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1521–1581

Elena a ParideEpistola decimasesta

Remigio Nannini

Poi che la carta inaspettata, e piena Di temerario e di sfacciato ardire, Offerta vidi a le pudiche luci, Ond'io mi sento ancor tremante il core,

Ho giudicato il ritornarti indietro Breve risposta esser mio degno officio E di gran lode, e di momento grave. Hai tu già mai sì sceleratamente

Avuto ardir del sacrosanto ospizio, Mal saggio peregrin, romper le leggi, E di regina, e maritata e casta, Pungere il core, e stimolar la fede?

Per questo il porto mio benigno accolse Le navi tue, che per sì lunghe vie, Per tanti scogli, e sì dubbiosi errori T'avean portato? e sol per questo, ahi lassa,

Ti fur dell'alto mio reale albergo Le porti aperte? a questo fin ti fue Lo sposo mio così cortese e largo, Benché da strana e peregrina gente

Venissi strano e peregrino? e questa Ingiuria ingiusta, e disonesto oltraggio Esser dovea di beneficio tale L'aspettata mercede? ahimè! chi fosti

Quando da prima in mio palazzo entrasti, Nimico occulto, o forestier gentile? Ben so ch'al tuo parer rustica fia, Però che teco a gran ragion mi doglio,

Questa risposta, e ti parrò scortese. Ma sia pur rozza, e sia scortese ed aspra Quanto a te piace, e ti sembre io villana, Pur che l'onore, e l'onestà gradita

Io non ponga in oblio, né macchia alcuna Faccia men bel l'inviolato nome. S'io non ho il viso, e s'io non ho la fronte Severa e grave, ed in sembianza altrui

Non mi dimostro e riverenda e torva, Io nondimen di pudicizia, e fama Son chiara e pura, e son vivuta sempre, Bench'io sia parsa altrui libera e sciolta,

Senza alcun fallo; e mortal uom non puote Gir del mio cor, né del mio corpo altero. Ma quel ch'io più maravigliosa attendo È lo tuo folle ardir, né so chi t'abbia

Fatto pigliar sì temeraria impresa, Né qual cagion con tal furor t'ha spinto A sperar di godermi, e ch'io mi lasci Al proprio sposo, al proprio onor furare.

Forse perché del re di Creta il figlio, Nipote di Nettunno, ancor donzella, Mi fece forza, io ti son parsa degna, Poi ch'una volta io fui rapita al padre,

D'esser un'altra al mio marito tolta? S'ei con parole, od amorosi preghi M'avesse presa a l'amoroso laccio, Fora la colpa mia: ma s'io già fui

Per forza tolta, in che peccai? qual v'ebbi Animo, o voglia? Ei nondimen l'amato Frutto non colse, e ritornommi indietro, Non avendo sofferto altro in me stessa

Che paura e sospetto; e da mie guance Il protervo amator per forza tolse Sol pochi baci, e più gradita preda Di me non fece il predator amante.

Ma l'importuna tua sfrenata voglia Gita dentro più fôra, e non sarebbe Stata contenta a così leve oltraggio. Ma piacque al ciel che 'l giovanetto greco

Simil non fusse all'amator di Troia; Anzi egli intatta al padre mio mi diede, E la modestia sua men grave feo Il foll'errore, e l'amorosa colpa,

E chiar si vide che del fallo infame Il giovenetto amante alfin pentisse. Adunque il buon Teseo del grave errore Sol si pentì perché il troiano amante

Gli succedesse in disonesto foco, Onde 'l mio nome, e la mia fama andasse Per le bocche del volgo ognor volando? Io per questo non son sdegnata teco,

(E chi crucciar si può contra uom che n'ami?) Pur che l'amor che tu mi mostri ognora Non sia da te ne la sembianza finto, Perch'io di questo ancor pavento, e tremo:

Non perch'io sia così d'ingegno priva Ch'io non conosca e qual beltade e grazia E ne' miei lumi, e nel mio volto annidi, Ma perché 'l creder troppo a noi sovente

Nuoce, e n'offende, e le parole vostre Son, quanto dice alcun, di fede vote. Ma tu dirai che pur de l'altre sono Agli amanti talor cortesi e pie,

