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1698–1782

SCENA SETTIMA

Pietro Metastasio

E dove mai s'intese Più contumace infedeltà! Poteva Il più tenero padre un figlio reo Trattar con più dolcezza? Anche innocente

D'ogni altro error, saria di vita indegno Per questo sol. Deggio alla mia negletta Disprezzata clemenza una vendetta. Vendetta! Ah! Tito, e tu sarai capace

D'un sì basso desio, che rende eguale L'offeso all'offensor? Merita in vero Gran lode una vendetta, ove non costi Più che il volerla. Il torre altrui la vita

E' facoltà comune Al più vil della terra: il darla è solo De' numi e de' regnanti. Eh! viva... In vano Parlar dunque le leggi? Io lor custode

Le eseguisco così? di Sesto amico Non sa Tito scordarsi? Han pur saputo Obliar d'esser padri e Manlio e Bruto. Sieguansi i grandi esempi. Ogni altro affetto

D'amicizia e pietà taccia per ora. Sesto è reo: Sesto mora!... Eccoci al fine Su le vie del rigore: eccoci aspersi Di cittadino sangue, e s'incomincia

Dal sangue d'un amico. Or che diranno I posteri di noi? Diran che in Tito Si stancò la clemenza, Come in Silla e in Augusto

La crudeltà. Forse diran che troppo Rigido io fui; ch'eran difese al reo I natali e l'età; che un primo errore Punir non si dovea; che un ramo infermo

Subito non recide Saggio cultor, se a risanarlo in vano Molto pria non sudò; che Tito al fine Era l'offeso, e che le proprie offese,

Senza ingiuria del giusto, Ben poteva obliar... Ma dunque io faccio Sì gran forza al mio cor? Né almen sicuro Sarò ch'altri m'approvi? Ah! non si lasci

Il solito cammin. Viva l'amico, Benché infedele; e, se accusarmi il mondo Vuol pur di qualche errore, M'accusi di pietà, non di rigore.

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