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1698–1782

IL CONVITO DEGLI DÈI

Pietro Metastasio

Là dove il sol men temperato e giusto Della più calda zona il cerchio accende, E l'ardente Etiopia il lido adusto Alla vasta Anfitrite in sen distende,

Del gran padre Oceàn lo speco augusto Nel più riposto sen l'onda comprende; Lo speco onde il pastor del marin gregge Su la fronte di Giove i fati legge.

Per l'ondoso cammin più mite il giorno Giunge nell'antro florido e felice, Sovra il cui suol di verde musco adorno L'orma stampare a mortal piè non lice.

Vivi coralli al vario sasso intorno Stendon l'annosa lor torta radice, E dai lor rami placide e tranquille Cadon di dolce umor tacite stille.

Lo speco di conchiglie è in sé distinto Da man prudente in quella parte e in questa; Ma l'artifizio onde il valore è vinto La sua fatica altrui non manifesta.

Dai rami poi, di cui lo speco è cinto, Pendon smeraldi e perle, e ciò che desta Il sol, qualor nell'eritree maremme Il fresco umor dell'alba addensa in gemme.

Qui dall'eccelso suo trono stellato, Donde moto alle cose ognor dispensa, Giove dagli altri numi accompagnato Spesso discende alla fraterna mensa.

Allor depone il suo rigore usato, L'ira sospende a nostro danno accensa; . Ma porta con la pace in un raccolto Il primo imperio nel sereno volto.

Sovra candida nube un giorno assiso All'onda d'Etiopia andar dispone, E, mentre intorno volge il regio viso, Le procelle del mar frena e compone.

Dal suo lato non va giammai diviso L'augel ministro della sua ragione, Che porta sempre nell'adunco artiglio L'eterno stral che di giust'ira è figlio.

Tutto ha d'intorno il fortunato stuolo, Ch'alcun nume altro cenno non aspetta; Fin Orion dall'agghiacciato polo La minor Orsa alla gran pompa affretta.

Giuno discioglie a' suoi pavoni il volo, Venere il freno alle colombe assetta, Cibele al carro i suoi leoni aggiunge, Cintia i tardi giovenchi affretta e punge.

Febo, reggendo ai bianchi cigni il corso, Al lato appende la soave lira; Marte, al tracio destrier premendo il dorso, Porta negli occhi il suo furore e l'ira;

Lieo, volgendo alle sue tigri il morso, Con la bella Arianna il cocchio gira; Vien con la clava il generoso Alcide, E Palla che Vulcano ancor deride.

Col volo intanto gli altri dèi previene Il messaggier celeste, e al ciel si fura, Quei ch'un dì fe' col suon di chiare avene Dell'occhiuto guardian la luce oscura:

Passa l'eterea sede, e in parte viene Ov'è colui che del tridente ha cura; Espone il cenno a lui del sommo Giove, Ed i numi del mar chiama e commove.

Dalle concave grotte escono fuora Veloci allor le deità marine. Teti non fa nell'antro suo dimora; Nerèo vien con le figlie alme e divine;

Glauco vi porta il tardo passo ancora, Pel mar traendo il suo canuto crine; Proteo, che il corso a crudo mostro affrena, Il marin gregge al sommo flutto mena.

Delle Sirene vien la bella schiera Ch'alle sue danze il dolce canto accorda, Mentre Triton con l'aspra voce e fiera Della buccina torta i lidi assorda:

Nettun con faccia rigida e severa Ai venti il flutto abbandonar ricorda, E fa solo restare in quelle sponde Zefiro che scherzando increspa l'onde.

Giove dal sommo Olimpo uscito intanto, Vola dal lato alla montagna Idea, Ove lasciato Simoenta e Zanto Passa veloce in mezzo all'onda egea:

Ma quando giunse alla Sicania accanto, Su l'orlo allor della fucina etnea Il corsero a mirar Sterope e Bronte Col solo sguardo che lor luce in fronte.

Così del ciel gli dèi, gli dèi del mare, Facendo intorno al sommo rege un giro, Giungon 've d'Etiopia il lido appare, E quivi giunti il corso lor finiro.

A Giove l'onde più tranquille e chiare Quinci e quindi divise il seno apriro. Ma poiché in grembo i sommi dèi racchiuse, S'unì di nuovo il flutto e si confuse.