E ch'oggi rara è quella donna in cui Bellezza ed onestà sia giunta insieme. Ma chi mi toglie, o chi mi vieta ch'io Esser non possa annoverata ancora

Tra quelle rare, e del bel numero una? E se tu pensi che mia madre sia Esempio espresso ond'io piegar mi deggia, Contempla ben, che ne l'error di lei

Fu qualche scusa, e ne le bianche piume Era il suo amante accortamente ascoso. Ma s'io m'inchino a la impudica colpa, Non ho del mio fallir velame alcuno

Che 'l mio peccato e lo mio fallo adombri. Ella il suo vizio, e l'adulterio infame, Mercé di quel che lo commesse, fece Assai men grave, e per cagion di Giove

Ricompensò lo scelerato fallo. Ma qual Giove già mai, qual uom, qual dio Faria men brutto il mio peccato orrendo, S'io mi ti dessi amicamente in braccio?

Tu la tua stirpe, e i generosi eroi, E de' tuoi regi il real nome inalzi, Ma il mio lignaggio è per se stesso assai Al mondo illustre e glorioso e chiaro:

Che per tacer di Tantalo e d'Atreo, Di Pelope e di Tindaro e degli altri Che per se stessi son famosi al mondo, Ecco la bella e graziosa Leda,

Che dal cigno ingannata aver mi face Giove per padre. Or vanne altiero, e conta Del tuo sangue troian l'antico ceppo, E con Priamo suo racconta 'nsieme

Laomedonte, e 'l gran Dardano, e gli altri; I quai però non vo' spregiar: ma quello Di cui ten vai superbo e tanto apprezzi, Ch'è il tuo quinto avo, è di mia stirpe il primo,

E di colei che cotanto ami è padre. E ben ch'io pensi e lo mi creda certo Che de la Troia tua sia grande il regno, E lo scettro real possente e forte,

Io non credo però che del mio sposo E de la Grecia sia men degno il trono. Ma se Micene, e la mia Sparta è vinta Dal paese troian di gemme e d'oro,

D'uomini illustri e di famosi eroi, La terra vostra è nondimen sì lunge, Ch'ella si può chiamar barbara e strana. Cotanti ancora e sì pregiati doni

La tua lettera ricca a me promette, Ch'ella potrebbe a l'amorosa voglia Piegar del ciel le più pudiche dive: Ma s'io de l'alma et onestà gradita

Volesse trapassar la meta e 'l segno, E lo mio proprio onor far negro e brutto, Tu sol, più che le gemme, e l'ostro, e l'oro, Mi faresti fallire; et io più tosto

Sempre mi viverò quest'anni miei Senza macchiar mia pudicizia, e fama, Od io più te che li tuoi doni alteri Innamorata seguirò per l'onde.

E ben che io non gli sprezzi, o tenga a vile, Quei nondimen son più pregiati e cari, Che fa pregiati il donator gentile: E più m'è caro che sì lunga via

Di cotanta fatica e tanti errori Ti sia stata cagion, ma vie più caro M'è che tu m'ami, e per me t'arda e strugga. Io noto ancor quelli amorosi cenni

Ch'a mensa fai, bench'io non mostri aperto, Anzi finga talor mirare altrove. E veggio ben che con lascivo sguardo Talor mi guardi, e sì negli occhi miei

Tieni i tuoi lumi innamorati affissi, Ch'io la lor luce sopportar non posso. Talor de' tuoi sospir l'acceso vento Mi fere il volto, e talor prendi il vaso

Che m'è vicino, e in quella parte ond'io Bevuto avea tu le tue labbra accosti. Talor t'ho visto ancor parlar col ciglio E con le dita, e manifesti segni

Farmi del grand'amor, ond'io sovente Temei che d'essi il mio marito accorto Non s'accorgesse, e m'arrossi' nel volto, Che del mio vergognar fu vero indizio;

E dissi mormorando: egli non have Vergogna alcuna, e fu mia voce vera. Io nel piatto d'argento, essendo a mensa, Ch'era dinanzi a te, dov'era impresso

Il nome mio, sott'il mio nome ho visto Scriver col vin questa parola: IO AMO. Et io di creder ciò girando gli occhi Talor negava, et ho veduto espresso

Ch'a questa foggia ancor parlar si puote. Queste sarien quelle accortezze, e quegli Atti dolci d'amore, ond'io potrei Piegarmi ai tuoi desir, s'al mio consorte

Romper dovessi la promessa fede. Tu hai ancor, io lo confesso, il volto Di rara grazia e di bellezza ornato, E tal ch'ei può cortese donna amarlo.

