Già l'ombrosa del giorno atra nemica Di silenzio copriva e di timore L'immenso volto alla gran madre antica: Febo agli oggetti il solito colore
Più non prestava, ed all'aratro appresso Riposava lo stanco agricoltore: Moveano i sogni il vol tacito e spesso, Destando de' mortali entro il pensiere
L'immaginar dall'alta quiete oppresso. Sol io veglio fra cure aspre e severe, Com'egro suol che trae l'ore inquiete, Né discerne ei medesmo il suo volere.
Al fin con l'ali placide e secrete Sen venne il Sonno, e le mie luci accese Dello squallido asperse umor di Lete. Tosto l'occulto gelo al cor discese,
E quel poter, per cui si vede e sente, Dall'uffizio del dì l'alma sospese. Tacquero intorno all'agitata mente L'acerbe cure, e inaspettato oggetto
Al sopito pensier si fe' presente. Parmi in un verde prato esser ristretto, Cui difendon le piante in largo giro Dall'ingiuria del sol l'erboso letto
Picciol ruscel con torto piè rimiro, Che desta nel cammin gigli e viole, Pingendo il margo d'oriental zaffiro; Chiaro così che, se furtivo suole
I rai Febo inviar su l'onda molle, Tornan dal fondo illesi i rai del sole. Dall'un de' lati al pian sovrasta un colle Tutto scosceso e ruinoso al basso,
Ameno poi là dove il giogo estolle. Di lucido piropo in cima al sasso Sfavilla un tempio, che a mirarlo intento Lo sguardo ne divien debile e lasso.
Veggonsi in varie parti a cento a cento Quei che per l'alta disastrosa strada Salir l'eccelso colle hanno talento. La difficile impresa altri non bada,
Ma tratto dal desio s'inoltra e sale, Onde avvien poi che vergognoso cada. Altri con forza al desiderio uguale Supera l'erta; e l'ampia turba imbelle
Gracchia, e si rode di livor mortale. In me, che l'alme fortunate e belle Tant'alte miro, la via scabra e strana Desio s'accende a sormontar con quelle
Qual lioncin, che vede dalla tana Pascere il fiero padre il suo furore Nel fianco aperto d'empia tigre ircana, Anch'ei dimostra il generoso core;
Esce ruggendo, e va lo sparso sangue Su le fauci a lambir del genitore: Tal io, sebbene a tanta impresa langue L'infermo passo, per mirar non resto
Chi cada, o nel cader rimanga esangue. E 'l giovanile ardor, che mi fa presto, Oltre mi spinge, e a sceglier non dimoro Se sia miglior cammin quello di questo.
Ma chi dirà l'ingiurie di coloro Ch'empiono il basso giro? Alme invidiose! Oh al bene oprar nemico infame coro! In van speri quel premio che ripose
Alle fatiche il Ciel, s'altro non sei Che impaccio alle grand'alme e generose. Muovo per l'erta costa i passi miei: Ma la turba crudel mi fu d'intorno,
Talché restarne oppresso io mi credei. Altri ride sbuffando, e mi fa scorno; Altri mi spinge acerbamente indietro; E vuol che al basso suol faccia ritorno.
Altri con urli in spaventoso metro L'orecchio offende e fa inarcar le ciglia, O m'appesta col fiato infausto e tetro. Co' denti altri e coll'unghie a me si appiglia;
Né pria rimuove la livida faccia, Che la bocca e la man non sia vermiglia. Altri, ch'altro non puote, i piè m'abbraccia, E, se non giunge a darmi maggior duolo,
Il lembo almen delle mie vesti straccia. Io, fra la rabbia del maligno stuolo Contro di me senza ragione irato, Che far poteva abbandonato e solo!
Già sono di sudor molle e bagnato, Già mi palpita il core, anela il petto, Laceri ho i panni, e sanguinoso il lato: Già l'ardente desio cede al difetto
Del mio poter; ma venne a darmi aita Del buon maestro il venerato aspetto. Riconosco la guancia scolorita Dal lungo studio, e 'l magistrale impero
Che l'ampia fronte gli adornava in vita. A me rivolse il ciglio suo severo Da cui pur dianzi io regolar solea Delle mie labbra i moti, e del pensiero.
