Eterno Dio! di quanta insania abbonda Quell'audace desio ne' petti umani, Che ambisce presagir della profonda Sapienza infinita i sacri arcani!
Calme un prevede, ed in quei flutti affonda Che stolto immaginò sicuri e piani; Un predice naufragi, e dove assorto Dall'onda esser credea, ritrova il porto.
Chi di noi, chi nol sa? chi nel contento Non ha in sen de' terrori ancor la traccia? Chi obliato d'un rischio ha lo spavento Che credemmo castigo, e fu minaccia?
E minaccia pietosa, e che di cento Lieti eventi, o Teresa, i semi abbraccia; Che a te prova il favor degli astri amici, Che più saggi noi rende e più felici.
Trascorso oltre i confini ormai vedea L'ardir de' falli nostri il gran Motore, E pensò che a salvarne al fin dovea La sua misericordia usar rigore.
Di là, dove in tre faci unico ardea, Lampeggiar fe' di sdegno il suo splendore; Le sue luci quaggiù girò severe, Strinse il flagello e ne tremâr le sfere.
E qual fu la minaccia, onde alle cose L'apparenza cambiò tranquilla e lieta? I castighi non già di cui propose La terribile scelta al re profeta:
Non fiamme altrici, non procelle ondose, Non la chiusa nel suol forza segreta Con cui scuote la terra, e ne' suoi sdegni Sovverte le città, spaventa i regni:
In te ne minacciò. Parve che avesse Deciso già fra i sommi cori eletti Te chiamar, noi privarne; e tutti oppresse Assaliti in te sola i nostri affetti.
Né solo in noi l'alto terror s'impresse, Ma tremò co' tuoi figli e tuoi soggetti, Dove nulla da te si teme o spera, Per l'onor suo l'umanitade intera.
Oh Dio, qual fu quel primo istante atroce Che in mar d'affanni il popol tuo sommerse! Quai divenimmo a quella prima voce Che il letal tuo periglio a noi scoperse!
Sentì gelarsi ogni alma più feroce; Nessun di pianto le pupille asperse, Ché ognun di noi, l'infausta voce udita, Senza moto rimase e senza vita.
Ma non così nel memorando giorno In cui l'augusto figlio avendo accanto, Pronta a lasciar questo mortal soggiorno, Di cibo ti nutristi eterno e santo.
Allora ognun corse alla reggia intorno; Là il gelo d'ogni cor si sciolse in pianto; Ruppe il dolore i suoi ripari e, sciolto, D'ogni labbro dispose e d'ogni volto.
Né già restò nelle cesaree soglie Il duol che quivi in ogni cor s'infuse; Ma in quanti il cerchio cittadino accoglie Vincitor dilatossi e si diffuse;
E alternando in ognun costumi e voglie, Quasi fin con l'insania ei si confuse: Tutti fummo atterriti, e lo spavento In noi s'espresse in cento forme e cento.
Chi di sé fuor con mal sicuro piede Senza disegno e retrocede e avanza; Chi del tuo stato ad ogni ignoto chiede, Mendicando alimenti alla speranza.
Cerca un l'amico, e innanzi a sé non vede La domestica a lui nota sembianza; Altri a parlar s'affretta e si confonde, Altri piange richiesto e non risponde.
Solima non avea più tetro aspetto Quando portaron l'ultime ruine A lei, di crudeltà ben degno oggetto, Le ministre di Dio spade latine;
Non di Betulia il popolo ristretto Dall'armi assire in misero confine; Non di Ninive, allor che il dì tremendo Vide vicino e l'evitò piangendo.
Spettacolo sì fier vedere esposto, Grande Augusta, al tuo ciglio io non vorrei; Il materno tuo cor non m'è nascosto; Troppo della tua pena io tremerei.
Io so che il vidi, e non ho ancor deposto L'affanno onde fur vinti i sensi miei; E benché su la sponda al fin mi veggio, Con l'alma ancor fra le tempeste ondeggio.
Ma vorrei ben che di ciascun che geme Udito avessi fra i confusi accenti I tuoi pregi esaltar, che tutti insieme Di perderti il timor fece presenti;
Come fondi ciascuno in te sua speme, Come t'ammiri ognun, come rammenti Le amorose tue cure, e qual ti renda Del benefico amor grata vicenda.
A chi sovvien come tu volgi altrui, Sol che ricorra a te, benigno il ciglio; A chi, qual dier pronto soccorso a lui La tua man, le tue cure, il tuo consiglio;
Chi pegni ha in sé de' benefìci tui, Chi gli ha nel genitor, chi gli ha nel figlio; E non sol t'ama ognun madre e signora, Ma ognuno in te la Provvidenza adora.
Oh benefico amor, forse il più grande Fra gli attributi del Fattore eterno! Oh sorgente immortal d'opre ammirande, Oh contento de' giusti, e premio interno!
Chi all'ardor che da te fra noi si spande De' moti del suo cor fida il governo, Somiglia a lui dalla cui mano uscìo Quanto un mortal può somigliarsi a Dio.