Ma sia pur altra avventurata, e senza Colpa e vergogna un tanto ben si goda, Più tosto che l'onor pregiato e caro Sia da strano amator macchiato e vinto.

Prendi esempio da me, ch'ho brutto sposo, Di viver privo di bramata cosa: Che gli è virtù star senz'il ben che piace, E contenersi e superar se stesso.

Quanti altri pensi tu giovani amanti, Che son non men di te bramosi e saggi, Bramar quel che tu brami? O stolto, or credi Esser tu sol ch'abbia le luci in fronte?

Tu più degl'altri, o peregrin, non vedi, Ma ben degl'altri hai più sfacciato ardire, Né più degl'altri hai cor, ma men vergogna. Allor vorrei che tu venuto fussi

A queste rive mie, quand'era ancora Vergine e pura, e che da mille amanti Era per moglie al mio gran padre chiesta: Perché di mille e mille amanti e proci

Saresti stato il primo e 'l più gradito, E mi perdonerà mio sposo in questo, E mi sarà nel mio parer compagno; Ma tu vien tardi al desiato bene,

Perché quel ch'or tu brami, altri possiede. E benché volentier consorte amata Stata ti fossi, io nondimen non sono Del grande Atrida mio forzata moglie.

Deh non voler con le parole accorte Percuoter più la debolezza inferma Del petto feminil, né quella ond'hai, Secondo il tuo parlar, ferito il core

Condurre ad atto et inonesto e bieco, Né nuocer tanto al bel candor pudico; Ma lasciami servar candida e intera La bella fede a quel marito a cui

La mia fortuna mi legò da prima, E non voler dell'onestà gradita D'una greca portar la spoglia infame. Ma tu dirai che nel bel colle Ideo,

Quando Giunone e la pudica Palla, Gl'imperi quella, e la prudenza questa, T'offerser sol perché ciascuna d'esse Giudicata da te più bella fosse,

Vener madre d'Amor promise farte Marito mio: ma ch'i celesti Numi Si sien mostrati ad uom mortale ignudi E dei lor corpi il tuo giudicio atteso

A pena il credo; e benché il creda, quando Ciò fosse ver, non crederò già mai D'esser mercé di tal giudicio fatta, Perch'io non son di tal bellezza e tanta

Ch'io pensi mai che l'amorosa Diva T'abbia promesso me per premio e dono Di tua sentenzia, e sol mi basta agli occhi Di voi mortai parer gentile e bella.

Ma che Vener già mai laudata m'aggia Non ben lo penso, e non lo nego, e forse Puote esser vero, et acconsento a queste Divine lodi: e perché debbo mai

D'esser quella negar ch'esser desio? Non ti sdegnar se così pigra e lenta È la mia fé, ché le gran cose e rare Negli animi di noi tardi han credenza.

Il mio primo piacer dunque è ch'io sia Stata dall'alma dea tenuta bella, Dipoi m'è car che sopra ogni altro dono M'abbia pregiata, e posta inanti a quanti

Palla e Giunon t'avean promessi insieme Famosi imperi e gloriosi onori. Adunque io son tuo fortunato regno, Io tua virtute, e sapienzia amata,

E quanto ben di posseder sospiri. Io ben sarei vie più gelata e dura Che freddo sasso e rugginoso ferro, S'io non amassi un sì gentile e bello,

Un sì cortese innamorato core. Non son, credimi pur, non son di ferro; Ma ben ricuso amar, che mai quell'uomo Esser non puote a gran fatica mio.