Tutti scendon così nell'antro ameno Che di luce novella ornar si vede; E qui con ciglio placido e sereno Giove fra gli altri numi a mensa siede.

E mentre lor d'ambrosia il nappo pieno Ministrano le Grazie e Ganimede, Vulcan dell'armi al dio fiero e gagliardo Invia furtivo il sospettoso guardo.

Ma intanto ecco ne vien privo di lena, Col crin per lunga età già raro e bianco, Saturno anch'egli alla gioconda scena Dall'Olimpo traendo il passo stanco;

Entra fra l'altra turba e, giunto appena, Lascia cader su la sua sede il fianco; Indi con un sospiro altrui fa segno Che si ricorda del rapito regno.

Tutti v'eran raccolti i Fiumi insieme Che prestano a Nettun tributo e culto. Il Gange v'è che nelle rupi estreme Tien della dura Scizia il crine occulto;

Il Nilo v'è che pria fra' sassi geme, Al mar poi fa con sette bocche insulto; V'è l'Ibero ed il Po, l'Eufrate e il Tago, E v'è Meandro del suo fonte vago.

Mille altri Fiumi al gran convito vanno, Che troppo lungo il rammentarli fôra. Solo il Tebro e il Danubio ancor non sanno Romper la mesta lor tarda dimora

Al fin, temendo di più grave danno S'essi non van con gli altri Fiumi ancora, Alla gran pompa taciti e dolenti S'inviano anch'essi a tardi passi e lenti.

Sorse il Danubio dal suo gelo antico, E 'l regio capo sollevò dall'urna: Indi se n'uscì fuor dell'antro amico Cui splende luce debole e notturna;

E passando dal flutto all'aere aprico Gode la face lucida e diurna: E mentre va, dal crin di canna ornato Stilla l'onda or da questo, or da quel lato.

Il Tebro anch'ei dalla sua pura fonte Uscì di secco alloro avvinto il crine, E mesto alzò l'imperiosa fronte Fuor delle maestose ampie ruine.

Giaccion nell'antro suo, del tempo all'onte, Quanti adunaron l'aquile latine Scettri, corone e bellicosi segni, E mill'altri di guerra infranti ordegni.

Al fine ambo fermar l'incerto passo Là dove è Giove alla gran pompa intento; Ne van col volto così afflitto e basso, Ch'è della doglia lor chiaro argomento.

Il Tebro appoggia il grave fianco al sasso, E abbandona sul petto il bianco mento; Fisso il Danubio in volto a Giove mira, E spesso entro di sé parla e sospira.

Volgendo a sorte Giove il guardo eterno, Vide esser giunti al suo divin convito I duo gran Fiumi, a cui 'l dolore interno Rendeva umìle e mesto il ciglio ardito;

I duo gran Fiumi che superbo ferno Il lor nome sonar di lito in lito. ‘Qual’, disse loro, ‘in giorno sì sublime Cagion di doglia i vostri petti opprime?’

Alza il Tebro la fronte a queste note Qual uom che giaccia in alta quiete immerso, Che se alcun suon l'orecchio gli percuote Apre il ciglio di sonno ancora asperso.

Tal ei dal suo pensier la mente scuote; E poiché il ciglio a Giove ebbe converso, Ruppe, mentre la voce al labbro invia, Con un sospiro al favellar la via.

‘Come potrò’, dicea, ‘meno dolente L'aspetto sostener di mia sventura, Se il tenor del mio fato aspro e inclemente Ogni alimento di piacer mi fura?

Appena sorge in cielo astro lucente, Che mel ricopre un'atra nube impura; Appena il flutto e la procella tace, Che mi ritorna a disturbar la pace.

E pur non basta ancor, se il ferro ostile Di stragi e morti le mie sponde ha pieno; Non basta ancor, se dal furor civile La mesta Italia ha lacerato il seno;

Ché de' miei giorni il rinascente aprile Di tema il Ciel ricopre e di veleno, Con torre al pensier mio quel che gli avanza Unico oggetto della sua speranza.

Vive ancor la memoria entro il mio petto Di quel barbaro popolo e feroce Che fe' per tema del superbo aspetto L'onde mie ritirarsi entro la foce.

