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1698–1782

SCENA SESTA

Pietro Metastasio

(Numi! è quello ch'io miro Di Tito il volto? Ah! la dolcezza usata Più non ritrovo in lui. Come divenne Terribile per me!)

(Stelle! ed è questo Il sembiante di Sesto? Il suo delitto Come lo trasformò! Porta sul volto La vergogna, il rimorso e lo spavento)

(Mille affetti diversi ecco a cimento). Avvicinati. (Oh voce Che mi piomba sul cor!)

Non odi? (Oh Dio! Mi trema il piè; sento bagnarmi il volto Da gelido sudore;

L'angoscia del morir non è maggiore). (Palpita l'infedel). (Dubbio mi sembra, Se il pensar che ha fallito

Più dolga a Sesto, o se il punirlo a Tito). (E pur mi fa pietà). Publio, custodi. Lasciatemi con lui. (No, di quel volto

Non ho costanza a sostener l'impero). Ah! Sesto, è dunque vero? Dunque vuoi la mia morte? E in che t'offese Il tuo prence, il tuo padre,

Il tuo benefattor? Se Tito Augusto Hai potuto obliar, di Tito amico Come non ti sovvenne? Il premio è questo Della tenera cura

Ch'ebbe sempre di te? Di chi fidarmi In avvenir potrò, se giunse, oh dèi! Anche Sesto a tradirmi? E lo potesti? E il cor te lo sofferse?

Ah, Tito! ah, mio Clementissimo prence! Non più, non più. Se tu veder potessi Questo misero cor, spergiuro, ingrato,

Pur ti farei pietà. Tutte ho su gli occhi, Tutte le colpe mie; tutti rammento I benefizi tuoi: soffrir non posso Né l'idea di me stesso,

Né la presenza tua. Quel sacro volto, La voce tua, la tua clemenza istessa Diventò mio supplizio. Affretta almeno, Affretta il mio morir. Toglimi presto

Questa vita innfedel; lascia ch'io versi, Se pietoso esser vuoi, Questo perfido sangue a' piedi tuoi. Sorgi, infelice! (Il contenersi è pena

A quel tenero pianto). Or vedi a quale Lagrimevole stato Un delitto riduce, una sfrenata Avidità d'impero! E che sperasti

Di trovar mai nel trono? Il sommo forse D'ogni contento? Ah! sconsigliato, osserva Quai frutti io ne raccolgo; E bramalo se puoi.

No, questa brama Non fu che mi sedusse. Dunque che fu? La debolezza mia,

La mia fatalità. Più chiaro almeno Spiegati. Oh Dio! non posso.

Odimi, o Sesto: Siam soli; il tuo sovrano Non è presente. Apri il tuo core a Tito, Connfidati all'amico; io ti prometto

Che Augusto nol saprà. Del tuo delitto Di' la prima cagion. Cerchiamo insieme Una via di scusarti. Io ne sarei Forse di te più lieto.

Ah! la mia colpa Non ha difesa. In contraccambio almeno D'amicizia lo chiedo. Io non celai

Alla tua fede i più gelosi arcani; Merito ben che Sesto Mi fidi un suo segreto. (Ecco una nuova

Specie di pena! o dispiacere a Tito, O Vitellia accusar). Dubiti ancora? Ma, Sesto, mi ferisci

Nel più vivo del cor. Vedi che troppo Tu l'amicizia oltraggi Con questo diffidar. Pensaci. Appaga Il mio giusto desio.

(Ma qual astro splendeva al nascer mio!) E taci? e non rispondi? Ah! già che puoi Tanto abusar di mia pietà... Signore...

Sappi dunque... (Che fo?) Siegui. (Ma quando Finirò di penar?

Parla una volta: Che mi volevi dir? Ch'io son l'oggetto Dell'ira degli dèi; che la mia sorte

Non ho più forza a tollerar; ch'io stesso Traditor mi confesso, empio mi chiamo; Ch'io merito la morte e ch'io la bramo. Sconoscente! e l'avrai! Custodi! il reo

Toglietemi dinanzi. Il bacio estremo Su quella invitta man... Parti.

Fia questo L'ultimo don. Per questo solo istante Ricordati, signor, l'amor primiero. Parti; non è più tempo.

E' vero, è vero!

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