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1521–1581

Enone a ParideEpistola quinta

Remigio Nannini

Leggi tu questi versi? o pur la nuova Consorte tua te 'l vieta? Eh leggi pure, Che la carta non è da greca mano, Né da' nimici tuoi vergata e scritta;

Ma la misera Enon, ma quella ninfa Sì celebrata entro alle selve d'Ida, Teco si duol, suo tant'amato sposo, Se pur tu vuoi ch'ella si lagni e doglia,

Di quelle offese, e di quei tanti oltraggi, Che fuor del merto suo sopporta ognora. Qual stella aversa mai, qual dio, qual nume Ha contrastato a' nostri ardenti amori?

E qual mio fallo, e qual mia colpa è stata Cagion ch'io non sia più, Paride, tua? Quel danno e quel dolor che 'l merto adegua Assai men duole, e via men grave appare;

Ma ciò che viene altrui di danno o doglia Fuor del suo merto, assai n'attrista e preme. Tu non eri ancor tal, lassa, quando io Pudica ninfa, e del gran Xanto figlia

Ti tolsi per mio sposo, e bench'adesso Tu sia del re troian creduto prole, E sia così la veritate espressa, Tu nondimeno eri allor servo, et io

Soffersi e volsi a servitor legarmi. Noi lieti già de l'alte querci a l'ombra, Or de' roveri annosi in mezzo al gregge N'assidevamo insieme, e i fiori e l'erbe

Ne feron letto; or ne giacemo sopra Al secco fieno, ora a lo strame vile, Ch'a le stagion più fredde, ai dì più brevi L'umil capanna e 'l poverello albergo

Da le brine e dal giel depressi furo: Chi ti mostrava i monti, e chi le selve Atte a cacciarvi? e chi l'alpestri rupi Ti scorgea, lassa, ed in qual grotta avesse

La salvatica fera i figli ascosti? Spess'ancor di mia man drizzai le reti, E gli animosi can per gli alti monti Spinsi a le fiere dietro, in fuga volte;

E compagna ti fui, consorte, e serva. Tu spesso ancor ne le cortecce dolci Degli alti faggi in mille strani modi Intagliasti il mio nome, e in mille piante

Si legge Enon dalla tua falce impresso. E mi sovien che nel pedal d'un pioppo Su le rive del Xanto ancor si serba Il nome mio, e quanto il tronco cresce

Tanto cresce il mio nome. O belle piante, Crescete a gara, e del bel nostro amore Fate, sorgendo ognor, perpetua fede! E tu felice aventurato pioppo,

Vivi mai sempre, e nel bel tronco serba Queste scritte da lui parole amiche: – Al fonte lor del chiaro Xanto allora Correran l'onde, e torneransi indietro,

Che starà senza Enon Paride in vita –. Corri o bel Xanto indietro, e voi bell'onde Torcete i passi omai, ché 'l mio consorte D'abandonare Enon, lassa, ha sofferto.

Quel dì, misera me, quel dì m'aperse Alle miserie l'alma, e agli occhi il pianto; E da quel dì del mio tranquillo amore, Della mia calma, e del mio bello aprile

Cominciò l'odio, e la tempesta, e 'l verno: Io dico da quel dì ch'in Ida ignude Venere, e Giuno, e la pudica Palla, A cui gloria maggiore era in quel giorno

Vestirsi l'armi, o feminil sua gonna, Ti si mostraro, e ciascheduna intenta Di sua beltate il tuo giudicio attese. Allor che per timor per l'ossa scorse

Un freddo gelo, e si percosse il core Dentro al tuo dubbio, e spaventato petto; Ond'io, cui tema e amor premeva l'alma, Non men d'amor che di spavento piena,

Corsi a le maghe incantatrice vecchie, E a' vecchi pien di malefici e d'anni, Bramosa di saper qual mai dovesse Esser il fin di tal giudicio odioso.

I quai mostrar che di travagli e sangue, Di pene e morti era presagio tristo L'alta sentenza, e nondimen tagliati Fur gli alti abeti, e fabricata in fretta

La grand'armata, e dentro all'onde immersa; E tu nel tuo partir piangesti, e questo Non puoi negar, né t'arrossisca il volto L'essermi stato amante, e non t'aggrevi

Il primo amor, che la seconda fiamma Per sua bruttezza è di vergogna degna. Tu pur piangesti, e sospirasti, e i miei Occhi vedesti ancor bagnati e molli,

E misti i pianti miei, e i miei sospiri Co' tuoi sospiri, e co' tuoi pianti furo; Né sì co' tralci suoi frondosa vite Caro olmo abbraccia, e lo circonda e lega,

Come le braccia tue più volte intorno Mi feron stretto, et amoroso nodo. Ahi quante volte, ahi quante volte vidi Riderne i tuoi compagni, allor che 'l vento

Esser cagion del tuo tardar dicevi, Et egli era all'andar propizio e buono! Ahi quante volte poi, doglioso e mesto, Ritornasti a baciarmi! e con qual pena

L'afflitta lingua tua mi disse a Dio! Ma io dapoi che da leve aura vidi Le vele enfiate, e che da' remi in alto Tratte eran l'acque, e biancheggiavan l'onde,

Non seppi altro che far, che seguir lunge Con gli occhi miei le fuggitive vele Quant'il veder mi fu concesso, e poi Esserti col pensier mai sempre appresso,

E porger preghi alle marine ninfe Perché tu torni, oimè, perché tu torni A' tristi danni miei veloce e presto. Dunque mercé de le mie preci ardenti

E de' miei voti pii, non per Enone Ma per Elena sol tornato sei? Oimè! ch'io fui per meretrice infame, Per adultera vil, devota e pia.

