra,
Non men del ver che simulato oltraggio Mai sempre temo, e l'uno e l'altro verme Sempre mi rode, e mi consuma il core. Oh piaccia al ciel che di tardanza tale
Tuo genitor ne sia cagione, o questo Che sì rabbioso spira averso vento, Non altra donna che t'abbracci e stringa! Che se ciò fusse, io mi morrei di doglia:
E gran peccato e grand'error commetti Se morte brami a chi ti brama vita. Ma tu non mi farai cotanto oltraggio, E vanamente mi contristan queste
Gelose cure; e la tempesta e 'l vento Sol è cagion che tu mi stia da lunge. Misera me, con qual furor percuote L'onda marina e tempestosa i lidi,
E qual vela del ciel l'aspetto lieto Oscuro nembo: ahimè! che forse è giunta Nefele al mar per lagrimar la figlia, Che qui cadde e morio; od Ino ingiusta,
Ino d'Elle matrigna, infesta l'onda, L'onda che serba ancor l'odiato nome De l'odiata figliastra: e questo seno Di mar fu sempre a le fanciulle averso,
Ch'ei sommerse Elle, e me crudele offende. Ma tu sommo del mar pietoso dio, Rimembrando talor l'ardenti fiamme Che t'arser già sì fieramente il core,
Non dovevi impedir de l'onde il varco Al dolce e caro mio Leandro amato Col gran soffiar di Tramontana o d'Ostro: Che se ben ti sovien, tu già sentisti
Il gran caldo d'amor, se già l'amore Che t'arse il cor per la gentile e bella Vaga Amimone e per la bella Tiro Finto non fu, né simulato il foco
De la chiara Alcion, de l'alma figlia D'Alemone e Ceine, e di Medusa, Le cui chiome cangiò Minerva in serpi; Né favolosa fu l'ardente fiamma
Che per la figlia del gran re di Troia T'infiammò il petto, e non fu van l'ardore Della vaga Celeno in cielo accolta, E di mill'altre, i cui bei nomi ho letti,
E quanto crede alcun, tenesti in braccio. A che dunque, o Nettunno, avendo esperto Tante volte d'amor la forza e 'l foco, Turbato in vista il bel sentier ne chiudi?
Mostrati altier là nel gran vaso immenso Del superbo Oceano, ivi fa' prova Del tuo valor, non in angusto rivo, Che d'Asia solo i fortunati lidi,
E che d'Europa i bei confin diparte; Et al gran dio del mar conviensi sempre Mostrarsi altier nel travagliar per l'acque Le gravi antenne, e le superbe navi,
Non con mostrare il fier sembiante e crudo A giovane gentil, ch'ardendo brami Ir di sua donna a le bramate arene, E gir notando a la sua vita in seno:
Che questo onor non del gran dio de l'acque, Ma di picciol ruscello è indegna palma. Egli è di stirpe e di lignaggio illustre, Ma la sua nobiltà non vien da quello
Da te sì fieramente odiato Ulisse. Deh tranquillati omai, servane in vita Leandro mio, e me sua donna seco, Ché da l'onde medesme ancor mia vita,
Come del mio signor la vita pende. Così meco talor piango e ragiono: E mentre io mi lamento, il lume scoppia (Perch'a sua luce in questa carta vergo),
E 'l vago sfavillar presagio lieto Mi fa del tuo venire; e la mia vecchia Versando il vin sopra il sacrato foco, Noi sarem tre doman, mi dice, e beve.
Deh fa', dolce mio ben, varcando il mare, O sempre entro al mio cor scolpito e fisso, Che tu venga a star nosco: eh vienne, ingrato, Vienne, crudele, a ritrovar tua donna.
Deh perché senza te giacer mi deggio Sola nel mezzo a le neglette piume? Chi ti fa paventar, chi ti ritiene? Sia pur senza timor, che l'alma e bella
Madre d'Amor, che fuor dell'onde uscio, Farà l'onde tranquille, e ti fia duce A questa audace ed amorosa impresa. Spesso desio mi vien d'entrar nell'acque,
E trapassare il periglioso stretto; Ma questo mare a le fanciulle suole Esser nimico, e più cortese ai maschi: Perché qual fu cagion che quindi insieme
Friso passando, e la bellissima Elle, Elle sola cadeo, Elle a quest'onde Diede morendo il sempiterno nome? Ma se tu temi, oimè, che al corpo afflitto
Manchi il valor nel ritornarse indietro, Né possin sostener le braccia e i piedi Del doppio nuoto il faticoso incarco, Fermati in mezzo a l'acque: io nuda e presta
Verrò per l'onde ad incontrarti, e quivi Standoci a galla, affettuosi baci Ci darem lieti, e ciaschedun dapoi Si tornerà tutto contento a riva.
