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1698–1782

SCENA SECONDA

Pietro Metastasio

Amico, Cesare a sé ti chiama. Ah! non perdete Questi brevi momenti. A Berenice

Tito gli usurpa. Ingiustamente oltraggi, Vitellia, il nostro eroe: Tito ha l'impero E del mondo e di sé. Già per suo cenno

Berenice partì. Come! Che dici! Voi stupite a ragion. Roma ne piange

Di meraviglia e di piacere. Io stesso Quasi nol credo; ed io Fui presente, o Vitellia, al grande addio. (Oh speranze!)

Oh virtù! Quella superba Oh, come volentieri udita avrei Esclamar contro Tito!

Anzi giammai Più tenera non fu. Partì; ma vide Che adorata partiva, e che al suo caro Men che a lei non costava il colpo amaro.

Ognun può lusingarsi. Eh! si conobbe Che bisognava a Tito Tutto l'eroe per superar l'amante.

Vinse, ma combatté. Non era oppresso, Ma tranquillo non era; ed in quel volto, Dicasi per sua gloria, Si vedea la battaglia e la vittoria.

(E pur forse con me,quando credei, Tito ingrato non è). Sesto, sospendi D'eseguire i miei cenni. Il colpo ancora Non è maturo.

E tu noon vuoi ch'io vegga... Ch'io mi lagni, o crudele... Or che vedesti? Di che ti puoi lagnar?

Di nulla (Oh Dio! Chi provò mai tormento eguale al mio?)

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