Allora io, pria solo a' trionfi eletto, In un tratto cangiai costumi e voce, E vidi (ahi fato rigido e severo!) Alle mie porte il Longobardo altero.

Ma sorse inaspettata amica stella, Mentre l'Italia del suo mal si lagna, Dalla reggia di Francia illustre e bella Cui ride l'onda, il cielo e la campagna;

Da Francia, a cui da questa parte e quella Il doppio mar l'amene sponde bagna, E dove la dottrina ed il valore Ritenner sempre il vero lor splendore.

Indi a mio pro la forza sua rivolse, Sceso dall'Alpi alle latine arene, Il primo Carlo, che da me distolse Le minacciate già gravi catene,

E tutta Italia dal timor disciolse Di più mirar le sanguinose scene, Per cui de' fiumi suoi l'onde più chiare Vide rosse e sanguigne unirsi al mare.

Ma d'opra così bella a paragone Degna mercé l'eccelso Carlo ottenne; Però che Roma nel suo crin depone Del serto trionfal l'onor perenne.

E allor con Carlo ogn'imperial ragione Nel germanico suol di Grecia venne; Fu spento allora il pertinace ardore Dello straniero e del civil furore.

Allor vestito del valore antico Destò l'Impero i primi pregi suoi; Poiché tu l'accogliesti al seno amico, Altrice invitta de' guerrieri eroi,

Germania altera, che l'ardir nemico Fregio facesti de' trionfi tuoi, E che di forza e di costanza cinta Spesso fosti tentata, e non mai vinta.

Ma dier coloro a sì bei giorni esiglio Che dopo il primo Ottone al soglio fôro: Il terzo Enrico che dal proprio figlio Spogliato fu dell'imperiale alloro;

E Federico che con torvo ciglio Tolse all'Insubria il suo maggior decoro, E tanto sciolse al suo furore il freno, Ch'io pur n'intesi le ferite al seno.

Portò in Italia con le forti schiere Il nuovo Federico altre ruine; Ma il corso delle sue speranze altere Fu rotto dalla sorte in Parma al fine.

E intanto, deste le discordie fiere Delle guelfe fazioni e ghibelline, Fer dell'insano acciaro ai crudi lampi Di civil sangue rosseggiare i campi.

Ma dopo tante stragi e tanti affanni Spuntò dal nostro ciel raggio divino, Che dell'Impero a ristorare i danni Portò nella Germania il cor latino.

E quella stirpe che da' greci inganni Fe' ritorno fuggendo al suol quirino, Dopo aver varii nomi e forme prese, Un ramo al fin nella Germania stese.

Di sì bel ramo il fiore al Ciel più grato Ridolfo fu, nella cui degna prole Ottenne il primo suo placido stato Del vasto impero la scomposta mole.

Allor d'Italia ogni terror fugato Fu come l'ombra a' chiari rai del sole; E lungi dall'aspetto bellicoso Tornò l'Esperia al dolce suo riposo.

Per germe così eccelso e sovrumano L'imperiali insegne il Ciel condusse, In fin che poi del sesto Carlo in mano Dell'Impero latino il fren ridusse,

Il quale al proprio scettro e al suol germano Nuovo splendor co' suoi consigli addusse; E superando ogni mortal desio, I pregi in sé di tutti gli avi unio.

Però che i doni, ai quali a parte a parte Con tanto stento ogni mortale aspira, Così prodigo a Carlo il Ciel comparte, Che accolti il mondo in lui tutti gli ammira.

Ei sa di guerra, ei sa di pace ogni arte; E mesce così ben ragione ed ira, Che l'ardir porge alla prudenza lena, E la prudenza il troppo ardire affrena.

Ei con sì mite impero accoglie e regge A suo voler la sottoposta gente, Che, mentre egli del mondo il fren corregge, Il peso del comando alcun non sente;

Però che, quando quei ch'altrui dà legge Al giusto fa servir la propria mente, Allor chi norma dal suo labbro attende Compagno nel servire a lui si rende.

In sì felice calma io mi giacea, Da me deposto ogni pensiero audace, Perché nuovi perigli io non temea Che disturbasser la mia bella pace.

Ma torna già de' danni miei l'idea, Già nel mio petto ogni speranza tace Se manca prole a Carlo, onde si veda Chi nel senno e nel trono a lui succeda.

