Te «della patria il padre» Oggi appella il Senato; e mai più giusto Non fu ne' suoi decreti, o invitto Augusto. Né padre sol, ma sei
Suo nume tutelar. Più che mortale Giacché altrui ti dimostri, a' voti altrui Comincia ad avvezzarti. Eccelsio tempio Ti destina il senato; e là si vuole
Che fra divini onori Anche il nume di Tito il Tebro adori. Quei tesori che vedi, Delle serve province annui tributi,
All'opra consacriam. Tito non sdegni Questi del nostro amor pubblici segni. Romani, unico oggetto E' dei voti di Tito il vostro amore;
Ma il vostro amor non passi Tanto i confini suoi, Che debbano arrossirne e Tito e voi. Più tenero, più caro
Nome che quel di padre Per me non v'è; ma meritarlo io voglio, Ottenerlo non curo. I sommi dèi, Quanto imitar mi piace,
Aborrisco emular. Li perde amici Chi li vanta compagni: e non si trova Follia la più fatale Che potersi scordar d'esser mortale.
Quegli offerti tesori Non ricuso però: cambiarne solo L'uso pretendo. Udite. Oltre l'usato Terribile il Vesevo ardenti fiumi
Dalle fauci eruttò; scosse le rupi, Riempié di ruine I campi intorno e le città vicine. Le desolate genti
Fuggendo van; ma la miseria opprime Quei che al fuoco avanzar. Serva quell'oro Di tanti afflitti a riparar lo scempio. Questo, o Romani, è fabbricarmi il tempio.
Oh vero eroe! Quanto di te minori Tutti i premi son mai, tutte le lodi! Basta, basta, o Quiriti.
Sesto a me s'avvicini; Annioo non parta; Ogni altro si allontani. (Adesso, o Sesto, Parla per me).
Come, signor, potesti La tua bella regina... Ah! Sesto, amico, Che terribil momento! Io non credei...
Basta, ho vinto: partì. Grazie agli dèi! Giusto è ch'io pensi adesso A compir la vittoria. Il più si fece: Facciasi il meno.
E che più resta? A Roma Toglier ogni sospetto Di vederla mia sposa.
Assai lo toglie La sua partenza. Un'altra volta ancora Partissi e ritornò. Del terzo incontro
Dubitar si potrebbe; e, fin che vuoto Il mio talamo sia d'altra consorte, Chi sa gli affetti miei Sempre dirà ch'io lo conservo a lei.
Il nome di regina Troppo Roma aborrisce. Una sua figlia Vuol veder sul mio soglio; E appagarla convien. Giacché l'amore
Scelse in vano i miei lacci, io vuo' che almeno L'amicizia or gli scelga. Al tuo s'unisca, Sesto, il cesareo sangue. Oggi mia sposa Sarà la tua germana.
Servilia? Appunto. (Oh me infelice!) (Oh dèi!
Annio è perduto!) Udisti? Che dici? Non rispondi? E chi potrebbe
Risponderti, o signor? M'opprime a segno La tua bontà, che non ho cor... Vorrei... (Sesto è in pana per me). Spiegati. Io tutto
Farò per tuo vantaggio. (Ah! si serva l'amico). (Annio, coraggio!) Tito!...
Augusto, io conosco Di Sesto il cor. Fin dalla cuna insieme Tenero amor ne stringe. Ei, di se stesso Modesto estimator, teme che sembri
Sproporzionato il dono; e non s'avvede Ch'ogni distanza eguaglia D'un Cesare il favor. ma tu consiglio Da lui pretender non déi. Come potresti
Sposa elegger più degna Dell'impero e di te? Virtù, bellezza, Tutto è in Servilia. Io le conobbi in volto Ch'era nata a regnar. De' miei presagi
L'adempimento è questo. (Annio parla così! Sogno o son desto?) E ben! recane a lei, Annio, t la novella; e tu mi siegui,
Amato Sesto, e queste Tue dubbiezze deponi. Avrai tal parte Tu ancor nel soglio, e tanto T'innalzerò, che resterà ben poco
Dello spazio infinito, Che frapposer gli dèi fra Sesto e Tito. Questo è troppo, o signor. Modera almeno, Se ingrati non ci vuoi,
Modera, Augusto, i benefizi tuoi. Ma che! se mi negate Che benefico io sia, che mi lasciate?
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