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1698–1782

SCENA NONA

Pietro Metastasio

Di Tito al piè... Servilia! Augusta! Ah! signor, sì gran nome Non darmi ancora: odiami prima. Io deggio

Palesarti un arcan. Publio, ti scosta, Ma non partir. Che del cesareo alloro

Me, fra tante più degne, Generoso monarca, inviti a parte, E' dono tal, che desteria tumulto Nel più stupido core. Io ne comprendo

Tutto il valor. Voglio esser grata, e credo Doverlo esser così. Tu mi scegliesti, Né forse mi conosci. Io, che, tacendo Credei d'ingannarti,

Tutta l'anima mia vengo a svelarti. Parla. Non ha la terra Chi più di me le tue virtudi adori:

Per te nutrisco in petto Sensi di meraviglia e di rispetto. Ma il cor... Deh! non sdegnarti. Eh! parla.

Il core, Signor, non è più mio: già da gran tempo Annio me lo rapì. L'amai che ancora Non comprendea d'amarlo, e non amai

Altri fin or che lui. Genio e costume Unì l'anime nostre. Io non mi sento Valor per obliarlo. Anche dal trono Il solito sentiero

Farebbe a mio dispetto il mio pensiero. So che oppormi è delitto D'un Cesare al voler; ma tutto almeno Sia noto al mio sovrano:

Poi se mi vuol sua sposa, ecco la mano. Grazie, o numi del ciel! Pure una volta Senza larve sul viso Mirai la verità. Pur si ritrova

Chi s'avventuri a dispiacer col vero. Servilia, oh qual contento Oggi provar mi fai! quanta mi porgi Ragion di meraviglia! Annio pospose

Alla grandezza tua la propria pace! Tu ricusi un impero Per essegli fedele! Ed io dovrei Turbar fiamme sì belle? Ah! non produce

Sentimenti sì rei di Tito il core. Figlia, ché padre in vece Di consorte m'avrai, sgombra dall'alma Ogni timore. Annio è tuo sposo. Io voglio

Stringer nodo sì degno. Il Ciel cospiri Meco a farlo felice; e n'abbia poi Cittadini la patria eguali a voi. O Tito! o Augusto! o vera

Delizia de' mortali! io non saprei Come il grato mio cor... Se grata appieno Esser mi vuoi, Servilia, agli altri inspira

Il tuo candor. Di pubblicar procura Che grato a me si rende, Più del falso che piace, il ver che offende.

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