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1698–1782

III

Pietro Metastasio

Giusti dèi, che sarà! Qual si nasconde Oggi nella mia cetra Genio maligno? Inutilmente io sudo Già lung'ora a temprarla. In van le corde

Cangio, vibro e rallento: esse ritrose Sempre alla man, sempre all'orecchio infide Rendono un suon che mi confonde e stride. Ma dono vostro, o Muse,

Fu questa cetra. Ah, se in un dì sì grande Mi lascia in abbandono, Ripigliate, io nol curo, il vostro dono. Quella cetra ah pur tu sei

Che addolcì gli affanni miei, Che d'ogni alma a suo talento D'ogni cor la via s'aprì. Ah sei tu, tu sei pur quella

Che nel sen della mia bella Tante volte, io lo rammento La fierezza intenerì. Di quanto, o cetra ingrata,

Debitrice mi sei! Per farti ognora Più illustre, più sonora, a te d'intorno I dì, le notti impallidii; me stesso Posi in oblio per te; fra le più care

Tenere cure mie tal luogo avesti, Che Nice istessa a ingelosir giungesti. Ed oggi... oh tradimento!... ed oggi... oh dèi! Nel bisogno più grande... Ah vanne al suolo

Inutile stromento: Te calpesti l'armento; Te insulti ogni pastor; sua fragil tela Nel tuo sen polveroso Aracne ordisca;

Né dell'onore antico Orma restando in te... Folle, che dico! Tutta la colpa è mia. Punisce il Cielo Un temerario ardir. Perdono, Augusta:

Errai; mi pento; io tacerò. Soggetto Sia questo dì felice A più degno cantor. Sarà più saggio In avvenir chi nel cimento apprese

Col suo valore a misurar le imprese. Non vada un picciol legno A contrastar col vento, A provocar lo sdegno

D'un procelloso mar. Sia nobil suo cimento L'andar dei salsi umori Ai muti abitatori

La pace a disturbar.

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