Ei s'erge là sovra la riva un'alta Ruvida mole, e d'ogni intorno guarda Il largo sen del gran Nettunno, e dove Spinte dagli Aquilon si rompan l'onde,

Dalla cui cima a rimirar le vele La prima fui, e dentro al cor mi nacque Sommo disio di trarmi indi nel mare, E venirti a trovar notando al legno:

Ma mentre io t'aspettava, ecco ch'io scorgo Porpora fiammeggiar su l'alta prora, Che mi fe' sbigottir, ch'a te non lice Abito tal: ma poi ch'a proda venne

La presta nave, e si fermò nel porto, Vidi di donna e le sembianze, e 'l volto. Né bastò questo (a che tardai ne l'onde Misera trarmi?), oimè, ch'io vidi ch'ella

Ti si posava amicamente in grembo; Ond'allor sospirai, allor dagli occhi Versai lagrime calde, allor mi svelsi I biondi crini, e mi graffiai le guance,

E di querele altissime, e di voci Empiei la selva d'Ida, e i miei lamenti A quei tronchi, a quei sassi, a quelle piante Narrai ad uno ad uno. Oh voglia il cielo

Ch'Elena ancor così si lagni e doglia, E dal suo sposo odiata, e di lui priva Così s'attristi, et in se stessa pruovi Quell'immenso dolor, quell'aspra pena,

Ch'ella ad Enon fatt'ha provare in prima! Or che tu sei di sangue illustre e chiaro, E carco di tesoro, hai donne belle, Che i legittimi loro amanti sposi

Tradiscan, lassa, e per gli error del mare Ti seguan liete, e ti si stanno in grembo: Ma quando eri di stirpe oscura e vile, E di ricchezze inerme, e nelle selve

Povero pastorel pascevi i greggi, Enon sol t'era grata, Enon sola era Del poverello ignudo amante e sposa. Io le ricchezze tue non bramo, o pregio,

Né il sangue illustre, o l'onorato albergo Mi sospinge ad amarti, o perch'io brami Tra l'infinite annoverarmi nuora Del tuo gran padre, e del gran re di Troia;

Non perché 'l giusto vecchio esser si sdegni Suocer di ninfa, o la tua saggia madre Abbia vergogna aver nuora sì vile, Ch'io degna son di gran consorte, e illustre,

Et ho la fronte, et ho le mani ancora E le chiome, e le spalle, atte a portare Corona, scetro, e diadema, e manto: Né mi spregiar, perch'io giacessi teco

Su per le frondi, e su per l'erbe verdi, Perch'io più degna son di letto ornato Di perle, e d'oro e d'ostro; e finalmente Il mio amore è sicuro, e guerra alcuna

Per me non ti si muove, e su per l'onde Nave non vien per far vendetta ch'io T'abbia cotanto, e con tal fede amato. Già col sanguigno, e minaccioso ferro,

E con l'armi nimiche ella è richiesta; E questa è quella dote ond'ella venne Così superba entro all'infame albergo: La qual s'a' Greci suoi render si deggia,

Domandane il famoso Ettore invitto, E Deifobo accorto, e seco ascolta Il gran Polidamante, e poscia attendi Quel ch'Antenore saggio, e quel che 'l vecchio

Priamo, a cui la sperienza, e gli anni Son stati mastri, in periglioso caso Paternamente il suo figliuol consigli. L'è brutta legge e disonesta usanza

Preporre a donna, che nutrita e nata Nella tua patria sia, una impudica Giovin, rapita, e meretrice infame. Quant'hai da vergognarti, e quanto giusta

Cagione ha suo sdegnato amante sposo Muoverne contra i sanguinosi ferri! Né creder mai ch'ella ti sia fidele, Benché sì tosto, e con sì grande amore

Acconsentisse agli amorosi preghi, Che come piange or il minore Atrida Le rotte leggi, e la squarciata fede Del letto geniale, e duolsi ancora

Del peregrino amor, tu similmente Lamenterai tuo folle error: che quando Una sol volta è violata e rotta La santa pudicizia, ella per sempre

È guasta e persa, e racquistar non puossi. Ell'arde or per tuo amore; ella anco in prima Arse del greco suo consorte e fido, La cui troppa credenza e troppa fede

Giacer lo face abandonato e solo Entro all'odiate, e mal gradite piume. O fortunata Andromache, o felice Ch'a sposo sì fedel ti desti in braccio!