E perché debbo affaticarmi in vano D'arar l'arena, e seminar nell'onde? E por mia speme in quella parte ond'io Sperar non deggia mai dolcezza o frutto?

S'io son selvaggia, e male avvezza a questi Amorosi piacer, gli è perch'io mai (E tutto il ciel per testimonio invoco) Non feci torto al mio marito fido.

E s'or ti scrivo, e del mio petto ascondo In questa carta i desiderii interni, Sappia ch'io fo quel che io non fei già mai, E faccio impresa inusitata e nuova.

O ben felici, e fortunate quelle Che sono avezze agli amorosi inganni! Ch'io goffa e folle, et inesperta a questo Soave error, non so veder la strada

Di simil colpa, e mi cred'io che molto Difficil sia di cotal fallo il guado. Già la paura istessa, oimè, m'offende, Veder ch'ognun mi guardi, e il volgo insano

Come impudica altrui mi mostri a dito: Né ciò mi stimo invan, perch'ho sentito D'ambi noi mormorare, ed Etra ancora M'ha rapportato alcuna infamia e carco

Che d'ambi insieme noi tra 'l volgo è sparso: Però nascondi il foco ond'ardi, o vero Pon fine al grande amor; ma perché debbi Finir d'amarmi? egli è pur meglio amando

Tenersi in sen sua bella fiamma ascosa. Vagheggia pur, ma sì celatamente Ch'altri non veggia; e se il mio sposo è lunge Ho ben più libertà che quando egli era

Presente a noi, ma di me stessa in tutto In libertà non son, ché intorno intorno Ho chi m'osserva, e mie parole attende. Egli è partito, e gran cagion lo spinse,

E 'l subito partir non fu men noto Ch'ei fusse presto; e se ei mi disse andando Ch'io prendessi di te cortese cura, Sappia, che del partir stand'ei dubbioso,

Gli dissi: o sposo mio, tornami indietro E presto, e sano; et ei presagio lieto Da le parole mie prendendo, allora Come sposa baciommi, e disse: in questa

Assenza mia, fa' che 'l reale albergo, E le ricchezze, e il peregrin di Troia Ti sieno a core; onde a gran pena il riso Potetti contenere, e mentre ch'io

Mi sforzava celarlo, altro non dissi Se non: io n'arò cura. E s'egli in Creta Con placid'onde, e con propizio vento Drizzò le vele, a te però non lice

Tutto tentar ch'uno amator desia, Perché 'l mio sposo è così lunge, ch'egli Puote aver di me cura; e poi non sai Com'hanno i re le man lunghe, e le braccia?

L'infamia ancor mi dà terror, che quanto Siamo da voi di gran beltà lodate, Tant'han più di temer li sposi nostri Giusta cagion; e quella gloria ond'io

Or sono in pregio e reputata onesta S'oppone al mio voler, bench'io bramassi Diletto alcuno: e ben cred'io che meglio Fora ingannare il comun grido, e sotto

Il vel dell'onestà gustar talora D'un amante gentil gli amati frutti. Né ti maravigliar che andando ei lunge M'abbia lasciata in uno albergo istesso

Con teco insieme, et a la fé commessa D'un forestier: perché ei sa quanta, e quale È la bontà di mia pudica vita. S'ei de la mia beltà geloso teme,

Mia pudicizia il fa sicuro, e s'io Son bella in viso, io son nel cor pudica. Tu mi di' poi che l'opportuno tempo Io non lasci fuggir che m'have il mio

Sposo concesso, e ch'io mi goda quella Commodità ch'al suo partir lasciommi: Io ben farlo desio, ma temo, e vivo Tra timore e desire, e non ben ferma

È la mia voglia, e son dubbiosa ancora Di quel ch'io debbo far: mio sposo è lunge, Tu senza donna giaci, e mia beltade Ti face amarmi, e me tua faccia inchina;

E le notti son lunghe, e già ne lice Insieme ragionar, e l'esser teco In un albergo m'assicura, e invita; E l'aspetto gentile e il sangue illustre

A sì bel furto ognor ne spinge e sprona. Poss'io morir s'a la amorosa colpa Ogni gradita occasione e fida Non ne chiama e ne sforza; e non so quale

Vil mi faccia tardar sospetto e tema. Volesse il ciel che quel ch'amando brami Persuadere a semplicetta donna, Tu potessi per forza aver da lei!

