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1698–1782

SCENA DECIMA

Pietro Metastasio

Non giova lusingarsi; Sesto già mi scoperse: a Publio istesso Si conosce sul volto. Ei non fu mai Con me sì ritenuto; ei fugge; ei teme

Di restar meco. Ah! secondato avessi Gl'impulsi del mio cor. Per tempo a Tito Dovea svelarmi e confessar l'errore. Sempre in bocca d'un reo, che la detesta,

Scema d'orror la colpa. Or questo ancora Tardi saria. Seppe il delitto Augusto, E non da me. Questa ragione istessa Fa più grave...

Ah, Vitellia! Ah, principessa! Il misero germano... Il caro amico...

E' condotto a morir. Fra poco, in faccia Di Roma spettatrice, Delle fiere sarà pasto infelice.

Ma che posso per lui? Tutto. A' tuoi prieghi Tito lo donerà. Non può negarlo

Alla novella Augusta. Annio, non sono Augusta ancor. Pria che tramonti il sole

Tito sarà tuo sposo. Or, me presente, Per le pompe festive il cenno ei diede. (Dunque Sesto ha taciuto! Oh amore! oh fede!) Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro

Così, senza pensar?) Parite, amici: Vi seguirò. Ma, se d'un tardo aiuto Sesto fidar si dee, Sesto è perduto.

Precedimi tu ancor. Un breve istante Sola restar desio. Deh! non lasciarlo Nel più bel fior degli anni

Perir così. Sai che fin or di Roma Fu la speme e l'amore. Al fiero eccesso Chi sa chi l'ha sedotto. In te sarebbe Obbliggo la pietà. Quell'infelice

T'amò più di se stesso; avea fra' labbri Sempre il tuo nome; impallidia qualora Si parlava di te. Tu piangi! Ah! parti.

Ma tu perché restar? Vitellia, ah! parmi... Oh dèi! parti, verrò: non tormentarmi!

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