Or che una nube ingrata Del sol t'asconde i rai, Quanta pietà mi fai, Clizia infelice!
Quando in quel fior che dal tuo nome ha i fregi Si perdé tua beltade e tua speranza, Per unica mercede e sol conforto De' tuoi teneri affetti
Ti fu dal Cielo e dal destin concesso Il poter a tua voglia almen dal suolo Vagheggiar nelle sfere il tuo bel nume. Ma che? Misera al pari, o ninfa o fiore,
Oggi questo piacer che sol ti resta A te goder non lice Or che una nube ingrata Del sol ti asconde i rai;
Quanta pietà mi fai, Clizia infelice. Senza il misero piacer Di veder quel bel che adori Veggo languir tue foglie,
Perdersi tua beltà, Povero fiore. Ed or che a me si toglie Mirar la bella Irene,
Il suo smarrito bene Anche ne' danni suoi Piange il mio core. M'intendi? Io tutto dissi: ahi qual tormento!
Sai tu, bel fiore amato, Sai tu, ninfa gentil che in lui t'ascondi, Perché di tue sventure, Perché de' mali tuoi tanto mi duole?
Provo quelle in me stesso, Questi in me stesso io sento: Irene, oh Dio! Irene ch'è il mio sol, Irene amata Che a me si strugge, e il di cui moto io sieguo,
Veder non posso, ed il vederla almeno Era il solo piacer degli occhi miei: Questo è il solo pensier che somiglianti Rende gli affanni tuoi a' danni miei,
E rende i miei tormenti a' mali tuoi. Qual somiglianza, oh Dio! Tu la luce del sol scorger non puoi; Irene almen veder ah! non poss'io.
Contemplare almen chi s'ama È diletto dell'affetto, Se non è bella mercede Del desir d'amante cor:
Se non è sfogo alla brama, È però premio alla fede, Bel ristoro è dell'amor.
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