Ah non è dunque ver ch'ogni dolore Del tempo a fronte indebolisca e ceda! E che a lui, ch'ogni dì perde vigore, Serena al fin tranquillità succeda!
Quel che inondò, Teresa, il tuo bel core, Mostra che, quando a questo segno ecceda, È del tempo il potere argine angusto A dolor così grande e così giusto.
Già rinnovò ben dieci volte il giro La seconda del ciel lucida face, Né scintillarti in fronte ancor rimiro Un languido balen, nunzio di pace.
Oggi, tal si palesa il tuo martiro Qual fu nell'atro dì fiero e vivace. Ma come opporsi a sì crudele affanno? No, Augusta, io piango teco, io nol condanno.
Chi l'audace sarà che ardisca e voglia L'affanno condannar che nutri in seno? Che a sì profonda e ragionevol doglia Temerario pretenda imporre il freno?
Ah, quando d'ogni gioia il Ciel ti spoglia, Né puoi sperar, né lusingarti almeno Che il tuo stato crudel mai più si cangi, Ah chi mai piangerà, se tu non piangi?
Spera il seren l'agricoltor che vede Dall'ondoso furor sommersi i campi; Calma, che al fine al tempestar succede Spera il nocchier fra le procelle e i lampi;
Spera talor del suo nemico al piede L'atterrato guerrier ch'altri lo scampi; Ma non spera il tuo cor cangiar mai tempre: Perdé il suo bene, e lo perdé per sempre.
E chi perdé! Quel degno eroe che accrebbe Tanta al tronco natio gloria e decoro; Il magnanimo, il grande, il giusto ond'ebbe Nuovo splendore l'imperiale alloro;
A cui di sé men che degli altri increbbe Che proprio reputò l'altrui ristoro; In cui piangono i popoli e le squadre Il rege, il duce, il cittadino e il padre.
Fin dalla cuna alimentar costante Un primo, un solo, un fido amor pudico, E vedersi dal fato in un istante Rapir lo sposo, il consiglier, l'amico;
Cento trovarsi ogni momento innante Care memorie del contento antico; Da mille bocche udir l'amato nome Chiamar piangendo, e consolarsi! Ah come?
Se de' figli talor cerchi ne' visi La gioia che il tuo cor trarne solea, Inasprisce il dolor mentre ravvisi Le tracce in lor della paterna idea.
Da qual tronco i bei rami abbia divisi Il funesto tenor di sorte rea Pensi; e vai ripetendo in voci meste: ‘Qual, figli miei, qual genitor perdeste!’
Quando il piacer d'un fortunato evento Ti desti in sen lieti tumulti e novi, Quel, con cui dividevi ogni contento, Vai cercando per tutto, e più nol trovi.
Quando vago il destin del tuo tormento Gl'insulti suoi contro di te rinnovi, Di lui ti manca, a sostener lo sdegno, L'usato, il caro, il fido tuo sostegno.
In van per te va rivestendo aprile Le verdi sue, le sue fiorite spoglie; Ogni oggetto più vago e più gentile Nessun per te breve ristoro accoglie:
Volge lontan, fuor dell'usato stile, La gioia il piè dalle dolenti soglie; Per te, quasi raminga in clima ignoto, Desolata è la reggia, il mondo è vuoto.
Tutto (ah pur troppo è ver!) tutto ravviva Il duol che accogli in sen, versi dal ciglio: È ver, d'ogni tuo bene il Ciel ti priva; Pietà chiede il tuo caso, e non consiglio.
Ma doglia ormai sì pertinace e viva Quando te stessa, oh Dio! mette in periglio, Se d'oppormi al torrente ardito io sono Delle lagrime tue, merto perdono.
Se a rivocar ne somministra il pianto I decreti del fato ombra di speme, Eccoci pronti a meritarne il vanto: Tutti sarem con te; piangasi insieme.
Ma, perché un'alma il suo deposto ammanto Rivesta, in van si piange, in van si geme; E, se il fato è implacabile e inumano, Piangerem sempre, Augusta, e sempre in vano?
Te a pianger sol del tuo bel vel mortale Non cinse chi del Ciel siede al governo; Avrebbe allor costato il tuo natale Cura molto minore al Fabbro eterno.
Tal maestà t'impresse in volto, e tale Infuse al tuo gran cor vigore interno, Che vede ognun che questa sua divina A ben altro che al pianto opra destina.
Quei che un ordigno a fabbricar s'ingegna Che vaglia il corso a misurar del sole, D'esso a ogni membro il ministero assegna Onde ai moti del tutto utile il vuole;
E se non compie alcun ciò che disegna L'industre autor dell'ingegnosa mole, Alla man che il formò mentre contrasta, Quanto il fabbro ideò conturba e guasta.
Quai prove di valor, quai fatti egregi Voglia da te, ben chiaramente ha mostro Chi con tante virtù, con tanti pregi Nascer ti fe' tra le corone e l'ostro.
Vuol che questo sia l'astro onde si fregi, Onde prenda il suo nome il secol nostro; Onde che renda i troni illustri e chiari L'età presente, e la futura impari.
Ma come, se una volta argine e meta Agli eccessi del duolo impor non sai, Come con mente mai tranquilla e lieta Il disegno del Ciel compir potrai?
Ah del tenero core i moti accheta; Riconsòlati al fin: piangesti assai. Questa prova tu déi d'anima forte A te stessa, a noi tutti e al gran consorte.
