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1698–1782

L’ARMONICA

Pietro Metastasio

Ah perché col canto mio Dolce all'alme ordir catena, Perché mai non posso anch'io, Filomena, al par di te?

S'oggi all'aure un labbro spande Rozzi accenti, è troppo audace; Ma se tace in dì sì grande, Men colpevole non è.

Ardir, germana: a' tuoi sonori adatta Volubili cristalli L'esperta mano: e ne risveglia il raro Concento seduttor. Col canto anch'io

Tenterò d'imitarne L'amoroso tenor. D'applausi e voti Or che la Parma e l'Istro D'Amalia e di Fernando

Agli augusti imenei tutto risuona, Chi potrebbe tacer? Né te del nuovo Armonico stromento Renda dubbiosa il lento,

Il tenue, il flebil suono. Abbiasi Marte I suoi d'ire ministri Strepitosi oricalchi: una soave Melodia, non di sdegni,

Ma di teneri affetti eccitatrice, Più conviene ad Amor: meglio accompagna Quel che dall'alma bella Si trasfonde sul volto

Alla sposa real, placido lume, Il benigno costume, La dolce maestà. Benché sommesso, Lo stil de' nostri accenti

A lei grato sarà, ché l'umil suono Non è colpa o difetto; E sempre in suono umil parla il rispetto. Alla stagion de' fiori

E de' novelli amori È grato il molle fiato D'un zefiro leggier. O gema tra le fronde,

O lento increspi l'onde, Zefiro in ogni lato Compagno è del piacer.

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