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1521–1581

Cidippe ad AconzioEpistola vigesima

Remigio Nannini

Gran tema il cor mi scosse, allor ch'io vidi I cari versi tuoi, che senza voce E senza labra aprire, o muover lingua, Sol con la mente, e sol con gli occhi lessi,

Acciò ch'io non facessi un'altra volta Un giuramento, inaveduta, a Dio, Come io fei quando entro al fallace pomo Mal saggia lessi il giuramento scritto;

E nuovi inganni ancor m'avresti tesi, Se, come tu confermi, io non t'avessi Già per mio sposo una sol volta eletto. E quasi fui per non aprir la carta;

Ma dubitai che di Diana l'ira Non si fesse ver me più cruda e fiera, S'io fussi stata al tuo volere acerba. E bench'io faccia e sacrifici e voti,

E devota ed umil gl'incensi abbruci Per onorar la sacrosanta ninfa, Nulla mi val, perch'al tuo grande amore Troppo mostrata s'è benigna e grata,

E tal vendetta fa di mia durezza Ch'usai contra di te, che meno amica Ad Ippolito suo mostrosse e pia. Ma quanto più dovea, vergine e casta,

Di casta favorir vergine e pura Il casto corpo e la pudica mente, E che casta guidassi i miei verd'anni, Ch'or, sua mercé, d'infirmitade oppressi

Misera veggio, e ch'ella voglia temo Che sfortunati sien, miseri, e brevi.

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