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1698–1782

LA PRIMAVERA

Pietro Metastasio

Già riede primavera Col suo fiorito aspetto: Già il grato zefiretto Scherza fra l'erbe e i fior.

Tornan le frondi agli alberi. L'erbette al prato tornano; Sol non ritorna a me La pace del mio cor.

Febo col puro raggio Su i monti il gel discioglie, E quei le verdi spoglie Veggonsi rivestir.

E il fiumicel che placido Fra le sue sponde mormora Fa col disciolto umor Il margine fiorir.

L'orride querce annose Su le pendici alpine Già dal ramoso crine Scuotono il tardo gel.

A gara i campi adornano Mille fioretti tremuli, Non violati ancor Da vomere crudel.

Al caro antico nido Fin dall'egizie arene La rondinella viene Che ha valicato il mar;

Che, mentre il volo accelera, Non vede il laccio pendere, E va del cacciator L'insidie ad incontrar.

L'amante pastorella Già più serena in fronte Corre all'usata fonte A ricomporsi il crin.

Escon le greggie ai pascoli; D'abbandonar s'affrettano, Le arene il pescator, L'albergo il pellegrin.

Fin quel nocchier dolente Che sul paterno lido, Scherno del flutto infido, Naufrago ritornò,

Nel rivederlo placido Lieto discioglie l'ancore, E rammentar non sa L'orror che in lui trovò.

E tu non curi intanto, Fille, di darmi aita, Come la mia ferita Colpa non sia di te.

Ma se ritorno libero Gli antichi lacci a sciogliere, No che non stringerò Più fra catene il piè.

Del tuo bel nome amato, Cinto del verde alloro, Spesso le corde d'oro Ho fatto risonar.

Or, se mi sei più rigida, Vo' che i miei sdegni apprendano Del fido mio servir Gli oltraggi a vendicar.

Ah no; ben mio, perdona Questi sdegnosi accenti, Ché sono i miei lamenti Segni d'un vero amor.

S'è tuo piacer, gradiscimi; Se così vuoi, disprezzami: O pietosa, o crudel, Sei l'alma del mio cor.

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