Tu rendi sol la maestà sicura Di sorte rea contro l'ingiurie usate, Non le fosse profonde o l'erte mura, I cavi bronzi o le falangi armate;
Ché non basta a disciorre una sventura In vincolo d'amor l'alme legate: Ma quella fé cui sol timore aduna Non cede d'incostanza alla fortuna.
Quanto infelice è chi non sa qual sia D'un benefico core il dolce stato! Chi i merti altrui, gli altrui bisogni oblia, E che solo per sé crede esser nato!
In van di fedeltà prove desia Da chi ragion non ha d'essergli grato. Mal, dove amor non è, fede si cerca, Né con altro che amore amor si merca.
Il tuo rischio crudel ben manifesta Che alla forza d'amor null'altra arriva, O Teresa immortal, prova di questa Eterna verità presente e viva.
Ad evitar la sorte tua funesta, Nel pianto universal quasi appariva Che volesse il comun fervido zelo Co' prieghi suoi far violenza al Cielo.
Oh in quali palesâr preci sincere Il lor di vero amor tenero eccesso Le affannate per te supplici schiere D'ogni età, d'ogni grado e d'ogni sesso!
Non con fronte sicura o ciglia altere, Ma di cor, ma di volto ognun dimesso, Che l'oppresso vigore in te ritorni, Ed a prezzo de' suoi chiede i tuoi giorni.
L'improvviso terror che la serena Faccia cambiò della città confusa Crede ciascun che al suo fallir sia pena, E reo del rischio tuo se stesso accusa;
Inonda il sen di lagrimosa piena Che dal cor ravveduto esce diffusa; E mentre ai prieghi il pentimento accoppia, All'ardente pregar forze raddoppia.
L'immenso stuol di tante preci e tante, Cui penitenza e amor vigore inspira, Novella qualità prende e sembiante Atto del sommo Padre a franger l'ira;
E con fiducia che non ebbe innante S'innalza a volo, ed alle stelle aspira, Come lucida suol fiamma leggiera Aspirar per natura alla sua sfera.
Mosser lo stuolo ad incontrar le belle Virtù dell'alto empiro abitatrici, Le più fide di Dio gradite ancelle, Tue custodi, o Teresa, e tue nutrici,
Del celeste seren vive facelle, Degli eterni decreti esecutrici, Pronte sempre a prestar consiglio e guida A qualunque quaggiù di lor si fida.
Quella v'era che un dì l'alma dubbiosa Sul Moria assicurò del fido Abramo; L'altra che resse in picciol legno ascosa La scarsa allor posterità d'Adamo;
E quella alla di cui cura pietosa Le aperte vie del Ciel tutti dobbiamo, Che il fallo a compensar dell'uom primiero Il più grande compì d'ogni mistero:
Quella che ha, qual nocchiero all'onde in seno, La man sempre al timon, l'occhio alla prora; Quella che con ragion, qual più qual meno Meritevole o reo, punisce, onora;
Quella che regge agli appetiti il freno; Quella che noi rinfranca ed avvalora: E l'altre che son rivi al par di queste Del primo d'ogni ben fonte celeste.
Per esse entrar nella stellata sede Dove non giunser mai voti profani, Ai prieghi nostri, e penetrar si diede Della luce immortal gli abissi arcani.
E Quei che tutto sa, che tutti vede Nelle sorgenti lor gli affetti umani, Del pietoso pensier che in sen gli nacque Vide l'opra adempita, e si compiacque.
Vide in un punto i nostri cori e vide Che in sen d'ognun di pentimento aspersi De' sensi rei fra le lusinghe infide Non eran più miseramente immersi;
Che pronti a seguitar scorte più fide Detestavan lor falli, a lui conversi; E che in pegno di grazia e di perdono Imploravan d'Augusta i giorni in dono.
Fraterno amor vide ne' petti e pace Già di vendetta alberghi e d'ira stolta: Dove prima annidava il fasto audace, La modesta umiltà vide raccolta;
E l'ardente d'aver cura tenace Che tutti oblia, che sol se stessa ascolta, Nella pronta a giovar, tanto a lui grata Generosa pietà vide cangiata.
Il divino Pastor, che di sua voce Così mirò commosso al primo invito Ed al sicuro ovil pronto e veloce Il ribelle tornar gregge smarrito,
Placossi e, dileguando il rischio atroce Onde ognun giustamente era atterrito, Tutta la terra in te, che sei sua cura, Del più bel dono suo rese sicura.
In quai proruppe esterni segni e in quanti La vera d'ogni cor gioia eccessiva, I grati inni festivi, i lieti pianti No, possibil non è ch'io mai descriva.
Di tentar questa impresa altri si vanti, S'altri v'è pur che a tal fiducia arriva. All'opra io, che compirla in van procaccio, Inegual mi confesso, esulto e taccio.
Ma credo io ben, che di letizia piena Così non fosse e sì ridente in viso La gente ebrea, su la sicura arena Quando giunse, varcato il mar diviso;
Né allor che da' macigni in larga vena L'opportuno sgorgar fonte improvviso, Dell'assetato a pro popolo afflitto, La verga fe' del condottier d'Egitto.
