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1698–1782

XXIII

Pietro Metastasio

Tirsi chiamare a nome Ecco da me imparate, o spechi, o sassi: Tirsi che altrove i passi Volge da me lontano: e forse infido

Arde a' rai d'altro volto, in altro lido. Con sparte inculte chiome Tinta d'atro pallor, molle di pianto Chiamo l'empio che fugge e non m'ascolta:

Quinci e quindi rivolta La pupilla si ferma e non lo mira: E l'alma che sospira Dal duol già vinta e affaticata e stanca,

Tirsi, oh Dio! Tirsi chiede, e langue e manca. Se in amor che sia vicino Fedeltà si cerca in vano, In amor che sia lontano

Ricercarla è vanità: E pur vuole il mio destino, Lusingando il mio timore, Che in lontan crudele amore

Pietà cerchi e fedeltà. Sì, sì, benché l'aspetto D'empia morte e crudel mi s'appresenti, Pur gli estremi tormenti

Aleggiar mi conviene in lontananza, L'egro sguardo volgendo alla speranza: Questa par che mi additi Tirsi che a me ritorna e che mi dice:

‘Fui misero, infelice, Cara, da te lontano: oscuro e cieco Fu sempre il dì per me: ma sempre meco Venne di pura fé la gloria e 'l vanto;

Torna dunque alle gioie e asciuga il pianto.’ So ben che la speranza In fronte a chi s'adora Bella la frode ancora

Fa spesso divenir. Ma so pur che la speme Lusinga la costanza D'un cor che sempre teme

Vicino il suo morir.

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