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1698–1782

XIX

Pietro Metastasio

Fille, giungi opportuna Dalla campagna: or sul mattin t'assiedi, E prendi questa di liquor spumante Ricolma tazza, e bevi. E che? Ritrosa

Sdegni l'invito, e la ricusi? Intendo: Altro umor non conosci Che quel del rivo, e quello Dall'uve espresso. Ah semplice che sei!

Questo è ben altro, che gustar del fonte O di bionda vendemmia. Odimi: io voglio Svelarti i pregi e la sostanza, e poi, Se non ti aggrada, allor fa ciò che vuoi.

Non mi credi, o pastorella? Cedi al ver, cedi alla prova; Ah non può, mentre sei bella, Durar molto il tuo rigor!

Quelle sol d'ingrato aspetto Serban cor rigido incolto; Ma chi vanta un gentil volto Chiude in sen cortese il cor.

Udito avrai sovente Rammentar le felici Dell'India remotissime contrade; Or sappi che de' frutti appunto a noi

Queste fan dono, eletti Tal nettare a compor. Quel nella scelta Più degli altri importante, Sostegno e fondamento,

Quasi a ghianda è simìl. Chi sa che queste Non fosser già le dolci ghiande altrici Dell'innocente antica età? Non giova Dirti il natio suo nome, e in atto schivo

Forse tu rideresti. Or poi che al fuoco Cambiò colore e inaridì, si toglie Dalle aduste sue spoglie: indi su dura Curvata selce, accomodata all'uso,

Da esperte si comprime Robuste braccia, che rotondo e terso Tronco impugnando, ch'è pur sasso, al petto Vicine ed or lontane unite al moto

Alternano strisciando. Oh quanto esala D'odore il cinnamomo allor che all'imo Del cavo marmo a spessi colpi, e grave In polvere si cangia! E questo poi,

Che cernendo si scelse, Al primo unir convien. Con mano avara. D'altra pianta più rara E di più forza e odor l'ingordo suole

Parte aggiungervi ancor. Confuso al fine Quel dell'indiche canne Dolce e candido succo, a te sì caro, Prodigamente vi s'accoppia. Insieme

Tutto adunque si mesce; e ferve intanto Sulla cote il lavoro: onde calcata La buona massa dalla man che sovra Le ricorre frequente,

Si affina e ammorbidisce. Al fin compito Il bel disegno, come il latte indura, Così per quella stringesi e si addensa In varie forme, a cui si adatta; al verno

Quindi è miglior consiglio Differir la fatica. Or di': t'inganno? Dubiti, o Fille, ancor? No; già nel volto Leggo il piacer nel tuo consenso. Oh come

Subito persuade Sagace il gusto ed eloquente, e sempre Quel che l'irrìta dolcemente ancora Più nutre moderato e il sen ristora!

Piacer non v'è più bello Di quel che giova e alletta: Quello che sol diletta, Fille, non è piacer.

Mostrò di senno e d'arte Quindi le prove estreme, Chi seppe il dolce insieme Coll'utile goder.

D'udir sarai bramosa Come il liquor si sciolga? Un chiuso rame Colmo di limpida onda Fa pria che bolla in su i carbon; divisa

Indi in frammenti, e con misura, a tempo Quella sostanza entro v'infondi: all'orlo Veloce la vedrai Gorgogliando salir: ma sia tua cura,

Quando abbisogni allor, vigile e pronta Allontanarla dalla fiamma. Al segno poi che al fin giunse col calor, ritolto Il vaso al rogo ardente, in esso immergi

Breve dentato legno; Che fra le palme stretto, In frequenti rotando opposti giri L'umore agita e fiange

Che spuma e si dilata. In tazze allora Mesci a sorsi, interrotti Dal replicato flagellare alterno, Il soave liquor. Bevilo al fine,

‘Ma siedi,’ ti diranno, ‘E favella fra tanto, e dolcemente Mormora della gente.’ Io chieggio solo Che meco al labbro or tu l'appressi. Ah Fille

Ti piacque? Lo sorbisti? E non sei quella Che fin or lo sdegnò? Del molle sesso Questo sempre è il costume. A' nostri voti Pria si mostra crudel, fugge, ma brama

D'esser raggiunto. Al fin tanto cortese Scusa il rigor, s'affanna, e langue poi, Che stil si cangia, e siam le ninfe noi. Ogni bella al primo invito

Sdegna amor, nega mercede; Negar finge, ma concede, Ma non lascia in libertà. Cede al fin, pronta sospira,

Ma poi s'urta in altro scoglio: Come pria finse l'orgoglio, Forse poi finge pietà.

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