Che mia rozzezza, e mia vergogna fora Così scacciata; e spesse volte avviene Ch'un grave oltraggio a l'oltraggiato è bono. E mal mio grado a fortunato stato

Sarei rapita, et al dispetto mio Sarei felice, e fortunata, e lieta. Ma pur meglio è ch'al cominciato amore Io faccia forza, e mi dimostri invitta:

Ché nuova fiamma in sul principio ardente Poca acqua ammorza, e malamente puote Avere in peregrin fermezza Amore: Perch'ei ne vien con voi di terra in terra

Mai sempre errando, e qualor pensi e credi Ch'altra cosa non sia più ferma al mondo, Allor sen fugge; e l'infelici e belle Arianna, et Isifile, e Medea

Fan fede altrui de l'incostanza e fede Del peregrin amor, che scioccamente Si diero in braccio ai peregrini amanti. E tu mal fido ancor lasciato hai quella

Sì bella Enon, che cotanti anni e tanti, Misera lei, sì caldamente amasti. E tu medesmo non lo nieghi, et io, Come conviensi a saggia donna amata,

Con diligenza ho ricercato e inteso Ogni pensiero, ogni parola, ogni opra, E più che tu non credi, avuto ho cura Di te, che fai l'innamorato meco.

Aggiugni ancor che s'amator costante Brami mostrarti, e mio fidele amico, Tu no 'l puoi far, perch'i compagni tuoi Poco staranno a richiamarti in Troia.

Ecco che mentre noi parliamo insieme E t'apparecchi a la sperata notte, Il vento spira, e le troiane antenne A ritornarsi al bel paese invita.

E lascerai nel cominciar l'impresa Imperfetto il piacer bramato, e teco E col vento n'andrà per l'onde a volo Il nostro amor, ch'or sì cocente mostri.

Ma debb'io pur seguir, come or ne preghi, L'accesa voglia, e venir debbo teco A riveder l'alte famose mura De la gran Troia? e diventar del saggio

Priamo nuora, e di vedermi al grande Laomedonte in parentado aggiunta? No, ch'io non debbo mai voler godermi Un tristo, infame, e fuggitivo bene:

Et io non son così perduta e folle, E non spregio così la voce e il grido De la fama immortal, ch'io brami e voglia Ch'ella de' falli miei nefandi e brutti

E de le mie vergogne il mondo ingombri. Che diria poi di me Sparta e Micene? Che tutta Grecia, e l'asiana gente? Che parlerian di me Priamo, e seco

La sua consorte, i tuoi fratelli, e tante Sue nuore illustri, e tutta Troia insieme? E tu come potresti entro al tuo core Fedel tenermi, e col tuo proprio esempio

Non star de la mia fé mai sempre in dubbio? Ogni uomo illustre, e peregrin famoso Ch'entrasse dentro ai bei troiani porti Di gelosia ti pungerebbe il seno.

Oh quante volte poi sfacciata e trista, Femina vile, e meretrice infame Mi chiameresti, essend'irato meco. E non ti sovverria che dentro al mio

Fallo sarebbe il tuo peccato involto, E d'un medesmo error saresti insieme Autor dolce, e riprensor amaro? Ma pria la terra in un momento irata

S'apra, e m'inghiotta, anzi ch'io franga mai La santa fé del maritale amore, E mi dia in preda a peregrino amante Che con parole tai m'oltraggi, e spregi.

Ma tu dirai che le ricchezze immense Mi goderò del gran troiano impero, E via maggiori avrò pregiati doni Di quei che mi prometti, e sarò altera

Di ricche gemme, e di purpurei ammanti. Perdonami s'io son libera e sciolta In dirti il ver: non son le gemme, e l'oro, E le tue spoglie, e le cortesi offerte

Pregiate sì che sian bastanti a farmi Rimuover quindi innamorata il passo. E il viver qui nel mio mendico regno Troppo, né so perché, mi giova e piace.