Questo è il timor che dal pensier mi toglie Col suo rigido gelo ogni diletto, E m'offre, aimè! delle passate doglie Avanti gli occhi l'importuno aspetto.

Questo timor sul volto mio raccoglie Tutto l'affanno entro nel sen concetto. Questo è il timor per cui d'udir già parmi Le mie sponde sonar di strida e d'armi.’

Così dicea con dolorose note, Spiegando la sua tema, il nobil Fiume, E in mezzo del lamento ancor non puote Lasciare il generoso almo costume.

Ma il Danubio, ch'avea le luci immote Fisse fin or nel più possente nume, Poiché vide tacersi il Fiume amico Disciolse in questi detti il labbro antico:

‘Se per tal tema sol tanto dolore Mostra il Tebro, alla cui lontana riva Del mio gran Carlo il nobile splendore In parte stanco dal cammino arriva,

Quanta doglia dovrò chiudere al core, Se di stirpe sì degna il Ciel mi priva, Io, che dall'ampio mio rapido flutto Colgo del suo valor vicino il frutto?

Già veggo, aimè! che la serena luce Del germanico ciel tutta s'imbruna, Mentre nell'onde mie fiero riluce L'atro splendor dell'ottomana luna.

Parmi già rimirar barbaro duce Che stragi e ceppi per mio danno aduna; Parmi che il sol più chiaro a me non splenda, Ma che sanguigno il lume suo mi renda.

Che valmi, lasso, col veloce corso Munir la sede de' cesarei regni? Che valmi aver più d'Oceàno il dorso Grave di tanti bellicosi legni?

Se quella stirpe ond'attendea soccorso, E che tanti mi diè divini ingegni, Quella, in cui tutto il mio poter s'annida, Senza speme mi lascia e senza guida?’

Più volea dir, ché su le labbra meste Tutto fuggia dal sen l'aspro tormento: Ma Giove con la voce aurea e celeste Ruppe nel mezzo il grave suo lamento.

Di tacito sembiante ognun si veste, Ciascuno in lui trattien lo sguardo attento; Ed ei: ‘Non più,’ lor disse, ‘ha scosso ormai Sì van timore i vostri petti assai.

Non può perir la stirpe invitta e pia Cui tutti son gli uomini e i numi amici; Anzi con lei cominceran la via Nuove serie di secoli felici.

Ma, Giuno, intanto tua la cura sia Di fugare i sospetti a lor nemici, E facendo d'Augusta il sen fecondo, Render lume all'Impero e pace al mondo.’

Appena con tai detti il fato ascoso Agli altri numi il sommo Giove aprio, Che dal concavo speco il sasso ombroso Di lieto plauso risonar s'udio;

E in un tratto l'aspetto timoroso Dal volto de' due Fiumi allor fuggio; E il passato timor su le lor ciglia In contento cangiossi e maraviglia.

Ma la sorella dell'invitto Giove, Poiché il voler del suo germano intese, Su la mensa celeste il braccio muove, Ed indi in mano un aureo nappo prese;

Poscia, rivolto il nobil ciglio altrove, A sé chiamò del mar la dea cortese Che il nappo empié del suo divin liquore Con quella man con cui governa Amore.

Chiamò di poi la più veloce ancella Che dal suo lato mai non si diparte, Di Taumante la figlia, Iride bella, Cui sì leggiadro aspetto il sol comparte.

A quella porge l'aurea coppa, a quella Narra ciò che far deggia a parte a parte; Ed ella pria di Giuno il cenno intende, Poscia in ver la Germania il corso prende.

Spiega la vaga dea le rapid'ale Trattando l'aria placida e tranquilla, E regge in verso il cielo il vol sì eguale, Che non cade dal nappo alcuna stilla.

E mentr'ella veloce in alto sale Di celeste splendor tutta sfavilla, E quel tratto del cielo ov'ella passa Di diversi colori ornato lassa.

Giunge là dove del Danubio l'onda All'illustre Vienna il fianco lava, E vede sopra l'arenosa sponda Carlo che grave e pensieroso stava.

Egli all'inquieta Tracia e furibonda Nuove catene entro il pensier formava, Per prevenir coi provvidi consigli Di tutta Europa i prossimi perigli.