Oh come l'amor suo fe' manifesto Quel Dio che parve a noi così severo! Quante felicità dobbiamo a questo Turbine minaccioso e passeggiero!
Oh Fonte di bontà! sempre funesto Sembra il tuo sdegno, e poche volte è vero; Che innocenti vuoi l'alme e non oppresse, E grazie son le tue minacce istesse.
Te felice, o gran donna, a cui fu dato D'ogni nebbia mortal libero e scemo Offrire il cor nel tuo dubbioso stato Pien di fiducia al Regnator supremo,
E a noi mostrar con quai compagni a lato Appressarsi convenga al varco estremo, E con qual di fermezza egual tenore Ben si vive da' giusti e ben si muore.
Felice te, che del più caro pegno Tutto vedesti il cor nel tuo periglio, E ravvisar potesti oltre ogni segno Nell'intrepido eroe tenero figlio,
Che tuo dolce conforto e tuo sostegno Con l'opra, con la voce e col consiglio Tanto mostrossi, e in tante angustie e tante Amoroso, fedel, grato e costante.
Che lui vedesti, a te vegliando appresao Delle notti e dei dì l'intero corso, Tenere a forza il suo dolore oppresso Per non fraudar momenti al tuo soccorso;
E tanto a ogni altro esempio esser l'eccesso Della sua tenerezza oltre trascorso, Che apparve ben che avventurar saprebbe Per chi vita gli diede il don che n'ebbe.
Oh degno figlio, oh di sì nobil pianta Ornamento e decoro, eccelso Augusto! Il premio ah renda a tanto amore, a tanta Virtù dovuto il Ciel benigno e giusto.
Vinca la gloria tua quella che vanta, Ma ognor divisa, il secolo vetusto; Onde ammiri, rispetti ed ami unito Tutto il mondo in te sol Cesare e Tito.
Felici noi, se l'anime commosse Dal salubre timor non furo in vano; Se non tornano al sonno, onde le scosse La pietosa di Dio paterna mano
Che mostronne il flagello e non percosse; Ma ne insegnò che in questo esilio umano E l'opra perde ed i sudori sui Chi cerca pace e non la cerca in lui.
Oh noi felici, or che ogni cor ti mostra Senza ritegno alcun limpidi e puri Ne' nostri affanni e nella gioia nostra D'indubitato amor segni sicuri;
D'amor che non ardia di sé far mostra, Chiuso del cor ne' nascondigli oscuri, Che nelle angustie sue maggior si rese, Ed osò farsi noto a chi l'accese.
Sì, t'è noto, o gran donna. Ah questa volta Hai nuda pur la verità veduta, Non, come suol, fra le menzogne avvolta O, se pura talor, timida e muta.
So ben che agli altri, onde partì, rivolta, Il commercio mortale oggi rifiuta; Ma solo al comparir de' rischi tuoi Tornò di nuovo ad albergar con noi.
Una lagrima sol no non apparse Su ciglio alcuno a inumidir la gota; Nell'affanno comun labbro non sparse Per la salvezza tua prece devota;
Fra i gran timori e le speranze scarse Sospiro non s'udì, non voce ignota Che di verace fé, che di perfetto, Che di candido amor non fosse effetto.
Perché i tuoi non poss'io, come or vorrei, Merti esaltar quanto gli esalta il mondo? Perché, Augusta, si nega a' versi miei Un sì degno soggetto e sì fecondo?
Ben di quei pregi, onde ricolma sei, La maggior parte ubbidiente ascondo; Ma se talor trascorre il labbro audace, Quel ch'ei dice, ah condona a quel ch'ei tace.
E se degg'io, benché il desio lo sproni, Tener del zelo mio gl'impeti a freno, Tu da quel labbro, a cui silenzio imponi, Suppliche, se non lodi, ascolta almeno;
Suppliche concepite ovunque suoni Sol di Teresa il nome, in ogni seno, E che a compir l'universal contento Di tutto il mondo a nome io ti presento.
Sì, nostra Luce, a scintillare ormai Deh ricomincia, e a rischiararne i giorni. Agli occhi altrui già ti celasti assai; Ah l'eclissi finisca, il dì ritorni.
Come solea, de' tuoi benigni rai Il ciel, la terra allo splendor s'adorni; Nol chiuda più quell'atra nube e mesta Che te circonda, e tutti noi funesta.
No, quell'inciampo esser non dée perenne Che ai pubblici si oppon vivi desiri. Vincere il duol che te fin or ritenne È dover, non mercé, se il giusto miri.
A prezzo il nostro amor tuoi giorni ottenne Di gemiti, di pianti e di sospiri; A noi Dio t'ha donata; e a te non lece Di nasconderne il don ch'egli a noi fece.
Qual le suppliche nostre abbian potuto Grazia incontrar nelle beate sedi, Come premia d'un cor l'umil tributo L'amante eterno Padre, in noi tu vedi.
Ah ciò che per giustizia è a noi dovuto, Come madre amorosa almen concedi; E quel che a' voti altrui donò tua vita, In questo ancor, come nel resto, imita.
Cookies on Poetry Cove