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1521–1581

Deianira a ErcoleEpistola nona

Remigio Nannini

Io ben mi glorio, io ben mi pregio e vanto Ch'Ecalia, o grande Alcide, all'alte e chiare Prove nostre s'aggiunga, ma ben poi, Lassa, mi doglio ch'a la bella vinta

Nimica tua tu vincitor soggiaccia. La brutta fama, e de' tuoi fatti indegna A le greche città subito è giunta, Gridando: a quei che mai Giunon non vinse,

Né l'atterraron le fatiche immense, La bella Iole sola ha posto il giogo. Quest'è l'empio desio, quest'è la voglia Del crudo Euristeo, e de la tua matrigna

Al gran Giove sorella, a cui fia grata La lorda macchia di tua brutta vita: Ma tu non sembri quello al cui concetto, Se creder ciò si deve, una sol notte

Perché nascessi tale, oimè, fu poca, E via più che Giunon, Vener ti nocque: Ch'ella t'alzò mentre t'oppresse, e questa Tien sotto al piede umile il collo altero.

Guarda intorno la terra, e guarda il mare, A cui l'antica e desiata pace Con le tue forze già rendesti, e vedi Che quella e questo ti s'inchina e debbe;

Guarda, deh guarda omai che de' tuoi merti Del sole è pieno e l'uno e l'altro albergo. Tu pria reggesti il ciel, che debbe poi Sostener te; così l'antico Atlante,

Posto il gravoso et onorato incarco Sopra gli omeri tuoi, le stelle resse. E ch'hai fatto per tante, e sì famose Opre, salvo ch'aggiunto a la vergogna

Hai maggior biasmo, or s'a' bei fatti illustri La sozza macchia de lo stupro aggiugni? Tu fusti quel, come è 'l publico grido, Che due rabbiose avelenate serpi,

Mentre eri in fasce, strangolasti: allora Fusti degno ch'un dio ti fusse padre. Il principio fu buon, ma tristo il fine; E son di quelle prime assai minori

L'ultime prove, e da te stesso sei, Allor fanciullo, or vecchio, assai difforme. Colui, lassa, colui, che mille belve, Né Giunon mai, né 'l suo nimico Euristeo

Poteron superar, l'ha vinto Amore. Forse ch'alcun dirà ch'io sia felice, Perch'io son donna al grand'Ercole, e nuora Di quello dio che su dal ciel qui tuona;

Ma quanto male ad uno aratro insieme Due giovenchi si stan, che sien tra loro Poco conformi, o di valore o d'anni, Tanto si disconvien ch'a grande sposo

Si congiunga di lui sposa minore. Non m'è gloria, ma peso; e questo incarco Offende l'altrui spalle: onde s'alcuna Vuol maritarsi pur, s'unisca a quello

Che di sangue, e virtù sia pari a lei. Il mio sposo da me sempre è lontano, E 'l peregrin via più di lui m'è noto: Egli seguendo va gli orrendi mostri

E le selvagge belve, et io dolente Vedova, e sconsolata in casa stommi Intenta ai voti et a' pudici prieghi, Temendo ch'egli tra' suoi tanti, e tanti

E nimici, e perigli, oimè, non pera: Io sempre ho nel pensier cinghiali e serpi, Leoni ingordi, e con la mente ognora Tra lor m'aggiro, e con quest'occhi veggio

A l'ossa del mio sposo i cani intorno. L'interiora dell'uccise bestie Mi fan temere, e le notturne larve, E quanto ha di secreto in sé la notte,

Mi spaventan mai sempre; ed io meschina Vo pur cercando se la fama incerta Qualche nuova di te n'arrechi, et ora La vana speme il mio timor discaccia,

Or la paura la speranza uccide. La tua madre è lontana, e duolsi e piange Che di sé s'invaghisse un tanto dio, Né m'è presente Anfitrione od Illo,

Quest'ad ambi figliuol, quello a te padre. Sol l'empio esecutore ascolto et odo Dell'iniqua Giunon, di cui pur troppo È lunga l'ira: e questo a le mie spalle

Fora peso leggier, s'a tale incarco Non aggiugnessi i peregrini amori, Per cui del seme tuo ciascuna donna Fatta gravida omai, puote esser madre.

