Silenzio, o Muse. Ognuno esalta, è vero,
D'Augusta i pregi in questo dì felice,
E a voi lo vieta Augusta, e a voi non lice.
È ver, dura è la legge; è ver, potreste
Lagnarvene a ragion: ma chi frattanto,
Chi ragion vi farà? Gli dèi? Son tutti
Dichiarati per lei. Gli uomini? E dove
Trovar chi non l'adori? In vostro danno,
Qualunque in terra o in cielo
L'arbitro sia, ricaderan le accuse.
Ah conviene ubbidir; silenzio, o Muse.
Non provate, io vel consiglio,
Quanto possa in su quel ciglio
Uno sdegno passeggier:
Su quel ciglio onde il coraggio
De' più intrepidi dipende,
Che l'arbitrio o toglie o rende
Di parlare o di tacer.
Consolatevi al fine: al fin vi toglie
Il divieto d'Augusta a un gran cimento.
Che direste di lei? Chi può dir tanto
Che al ver s'appressi? E chi può dir sì poco
Ch'ella il sopporti? O in questa guisa o in quella
Voi parreste, in narrando i suoi trofei,
Maligne agli altri, o adulatrici a lei.
Può degnamente ognuno
Lodarla ed ubbidir. Chi di Teresa
L'invitto esprime sol nome sublime,
Eseguisce il comando, e tutto esprime.
A dir di quanti allori
S'ornin l'auguste chiome,
A far che ognun l'adori
Quel nome basterà:
Nome che in sé comprende
Più di qualunque lode;
Nome che altera rende
Questa felice età.