E in mezzo a quella turba invida e rea Discese alquanto, e la sua man mi porse: ‘Deh! sorgi, o figlio, e non temer’, dicea. Alla voce, alla vista un gel mi scorse
Dal capo al piè le più riposte vene, Talché Bion del mio timor s'accorse, E turbato soggiunse: ‘Ah! non conviene Così di tema vil pingere il volto,
Se la mia man ti guida e ti sostiene.’ Quel gel che intorno al core era raccolto, Poiché scaldò vergogna i sensi miei, Venne su gli occhi in lagrime disciolto;
E dissi: ‘Ah padre, che ben tal mi sei Se, poiché mi lasciasti in abbandono, Sostegno e guida, ahi lasso! in te perdei: E se quanto conosco e quanto lo sono,
Fuorché la prima rozza informe spoglia, Di tua man, di tua mente è tutto dono; Ah lascia almen che in pianto si discioglia L'acerbo affanno, e in lagrime diffuso
Esca a far fede dell'interna doglia! ’ Ed ei: ‘Teneri sensi io non ricuso Del grato cor: ma quest'imbelle pianto Deh serba, o figlio, pur, serba ad altr'uso:
E, se degno esser vuoi di starmi accanto, Giustamente adornar tue membra cerca Di quel ch'io cingo luminoso ammanto. Quello è il tempio di Gloria, che ricerca
Ogni alma e non rinviene; e quella sede Col sangue solo e col sudor si merca. Tu porta colassù l'accorto piede; Ma sappi pria che 'l Senno ed il Valore
Della soglia felice in guardia siede: E che quegli il bel tempio entra d'Onore, Che col senno e coll'opre un dì poteo Render d'invidia il nome suo maggiore.
Ivi è il buon Greco che sì chiari feo I nomi di color per cui si rese Specchio del frigio incendio il flutto egeo. Ivi è colui ch'alto cantò le imprese
Del Troiano, e da cui sua nobil arte Il fortunato agricoltore apprese. V'è Demostene, Tullio, e a parte a parte Qualunque lunga età da voi divide
Che latine vergasse o greche carte: Ivi è colui che vincitor si vide Scorrer la Grecia prima, e pianger poi Per invidia sul cener di Pelide.
Tomiri v'è fra' bellicosi eroi, Che fece il tronco capo al re persiano Saziar nel sangue de' seguaci suoi. Ivi è il feroce condottier tebano
Che ruppe nella Leutrica campagna L'audace corso del furor spartano. V'è Scipio che, scorrendo Africa e Spagna, Vinse Annibàl, per cui paventa ancora
Roma il terror di Canne e se ne lagna. Cesar, Marcello, Fabio ivi dimora, E mille e mille, che narrare appieno Di brieve ragionar opra non fora.
Tu intanto, s'entro te non venne meno Il bel desio d'onor, questa fedele Norma ch'io ti prescrivo accogli in seno. Guarda che, per fuggir l'onda crudele,
Non urti in scoglio; ed al propizio vento Libere non lasciar tutte le vele. Ma la tema in tuo core e l'ardimento Componga un misto che prudenza sia:
E seco ti consiglia ogni momento. Dell'onesto e del ver quello ch'io pria Seme in te sparsi, serba, e scorgerai Quai felici germogli un giorno dia.
Di tutto quello che comprendi e sai, Pompa non far; ché un bel tacer tal volta Ogni dotto parlar vince d'assai. Muto de' saggi il ragionare ascolta;
Né molto ti doler s'unqua ti fura Dovuto premio ignara turba e stolta. Noto prima a te stesso esser proccura. Preceda ogni opra tua saggio consiglio,
E poi lascia del resto al Ciel la cura.’ Diss'egli; e, mentre a replicare io piglio, Sen fugge il sogno, e nel medesmo istante Umido apersi e sbigottito il ciglio:
E, dalle piume al suol poste le piante, Vidi del dì la face omai vicina, Ché la compagna del canuto amante Rosseggiava su l'indica marina.
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