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1698–1782

SCENA PRIMA

Pietro Metastasio

Oh dèi, che smania è questa! Che tumulto ho nel cor! Palpito, agghiaccio: M'incammino, m'arresto: ogni aura, ogni ombra Mi fa tremare. Io non credea che fosse

Sì difficile impresa esser malvagio. Ma compirla convien. Già per mio cenno Lentulo corre al Campidoglio. Io deggio Tito assalir. Nel precipizio orrendo

E' scorso il piè. Necessità divenne Ormai la mia ruina. Almen si vada Con valore a perir. Valore? E come Può averne un traditor? Sesto infelice,

Tu traditor! Che orribil nome! E pure T'affretti a meritarlo. E chi tradisci? Il più grande, il più giusto, il più clemente Principe della terra, a cui tu devi

Quanto puoi, quanto sei. Bella mercede Gli rendi in vero! Ei t'innalzò per farti Il carnefice suo. M'inghiotta il suolo Prima ch'io tal divenga. Ah! non ho core,

Vitellia, a secondar gli sdegni tui: Morrei, prima del colpo, in faccia a lui. S'impedisca... Ma come, Or che tutto è disposto?... Andiamo, andiamo

Lentulo a trattener. Sieguane poi Quel che il fato vorrà. Stelle, che miro! Arde già il Campidoglio! Aimè! l'impresa Lentulo incominciò. Forse già tardi

Sono i rimorsi miei. Difendetemi Tito, eterni dèi!

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