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1698–1782

XXX

Pietro Metastasio

Dal povero mio cor, Tu di cortese padre iniqua figlia, Speme nata d'Amore, Mostri nell'altrui ciglia

Di lusinga vestito ancor l'inganno; Tu, che sol per mio danno Strane idee e diverse al pensier porti, E insiem confondi e mesci,

In cor che sia fedel, doglie e conforti; Tu che m'affanni e incresci, E dopo lunga pena Vuoi che spanda il desio sue nuove piume,

E che torni al suo nume; Tu che amica e serena, Grazie spirando e ardore, Fingi amorosa a me l'altrui sembianza;

Dal povero mio cor, che vuoi, Speranza? Menzognera dici: ‘Spera’, Ma il mio cor più non ti crede, Perché fede non trovò.

Già ti sgrida ingrata, infida, Già ti chiama il cor ferito, Ché tradito il cor restò. Pallido ancor, tremante

Per la sofferta già fiera tempesta, Fuor dell'onda incostante Su l'arena il nocchiero il piede arresta: Guata spumar crucciosi

I marini cavalli, e in tanto sparte E vele e remi e sarte Vede nuotar con tema e con spavento, E il turbine rotare, e il nembo e il vento;

Sin dal profondo seno Ode mugghiare il mar; né più si affida All'acque e all'aria infida, Benché si mostri a lui chiara e serena;

Né, per calma che inviti, Torna le vele a sciorre; e tu che sai Qual procella provai, Tornando a lusingar la mia costanza,

Dal povero mio cor, che vuoi, Speranza? Ha scogli e rie procelle L'infido mar d'Amor: Fermati in porto, o cor,

Non scior le vele. Sogliono pur due stelle Spingere a naufragar: No, non ti lusingar,

L'onda è infedele.

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