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1698–1782

PEL SANTO NATALE

Pietro Metastasio

Già porta il sol dall'Oceàno fuore Il suo splendore, e va spargendo intorno Novello giorno di letizia ornato Più dell'usato.

Scuotono i pini dall'antica chioma L'orrida soma che li tiene oppressi, E i monti anch'essi l'agghiacciate fronti Sciolgono in fonti.

La valle e il prato in quelle parti e in queste L'erbe riveste, e di fiorita spoglia Lieta germoglia, che da sciolta neve Vita riceve.

E pure il verno or or del pigro gelo Il bianco velo avea per tutto steso, E d'ira acceso Borea, ove correa, Nembi movea.

Ah ben conosco omai l'alta cagione Che sì dispone gli elementi tutti. Non più di lutti e doglie il nostro petto Sarà ricetto.

Nato sei tu, che con eterne leggi Il moto reggi alle celesti sfere, E alle nere tempeste il freno e ai venti Stringi ed allenti.

Nato sei tu, dal cui cenno e potenza Pende l'essenza e il corso delle cose, Che sono ombrose agli occhi de' mortali Deboli e frali.

Quello tu sei che agli elementi diede Natura e sede, e li compose in pace, Perché del sol la face, un tempo oscura, Sorgesse pura.

Tu alla terra ed all'acqua il basso loco, E desti al fuoco più sublime sfera, E la sincera e pura aria dappresso Ponesti ad esso.

Quello sei tu che creò l'uom primiero Che, il grande impero disprezzando, morse Il pomo, e corse in braccio al suo periglio Senza consiglio.

Tu, per corregger l'uman germe immondo, Festi del mondo un elemento solo, Sì ch'alcun ruolo non rimase asciutto Dall'ampio flutto,

Quando salì di Proteo il gregge fido Sul caro nido degli eterei augelli, E i daini snelli, non trovando sponda, Notar su l'onda.

Or che d'alta pietà per noi si muove, In forme nuove ad emendar ci viene, Non con le pene già dovute a noi Dai sdegni suoi,

Ma pigliando in se stesso i propri affanni Per torci a' danni delle colpe gravi, E acciò si lavi un infinito male Con pena eguale;

Ei mirò noi come sdruscito legno Fra l'aspro sdegno d'Aquilone e Noto, Che, per l'ignoto pelago fremendo Fan suono orrendo.

E come dopo un'orrida procella Amica stella a' naviganti appare Che quieta il mare, e col suo lume fido Gli adduce al lido,

Tale il suo aiuto e 'l chiaro esempio sorge Che l'alme scorge a godimento eterno, Che mai per verno o per estivo ardore Languisce o muore.

Or gli alti colli abbasseran le cime, E l'ime valli sorgeran fastose, E diverran le vie scabrose e strane Facili e piane.

Il superbo, che vil se stesso rende Perché dipende dall'ossequio altrui, I fasti sui lasciando, al nume vero Volga il pensiero.

E allor gli fia quella virtù concessa Che da se stessa trae sommo piacere, Non dall'altere pompe e dagli onori Di gemme e d'ori.

Or che l'Autore della pace è nato, In ogni lato si diffonde lieta, E tutte accheta le feroci genti Di sdegni ardenti:

Talché il furor dell'aquile latine, Ch'aspre ruine ragunava intorno, E sempre adorno di novello acquisto Scorrer fu visto,

Traendo dietro de' romani segni Province e regni debellati e vinti, E i regi avvinti ne' trionfi suoi Da' lidi eoi,

L'armi depone, ed in aratri duri Cangia le scuri sanguinose e fiere, E le guerriere spade e i fasci ostili In falci umìli.

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