Io non vo' dir, né ricordarti quando Nelle valli d'Arcadia a la bell'Auge Togliesti l'onestà, che tanto è cara; Né conterò lo scelerato parto

De la figlia d'Ormeno, o 'l brutto stupro Di cinquanta sorelle, ove pur una, La tua mercé, non vi restò pudica. D'una adultera sol vo' dirti, ond'io

Son fatta a Lamo suo figliuol matrigna, Per cui già vide il bel Meandro, ch'erra Nelle medesme terre, e l'onde istesse In sé stesso ritorce, ahi lassa, dico,

Vide i monili a quell'erculeo collo, A cui piccola già fu soma il cielo: Non ti parve ei vergogna aver d'intorno Le perle e l'oro a le gagliarde braccia,

Che tolser l'alma al gran leon nemeo Di cui la spoglia al manco omero pende? Ardisti mai d'ornar l'irsute chiome Di nastri e frange? Oh quant'assai più degni

Erano i capei tuoi del bianco pioppo! Oh non ti vergognasti, oimè, che biasmo Ti fosse, a guisa di lasciva putta, Cingerti il feminil meonio cinto?

Non ti torn'egli a mente unqua l'imago Del crudo e fero Diomede, il quale D'umana carne i suoi cavai pasceva? Se dell'Egitto il gran tiranno avesse

Vistoti in sì lascivo abito e molle, Gli fora stato assai vergogna e scorno D'esser stato prigion d'uomo sì vile; E tolto avria dal duro collo Anteo

Le fasce feminili, e i cerri d'oro, Per non aversi a pentir mai d'avere Ceduto ad uomo effeminato e infermo. La fama è qua che tu portasti il cesto

Tra le fanciulle ionie, e le minacce Temesti già de la tua bella donna. Ahi non ti guardi, Alcide? ahi non t'astieni Di metter entro a' lor canestri quella

Di mille imprese già vittrice mano? E, qual femina vil, tremando fili, Et a la bella tua signora rendi Del tuo filato, o gran vergogna, il peso?

Ahi quante volte, ahi quante volte, mentre Torci lo stame con le dita dure, Le man robuste hanno spezzato i fusi! Anzi si crede, o poverello Alcide,

Che da la sferza sbigottito, a' piedi De la tua donna paventassi l'ire, E narrassi le prove ond'hai portate Mille onorate palme, e mille chiari

E superbi trofei, i quali allora Per vergogna minor tacer dovevi: E che tu dica che rinvolto in fasce Uccidesti due serpi, e le lor code

T'avolgesti alle mani, e come ancora In Erimanto il cinghial morto giace. Né del tracio tiranno i fatti crudi In silenzio trapassi, e i bianchi teschi

De' tristi morti agli empi alberghi affissi, Né le cavalle di lor carne grasse; Né 'l brutto mostro che tre corpi aveva, Benché fusse in tre corpi un uomo solo:

Io dico Gerion, di cui pasceva L'armento ricco in su l'ispano Ibero; Né le tre fronti ancor de' cani orrendi Di Cerber tronche via da un busto intero,

E che 'n vece di peli avean serpenti; Né la serpe lernea, che de' suoi danni Si faceva più ricca, e le ferite La ritornavan più gagliarda e forte.

E non debbi tacer chi già morio Tra 'l sinistro tuo fianco, e 'l destro braccio; Né come ancor parte uccidesti, e parte Volgesti in rotta del biforme stuolo,

Colà ne' monti di Tessaglia, il quale Avea, folle, nei piè la speme posta: Ma puoi tu mai col bel sidonio manto Narrar sì degne e gloriose imprese?

E la tua lingua pel vestito indegno Non si fa muta, e per vergogna tace? Ancor la donna tua l'armi famose Si mise in dosso, e del marito vinto

Arrecò degne et onorate spoglie; Vattene or pure altiero, e i fatti egregi Racconta omai, che tu gli narri indarno: Perché ella adesso è degnamente quello

Che tu sei stato indegnamente, et ella Alcide or è, tu feminetta vile, Di cui tanto minor sei fatto, quanto Era gloria maggior vincere Alcide

Che quei che tu col valor tuo vincesti. Di lei le palme son, di lei le pompe, Di lei l'onor delle famose prove; Taci, non ti lodar, perch'ella omai

È fatta già de le tue lodi erede. O vergogna nefanda! i duri velli, Tratti per forza da le coste dure Dell'irsuto leone, han ricoperto

L'omero feminil, lascivo e infermo: Ma tu t'inganni, ché sì fatte spoglie Non son più del leon, ma sono or tue: Tu la fiera vincesti, ella te vinse.

