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1698–1782

SCENA SECONDA

Pietro Metastasio

No, così scellerato Il mio Sesto non credo. Io l'ho veduto Non sol fido ed amico, Ma tenero per me. Tanto cambiarsi

Un'alma non potrebbe. Annio, che rechi? L'innocenza di Sesto, Come la tua, di', si svelò? Che dice? Consolami.

Ah! siggnor, pietà per lui Io vengo ad implorar. Pietà! Ma dunque Sicuramente è reo?

Quel manto, ond'io Parvi infedele, egli mi diè. Da lui Sai che seppesi il cambio. A Sesto in faccia, Esser da lui sedotto

Lentulo afferma, e l'accusato tace. Che sperar si può mai? Speriamo, amico, Speriamo ancora. Agl'infelici è spesso

Colpa la sorte; e quel che vero appare, Sempre vero non è. Tu ne hai le prove: Con la divisa infame Mi vieni innanzi; ognun t'accusa: io chiedo

Degl'indizi ragion; tu non rispondi, Palpiti, ti confondi... A tutti vera Non parea la tua colpa? E pur non era. Chi sa? Di Sesto a danno

Può il caso unir le circostanze istesse, O somiglianti a quelle. Il Ciel volesse! Ma se poi fosse reo?

Ma, se poi fosse reo, dopo sì grandi Prove dell'amor mio; se poi di tanta Enorme ingratitudine è capace, Saprò scordarmi appieno

Anch'io... Ma non sarà: lo spero almeno.

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