Chi mi daria, quando oltraggiata io fussi, Nel paese troian pietosa aita? E d'onde attenderei, lassa, il soccorso Del mio fratello, o poco amato padre?

Anco a la troppo innamorata e folle Medea promise il peregrino sposo, Il fallace Giason, tutte le cose, E nondimen fu discacciata poi,

E non aveva il vecchiarello Eeta Suo genitor, né la sua madre Issea, Né Calliope sua sirocchia, ove ella Volger potesse il dispregiato piede.

Ma tu dirai ch'io paventar non debba Sì fatto oltraggio, et io rispondo, e dico Ch'anco Medea non paventava; e spesso Tradita vien dal suo presagio lieto

Nostra speme fallace: e quelle navi Ch'or tempesta crudel nel mezzo a l'onde Assalta e frange, ebber Nettunno amico, E 'l mar tranquillo, e 'l ciel sereno e bello,

Mentre che fisso avean l'ancore in porto. Quel sogno poi mi sbigotisce, in cui, Il giorno inanzi al fortunato parto, Partorir parve a la tua madre al mondo

Una sanguigna e spaventosa fiamma. E temo ancor degli indovini accorti Il gran giudicio, e 'l vaticinio espresso, Ond'han veduto, indovinato, e detto

Che 'l greco fuoco abbruciar deve un giorno E incenerire il superb'Ilio, e Troia. L'irata Giuno, e la sdegnata Palla M'empieno il cor di gran spavento e tema,

Perché tu desti a l'amorosa Diva Contra di lor de la bellezza il pregio, Le quai vorran de la beltà spregiata Far lor vendetta, ancor ch'armata in campo

Venere prenda in tua difesa il ferro, E ti sia guida a l'amorosa impresa. Né son dubbiosa ancor ch'Atrida irato, S'io seguo te, ne spiegherà l'insegne

E l'armi contra, e tra le spade e 'l sangue Sarà mai sempre il nostro amore involto. Perché tu sai di qual battaglia fera Fosse cagione Ippodamia gentile

Tra 'l popol di Tessaglia, e tra la forte Torma de le biformi alpestri belve: Credi tu poi che sarà pigro e lento A vendicar lo scelerato oltraggio

Il mio marito, Agamennone, e il vecchio Tindaro, a cui tutta la Grecia inchina? Ma ben che tu ti vanti, e i gesti alteri Da te fatti racconti in lotta e in guerra,

Non è però che differente il viso Non sia da le parole, e che 'l tuo corpo Non sia più pronto a l'amoroso gioco Ch'agli assalti di Marte: e però lascia

Ad altri guerreggiar, tu solo attendi, Paride, amare. Ed a quel forte Ettorre, Che tanto laudi e che cotanto stimi, Lascia l'incarco de la guerra, e ch'egli

Per te combatta, e ti difenda in campo: Ch'altra milizia al tuo valor conviensi, Et ad altra opra hai più disposto et atto Il gentil corpo, e le ben fatte membra.

Il qual valor s'io fussi saggia, e meno Di quel ch'io sono e timidetta e vile, Devrei provare; e giovanetto amante Se fia prudente il proverà talora.

E fors'anch'io lo proverò, lasciando E l'onestate e la vergogna indietro, E vinta ti darò me stessa in guisa D'umil pregiona al vincitor gentile.

Quel che dimandi poi, ch'ascosamente Io ti conceda il ragionar con meco Sol una notte, io quanto brami intendo, E quel che importi il favellar; ma troppo

Affretti il tuo desio bramoso e caldo, E per ancora è la tua messe in erba: E forse amica ai tuoi bei voti fia Questa tardanza che t'annoia e strugge.

Ma chiudo qui, poi che la mano è stanca, Di questa carta il ragionare, a cui Ho la mia mente, e lo mio petto aperto. Quel che ne resta poi, trattianlo insieme

Per mezzo ed opra di mie fide ancille Climene ed Etra, a cui discopro ogn'altro Secreto mio, ch'elle saran mai sempre D'ambi i nostri desir messaggie fide.

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