Ah quanto, o Clori, alletta Anche un folle costume! A poco a poco Cresce, adorna l'inganno, Si fa natura, ogni riguardo oblia:
Al fin diviene universal follia. Diè fin dal dì primiero Giove i sensi a' mortali, e il lor diletto A' sensi destinò: ma de' suoi doni
Abusaron rubelli; un bel sembiante Quindi troppo colora Nelle nostre pupille i vaghi rai, Ed io lo so per prova, e tu lo sai.
Lieti udiam le Sirene, E ne addormenta il canto, e pochi Ulissi Vantan le nostre etadi. Ebbrio vorace Su le prodighe mense
Si scorda altri di sé. Con man furtiva Di arguta penna in vece, o pur dell'asta, Altro talor si tratta: e pur non basta. Fan rossor queste agnellette
Più di noi sagge, innocenti, Che contente dell'erbette Non ricercano di più. Credi pur, le belve ancora
(Convien dirlo, o Clori, al fine) Ammaestrano talora, Ci dan norma di virtù. Solo fra i sensi contumaci ancora
Quello per cui si odora Si serbava innocente; un ramo, un fiore, Un grato arabo fumo Nudriva i suoi desir. Quando improvviso
Violento deliro Lo tradì, lo sedusse. Ingordo, insano Altro volle che odor. Dall'Indo ignoto Le sue delizie ricercò. Per lui
Cento solcano onuste Di peregrine fronde Audaci antenne il vasto sen dell'onde. Da queste foglie appunto,
All'ombra inaridite E in lievissima polve indi converse, Il suo miglior si tragge Prezioso alimento. A noi l'Ibero
Lo reca, e la cortese Ispali gli dà nome. Assai diverso, Benché sembri simìle, È quel che a prezzo vile (ond'è comune)
Dal Batavo si merca. Altro ne manda Ancor la Senna di color più fosco, Quasi in tronchi diviso, e assai conviene Sovra inciso, qual cribro, aspro metallo
Sudar limando: e come tu sovente Del già trito frumento Ne cogli il più bel fior, così di quello Separarne è costume
Con rado velo il più sottile, e poi Aspergerlo d'umor. Di questa ognuno Esca varia gradita, Pasce l'avida brama: ad ogni istante
Le immonde dita appressa Alle nari suggendo, e ognor frattanto, Di lordezze frequenti intriso e incolto, Ne sazia fin le vesti, e tinge il volto.
Con mano ingiuriosa Pari oltraggio al sembiante Fan seguaci le Ninfe Né san forse perché. Non ti seduca,
Clori, l'esempio. Alla tua man perdona, Perdona al tuo bel volto: ah! se cominci, Non ti saprai frenar. Del reo costume Così trionfa il lusinghiero incanto,
Che a voi fu pria delitto e adesso è vanto. Vuoi mirar quanto l'eccesso Va superbo e quanto inganna? Fa scordar fin dal tuo sesso
La tiranna vanità. Chi non cede al suo potere, Se voi pur vinte cedete, Che altra cura non avete
Che far pompa di beltà? Né tutto io dissi. In brevi vasi aurati, Talor di gemme intesti, il raro è chiuso Eletto nutrimento. In mille guise
Varian quelli sembianza, E sostanza e colore, Dell'uso al variar. Di terso limo Altri l'Albi ne appresta
Candido ad arte e pinto, e seco all'opra Or gareggia il Sebeto, e al par dell'oro Val l'industre, ma fragile lavoro. Udisti, o Clori? E pure a tanti insieme
Affollati trasporti Non mancano difese. Oh quanto udrai Di questa polve necessaria amica Le lodi celebrar! Dal capo oppresso,
Vantano che sprigiona Irritando e discioglie Il pigro umor: che del respiro alterno Alle stupide nari
Rende l'offesa libertà: che giova Alle gravi pupille: Che conforta a vegliar: che dolce inganna Il lungo studio ed il sudor: che è seme
Di novelle amistà. Di questi effetti Che dir poss'io? So ben che per felice Lunghissima stagion pria visse il mondo, Senza questo piacer, salvo e giocondo.
Or se tanto procace, Clori, è quel senso e altero Che fu pria sì tranquillo, Ah quanto andran più gli altri sensi erranti,
Che furon sempre in male oprar costanti! Al gel se il rivo inonda, Lento agli estivi ardori, Deh fuggi al verno il fiume
Che abbonda ognor d'umori Col gregge per pietà. Prende del cor l'impero Ogni leggier desio,
È prima un picciol rio, Torrente poi si fa.
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