Aveva a lato il duce al Ciel sì caro, Eugenio, onor de' bellicosi eroi, Quegli il cui nome va temuto e chiaro Dal Boristene algente ai lidi eoi;

Quei che col lampo dell'ardito acciaro Fa strada, o Carlo, ai gran disegni tuoi; E qualor la sua mano il brando strinse, I tuoi nemici o volse in fuga o estinse.

Al fin la diva ai vanni il moto allenta Ed in chiuso giardin le piante posa, Là dove stava a corre i fiori intenta La celeste di Carlo augusta sposa.

Iri la mira, e disturbar paventa Dalla dolce opra sua la man graziosa; Tre volte per parlarle a lei ne venne, E timida tre volte il piè ritenne.

Più che donna mortal, celeste dea, Mirandola sì vaga, Iri la crede, Ché di Zeusi o di Apelle opra parea Dal biondo crine al ritondetto piede.

Le guance e 'l petto d'un color tingea A cui l'avorio e l'ostro il pregio cede; E sotto i neri cigli il vivo sguardo Volgea d'intorno a lento moto e tardo.

Poi, pensando che grave esser potria La sua dimora alla superna chiostra, Lascia la tema onde si cinse pria Iride, ed improvvisa a lei si mostra.

E dice: ‘Augusta, a voi Giuno m'invia Per rendere immortal la stirpe vostra Con questo eterno nappo, il qual ripieno Ha d'ambrosia celeste il cavo seno.

Questo liquore aduna in sé la speme D'Europa tutta, anzi del mondo intero, Che rimirar dopo il gran Carlo teme Spenta la face del romano Impero,

A cui germogli dell'austriaco seme Par che nieghi fin ora il Ciel severo. Ma in van questo timor sua pace oscura, Ché di stirpe sì degna i numi han cura.’

Quando il felice suono ed improvviso Di queste note Elisabetta ascolta, Dai porporini fiori alzando il viso Ad Iri il guardo ed il pensier rivolta;

E, aprendo i labbri in un piacevol riso Come colei che da gran tema è tolta, All'annunzio di ciò che tanto brama Questi dall'imo petto accenti chiama:

‘E chi sei tu che di sì vario lume L'aria d'intorno ed il tuo volto tingi, E sì diverse e colorate piume, Atte il cielo a trattare, al tergo cingi?

Sei vera diva, o pur di qualche nume Al mio desir l'immagine dipingi? Qual merto ho, che dal Ciel scendan gli dèi Per ministrar l'ambrosia a' labbri miei?’

Riprese allor la diva: ‘Iride io sono, Di Giuno insieme e messaggiera e figlia, Che siedo sotto il luminoso trono Ove Giove coi Fati si consiglia.

Questo per me liquor vi manda in dono Giuno, la diva candida e vermiglia, Per soddisfar de' popoli devoti Col vostro parto agl'infiniti voti.

Dal tuo seno i mortali eterna prole Di nuovi semidei nascer vedranno, I quai, per fin che in ciel s'aggiri il sole, In mano il fren dell'universo avranno,

E glorioso più di quel che suole L'austriaco nome risonar faranno, Né lasceran del mondo ascosa parte Ove le glorie lor non siano sparte.

Vedrassi allor col vostro scettro unita Un'altra volta l'oriental corona, Ché a quella destra, che a voi l'ha rapita, Per lungo tempo il Ciel già non la dona;

E la tua stirpe sua potenza ardita Là stenderà dove il gran Giove tuona; E Giove stesso ai degni figli tuoi Dividerà contento i regni suoi.

Vedrassi far dal sommo ciel ritorno La bella Astrea di giusto acciaro armata, Lasciando delle stelle il soglio adorno, Fra voi mortali, onde fuggio sdegnata;

E il torbido Furor con onta e scorno Fra i ceppi stringerà la destra irata; E tornerà senz'ira e senza sdegno Del buon Saturno il fortunato regno.’

Disse: ed Augusta, che tai detti sente, Sparge le guance di color di rose; Indi al labbro di porpora ridente Del soave liquore il nappo pose.

Iri, ciò visto, il volto suo lucente Fura ad Augusta, e nel fulgor si ascose Per entro l'aria lucida e serena, Di sé lasciando la sembianza appena.

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