Quest'è ben poca al desiderio ardente Di bramoso amator contento e gioia, Ma ben che poca fia, fia più che nulla. Volesse il ciel che la vergogna omai,
Che ne costringe a ricoprir l'ardore, Vinta cedesse a la gran fiamma, o questo Soverchio amor che sì n'incende e strugge Non temesse di quel ch'infamia apporti:
Ma la vergogna e l'amorosa fiamma Mal son congiunte, e sta mia mente in dubbio Qual più deggia seguir: l'una ne giova, N'arreca l'altra, a chi la teme, onore.
Perché, lassa, non sei, Leandro amato, Qual Pari in Grecia, o qual Giasone in Colco, Ch'ambi le donne lor rubaro a' padri? Né pria vide Giason l'altero Fasi,
Né pria dei Colchi a le bramate arene Legò la bella e fortunata nave, Che l'amata sua donna al padre tolse; Né prima entrò ne l'onorato albergo
Del maggior greco il peregrin di Troia, Che si fuggio con la bramata preda: Ma tu forzato sei lasciar sovente Colei che spesso ad abbracciar ritorni,
Colei che tanto adori; e quando il mare È più turbato, ed agli armati legni Mal sicuro a passare, allor convienti Per goder il tuo ben varcarlo a noto.
Ma tu del mar dispregiatore altero, Tu vincitor de' perigliosi flutti, Deh fa' che tanto abbia Nettunno a vile, Che dentro al tuo pensier ne temi ancora.
Le navi, oimè, che con tant'arte sono Con pece entro e di for saldate e chiuse, Sen van talor per la tempesta al fondo: E tu pensi poter col nuoto solo
Varcar sicuro, e più che l'onde averse, Più che le vele, e più che i remi duri Possa il valor de l'affannate braccia? I più franchi nocchier, Leandro amato,
Teman passar qualor turbato freme Co' legni loro il periglioso stretto, Lo stretto che tu vuoi passare a nuoto. E qui soglion talor dal mar gittarsi
I rotti legni e gli affogati corpi Ch'adra tempesta in mezzo al rio sommerse. Misera me, che tal m'accende amore Ch'io bramo già che quant'io parlo e scrivo
Non sia da te messo ad effetto, e quello Ch'ho detto entro al tuo cor non aggia loco, E ch'a me poco obediente amante Faccia l'orecchie a' bei ricordi sorde,
Anzi ten venga, e le bagnate braccia Stanche dal passeggiar mi getti al collo: Ma quante volte poi mi volgo a l'onde, E le veggio così crucciose e fiere,
Un gelato timor mi scuote il cuore; Né men, lassa, il pensier m'ingombra e preme La vision de la passata notte (Ben ch'io devota ai tenebrosi Dii
Abbia già fatto i sacrifici oscuri), Ove presso al mattin, quando era omai Venuto men de la lucerna il lume (Perché presso al mattino il ver si sogna)
E da le dita addormentate m'era Caduto il fuso, ed appoggiato aveva Vinta dal sonno omai le guance al letto, Veder, dico, mi parve a l'onde in mezzo
(O misera et orribil visione!) Vago delfin notar, cui poi ch'alquanto L'ebbe per l'acqua a suo piacer rivolto Empio Aquilone, in su l'arena al fine,
Miser, lo trasse, ove perdeo la vita. Sia pur quanto si vuol fallace il sogno, Ch'io ne pavento in me medesma e tremo; Né ti fidar col giovenile ardire
Di commetter tua vita a l'onde infide, Se non quando si stan tranquille e quete: E quando a te sia la tua vita a vile, Prendati almen de la mia vita cura,
Che senza te né la mia propria vita, Né me stessa amerei; ma spero omai Che 'l vento posi, e si quieti il mare, E ti faccia al passar la via sicura.
Prendi il viaggio allor, allor con fretta Le braccia e i piè per le ferm'onde muovi; E poi che il mar tanta procella ingombra Che mal sicuro è trapassarlo a nuoto,
Facciati intanto il desiar cocente E 'l noioso aspettar men grave e forte Questa, ch'io tanto invidio, amata carta.
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