Una femina, lassa, a cui la rocca Di lana carca saria grave, e poco Atta a portarla, ha già portato quelle Armi onorate, che del negro sangue

Fur dell'Idra lernea macchiate e tinte; Ed avezzò la mano a quella mazza Che domò belve orrende, e poi lasciva Corse a lo specchio, e ne lo specchio vide

Se stessa, e l'armi del suo folle sposo. Io bene avea sì fatte cose udite, E mi piacque il comun publico grido Talor per falso aver, ma 'l lieve duolo

Dalle orecchie partissi, e corse agli occhi, E inanzi agli occhi miei venuta veggio La peregrina meretrice, e poco Valmi il celare il mio supplicio grave.

Né vuoi soffrir che la nimica mia Da me si parta, la qual venne, ahi lassa, Per mezzo a la città, perché quest'occhi La dovesser mirar mal grado loro;

Né venne co' capei negletti e incolti A guisa di prigion, né tenne il volto Dimesso e chino, e col dolore esterno Non confessò la sua fortuna avversa;

Anzi adorna sen va di perle e d'oro, Come ancor tu d'oro e di perle adorno In Frigia fusti, e con la fronte altera Riguarda ognun, tal che par ch'abbia in piedi

La patria, il padre vivo, e vinto Alcide. Et ella forse ancor, poi che scacciata Fia l'infelice Deianira tua, Deposto il vile abominevol nome

Di meretrice, ti sarà consorte. E l'infame imeneo gl'infami corpi Del grande Alcide e de la bella Iole Congiungerà con matrimonio infame.

L'anima, oimè, per tal pensier si fugge, E mi trascorre per le membra un gelo Che la lingua e la man mi fan di smalto. Tu pur ancor me con molte altre amasti,

Non te ne doglia, e senza colpa, et io Ti fui cagion di due famose guerre, Per cui piangendo entro a le turbide onde Accolse l'Acheloo le rotte corna,

E nell'acqua fangosa il capo immerse; E morto ne restò per tuo valore, E per virtù del buon venen lerneo Nesso biforme, che del proprio sangue

Fece del fiume Even l'acque vermiglie. Ma perché raccont'io tai cose? ahi lassa! Ecco, mentre ch'io scrivo, un nunzio tristo Mi vien, che per cagion di quel veneno

Di ch'era tinta la camicia, il mio Sposo si muore: ahi lassa me! ch'ho fatto? A che m'ha spinto il mio furore insano? A che temi il morir, Deianira empia?

Il tuo marito in mezzo al monte Oeta Fia tormentato, e tu crudel, che sei Di tal scelerità cagione e duce, Resterai dopo alla sua morte in vita?

E ch'ho fatto che sia di fama degno, O ch'io debb'esser mai tenuta sposa Del grande Alcide? La mia morte istessa Gli farà fede, ch'io gli fui consorte:

Tu Meleagro ancor, nel mio morire Conoscerai ch'io ti son stata suora. A che temi il morir, Deianira empia? O nostra stirpe a' dolorosi danni

Et agli oltraggi di fortuna esposta, Benché paressi un dì felice e lieta! La noiosa vecchiezza affligge e preme Il vecchio padre de' suoi figli privo,

E 'l mio fratel Tideo sen va sbandito In peregrine parti, e l'altro, vivo, Finio la vita sua, lassa, nel mezzo De le fiamme fatali, onde mia madre

L'ignudo ferro entro 'l suo petto ascose. A che temi il morir, Deianira empia? Ma questo sol, per le sacrate leggi, O dolcissimo mio diletto Alcide,

Del letto genial, ti giuro, ch'io Non t'ho mai fatto oltraggio alcun, ma l'empio Nesso, dapoi ch'al petto ardente vide Fitto il pungente avelenato dardo,

Mi disse: il sangue mio ha gran valore D'innamorare altrui; ond'io bramosa Tenerti all'amor mio legato e preso, Ti diedi i panni già bagnati e tinti

Nel suo mortale avelenato sangue. A che temi il morir, Deianira empia? Restati in pace omai, canuto padre, E tu Gorge sorella, e tu mia dolce

Patria, e tu frate a la mia patria tolto. A Dio, giorno infelice, ch'a quest'occhi Esser l'ultimo debbi, e tu mio sposo, Pur che tu possa, oimè, resta felice:

A Dio, dolce Illo, a Dio mio figlio, a Dio.

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