Lassa! ch'io pur doveva esser congiunta Ad uom costante e pio, qual sempre è stato Il suo fratello Ettorre. Ahi via più lieve Di lieve fronda, a cui l'umor sottragga

La men calda stagion, che quinci e quindi La giri il vento, e la sollevi e volva; Ahi via più lieve ancor d'arida spiga, Che da' cocenti soli arsa e risecca

Non ha valor di sostenersi a l'aura! Quest'è quel che Cassandra, i crini e i piedi Discinta e scalza, or mi sovien, predisse; E mi dicea con lagrimosa voce:

Che fai, misera Enone? a che pur vai Solcando i lidi, e vai spargendo il seme Nelle sterili arene? a che t'ingegni, Senza mai speme aver d'amata messe,

Oprarvi i tori, e stimolargli indarno? Ecco che viene una giovenca greca, Per cui la patria, e la consorte, e 'l padre Sarà distrutto, oh no 'l consenta il cielo!

Ecco che viene una giovenca greca; Eh, mentre e' lice ancor, mandate al fondo La trista prora: ahi quante fiamme, ahi quante Morti port'ella, ahi quanto sangue seco!

Così disse ella, e nel furore immersa Fu da sue ancille presa; et io che l'alma Avea d'orrore e di spavento piena Per le parole sue, subito in volto

Pallida, oimè, mi feci, e le mie chiome Per gran timor si fer rigide ed irte. Ahi troppo il ver mi profetasti! ahi lassa! Ch'i miei bei prati, e ' miei fioriti colli

La greca vacca or si possiede e pasce. Sia pur quanto si vuol di faccia bella, Che da non degno e peregrino amore Presa, tradì gli Dii, lo sposo, e 'l padre:

E già ne' suoi primi anni, un'altra volta Rapita fu da l'amator suo Teseo, Io non so qual, e della patria fore Vergine ancor la trasse: e creder deggio

Che giovinetta, e grandemente amata Da giovinetto amante, al padre sia Vergin tornata, et incorrotta, e casta? Tu mi domandi forse ond'io sì fatte

Cose abbia intese? Or non sai tu che nulla, O poco, a' veri amanti Amore asconde? Ma benché il suo fuggirsi, e l'esser tolta, All'altrui forza, e violenza ascriva,

E con tal nome il suo gran fallo adombri, Non puoi velar però sua voglia ingorda, Ché, chi rapita fu tant'altre volte, Fu sol perch'ella volse esser rapita,

Et a sì dolci e sì bramati furti, Et a' ladri amator se stessa offerse; Ma la fidele Enon, ma la tua sposa A te consorte suo, quantunque infido,

Pudicamente s'è servata intatta. I Satiri, i Silvani, i Fauni, e gli altri Selvaggi dii, per la gran selva d'Ida D'acutissimo pino ornati il fronte,

Mi seguan presti, et io da lor m'involo, E per le siepi or mi nascondo, or fuggo; E benché 'l biondo e sacrosanto Apollo, Che fe' le mura a la gran Troia intorno,

Fieramente m'amasse, e primo avesse Di mia virginità l'amate spoglie, L'ebbe per forza, et io con l'unghie il volto Piangendo gli graffiai, e dalla chioma

Più d'un dorato crin gli svelsi, e trassi; Né per mercé del violento stupro Gemme gli addomandai, od oro, od ostro, Ch'egli è vil cosa, e disonesta e brutta,

Dare il suo corpo ad amator bramoso Per così fatti doni; anzi ei mi diede, Giudicandomi lui di premio tale E di bella mercé non poco degna,

Del medicare e la scienza e l'arte: Né nasce erba o radice in prato o in colle Di cui non sappia e la virtute e 'l pregio. Misera me! che l'amoroso ardore

Temprar non so, né intepidir la fiamma Per virtù d'erbe, et a me stessa sono D'aiuto scarsa, e mia virtute ed arte Al maggior uopo e m'abandona e manca.

Anzi l'istesso ancor sacrato Apollo, Primo inventor del medicar salubre, Che l'armento pasceo, quant'alcun dice, Del grande Admeto, a le sue fiamme ardenti

Mal seppe sovenire, e del mio foco Fu grandemente, e lungo tempo acceso. Quel pio soccorso, oimè, quel dolce aiuto, Che la terra già mai, che 'l biondo Apollo,

Quella con l'erbe sue, con l'arte questi, Dar non mi può, tu sol donar mi puoi; E lo puoi darmi, et io lo merto, e debbi Al giusto merto mio mercede eguale:

Ch'altra non è che giustamente avere Pietà di me, che con gli amanti greci, D'acciar non men che di disdegno armati, L'armi non cingo: anzi tua son, sì come

Fui ne' primi anni, e di finir desio Gli ultimi giorni, e la mia vita, teco.

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