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1698–1782

SCENA ULTIMA

Pietro Metastasio

Sesto, de' tuoi delitti Tu sai la serie, e sai Qual pena ti si dee. Roma sconvolta, L'offesa maestà, le leggi offese,

L'amicizia tradita, il mondo, il Cielo Voglion la morte tua. De' tradimenti Sai pur ch'io son l'unico oggetto. Or senti. Eccoti, eccelso Augusto,

Eccoti al piè la più confusa... Ah! sorgi: Che fai? che brami? Io ti conduco innanzi

L'autor dell'empia trama. Ov'è? chi mai Preparò tante insidie al viver mio? Nol crederai.

Perché? Perché son io. Tu ancora! Oh stelle!

Oh numi! E quanti mai, Quanti siete a tradirmi? Io la più rea

Son di ciascuno; io meditai la trama; Il più fedele amico Io ti sedussi; io del suo cieco amore A tuo danno abusai.

Ma del tuo sdegno Chi fu cagion? La tua bontà. Credei Che questa fosse amor. La destra e il trono

Da te speravo in dono; e poi negletta Restai due volte, e procurai vendetta. Ma che giorno è mai questo! Al punto istesso Che assolvo un reo, ne scopro un altro! E quando

Troverò, giusti numi! Un'anima fedel? Congiuran gli astri, Cred'io, per obbligarmi, a mio dispetto, A diventar crudel. No! non avranno

Questo trionfo. A sostener la gara Già s'impegnò la mia virtù. Vediamo Se più costante sia L'altrui perfidia o la clemenza mia.

Olà! Sesto si sciolga: abbian di nuovo Lentulo e i suoi seguaci E vita e libertà. Sia noto a Roma Ch'io son l'istesso, e ch'io

Tutto so, tutto assolvo e tutto oblio. Oh generoso! E chi mai giunse a tanto? Io son di sasso!

Io non trattengo il pianto! Vitellia, a te promisi La destra mia; ma... Lo conosco, Augusto:

Non è per me. Dopo un tal fallo, il nodo Mostruoso saria. Ti bramo in parte Contenta almeno. Una rival sul trono

Non vedrai, tel prometto. Altra io non voglio Sposa che Roma: i figli miei saranno I popoli soggetti; Serbo indivisi a lor tutti gli affetti.

Tu d'Annio e di Servilia Agl'imenei felici unisci i tuoi, Principessa, se vuoi. Concedi pure La destra a Sesto: il sospirato acquisto

Già gli costa abbastanza. In fin ch'io viva Fia sempre il tuo voler legge al mio core. Ah, Cesare! ah, signore! e poi non soffri

Che t'adori la terra e che destini Tempii il Tebro al tuo nume? E come, e quando Sperar potrò che la memoria amara De' falli miei...

Sesto, non più: torniamo Di nuovo amici, e de' trascorsi tuoi Non si parli più mai. Dal cor di Tito Già cancellati sono:

Me gli scordo, t'abbraccio e ti perdono.

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