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1698–1782

SCENA QUATTORDICESIMA

Pietro Metastasio

Posso al fine, o crudele... Oh Dio! l'ore in querele Non perdiamo così. Fuggi e conserva La tua vita e la mia.

Ch'io fugga e lasci Un amico innocente... Io dell'amico La cura prenderò.

No, fin ch'io vegga Annio in periglio... A tutti i numi il giuro, Io lo difenderò.

Ma che ti giova La fuga mia? Con la tua fuga è salva La tua vita, il mio onor. Tu sei perduto,

Se alcun ti scopre, e, se scoperto sei, Pubblico è il mio segreto. In questo seno Sepolto resterà. Nessuno il seppe:

Tacendolo morrò. Mi fiderei, Se minor tenerezza Per Tito in te vedessi. Il suo rigore

Non temo già; la sua clemenza io temo: Questa ti vincerebbe. Ah! per que' primi Momenti in cui ti piacqui, ah! per le care Dolci speranze tue, fuggi, assicura

Il mio timido cor. Tanto facesti: L'opra compisci. Il più gran dono è questo Che far mi puoi. Tu non mi rendi meno Che la pace e l'onor. Sesto, che dici?

Risolvi. Oh Dio! Sì, già ti leggo in volto La pietà che hai di me; conosco i moti

Del tenero tuo cor. Di': m'ingannai? Sperai troppo da te? Ma parla, o Sesto! Partirò, fuggirò. (Che incanto è questo!) Respiro!

Almen tal volta Quando lungi sarò...

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