A te la déi che dalla prima aurora Sol di gloria nutristi i pensier tuoi, Ed impegnasti il piè tenero ancora Sul difficil cammin de' grandi eroi;
Onde qualunque ammiratore adora Di Teresa la fama e i gesti suoi, Delle umane maggior varie vicende Ed eguale a se stessa ognor l'attende.
I tuoi furon così grandi ed illustri Per le strade d'onor vestigi primi, Tai desti nel girar di pochi lustri Di costanza viril prove sublimi,
Sì grave avvien che agli scrittori industri Già il narrar l'opre tue peso si stimi, Che prima che cangiarsi i tuoi costumi Par che al fonte tornar possano i fiumi.
A te la déi che sul fiorir degli anni, Quando l'eccelso genitor perdesti, Mille intorno adunar gli astri tiranni Nembi di guerra al soglio tuo vedesti;
E conservar fra le minacce e i danni L'animo invitto, ed affrontar sapesti, Con Dio nel cor, con la ragione allato, Tutto insieme a tuo danno il mondo armato.
A te, che quando il tuo più caro pegno All'ungaro valor fidasti ardita, (Quel che or, cinto del serto ond'è ben degno, Degli avi eroi già le bell'opre imìta),
E udisti là con amoroso sdegno Offrirti in sua difesa e sangue e vita, Intrepida mirar d'un regno tutto Le lagrime sapesti a ciglio asciutto.
Che cristiana eroina ognor fra l'onte Dell'avversa fortuna e fra i perigli, Pia vide il mondo umiliar la fronte Ai supremi di Dio saggi consigli,
E a lui donar con fide voglie e pronte Gli amici, i regni, il genitore, i figli; Insegnando così che i doni sui Non perdiam noi, se li rendiamo a lui.
A te la déi, cui d'Oceàn crudele Mai l'ira indusse a sospirar la sponda, Né troppo audace a sollevar le vele Di prospera fortuna aura seconda;
Ma in lieta calma e in suo tenor fedele Qual d'Olimpo le cime ognor circonda, Sempre mirasti o torbidi o ridenti Sottoposti al tuo piè gli umani eventi.
A te la déi, cui per suprema legge Scemar col duolo i giorni tuoi non lice; Anzi amar déi te stessa; e a chi ne regge Dell'esistenza tua sei debitrice.
L'amor di sé, cui la ragion corregge, È d'ogni giusto amor fonte e radice: Da questo ogni altro nasce e si dirama, Ed altri amar non sa chi sé non ama.
Di questo amor, che d'ogni amore è norma Le più belle virtù seguon la traccia; Egli in sé non s'accheta, e in nuova forma In altri dilatarsi ognor procaccia;
Ed in suo l'altrui ben così trasforma, E in nodo tal l'umanitade allaccia, Che forman poi sotto il suo dolce impero Tante parti divise un tutto intero.
È un mar che, sol delle native sponde Entro il confin di rimaner non pago, S'apre incognite vene e si diffonde Ove in fonte, ove in fiume ed ove in lago;
E le nascoste viscere profonde Della terra scorrendo errante e vago, Or torna, or parte; e mentre parte e torna Tutto amico feconda e tutto adorna.
Da questo amor, che d'innocenti e vive Fiamme di carità l'anima accende, Che a te come ad ogni altro il Ciel prescrive, Nasce l'amor che tutti noi comprende.
Nuociono a noi le angustie a te nocive; Offende noi ciò che te sola offende; E per dover di carità verace A noi, non men che a te, déi la tua pace.
A noi la déi, dispersa greggia errante Fra dirupi d'orror cinti e coperti, Usata a regolar dal tuo sembiante Per le strade fallaci i passi incerti,
Ch'or cerca in van la conduttrice amante Da cui le sieno i chiusi varchi aperti; E palpita e sospende il piè dubbioso Timida ognor d'un precipizio ascoso.
Se la fiducia nostra a tanto ascese Che ciascun madre sua ti creda e chiami, Da' benefìci tuoi, da te l'apprese, E i benefìci tuoi son tuoi legami.
Legge è del Ciel, che ognun la man cortese Del suo benefattor rispetti ed ami; E che in lacci d'amor forse più sodi I propri autori il beneficio annodi.
Le vergini che sol di puri affetti L'esempio tuo, la tua pietade accende, Chiedendo van ne' casti lor ricetti: ‘Dov'è chi ne alimenta e ne difende?’
Gli educati da te germogli eletti, Onde il pubblico ben sostegno attende, Cercando van, van replicando in vano: ‘Della nostra cultrice ov'è la mano?’
Temon, vedendo ascose a' rai del giorno Le vive di pietà sorgenti amiche, Alle miserie lor di far ritorno Le soccorse da te turbe mendiche;
Co' figli suoi la vedovella intorno Trema all'idea delle indigenze antiche, E dice lor con lagrimosi accenti: ‘Ah di voi che sarà, figli innocenti!’
Il duolo, è ver, lo so, già non raffrena Del benefico rio l'onda pietosa; Sempre viva ella scorre, e in larga vena; Ma la sorgente è agli occhi nostri ascosa:
E chi oppressa ti sente in sì gran pena, Ed ha sempre per te l'alma dubbiosa, Trema che al fin di tanta doglia a fronte Ceda il tuo frale, e inaridisca il fonte.
Se a noi Cintia del sol toglie la vista, Copre sol, non estingue il suo splendore; Ma la terra però tutta s'attrista, E cangia aspetto all'improvviso orrore:
Spessa l'aria diventa, e peso acquista; Languisce l'erba, impallidisce il fiore, Si rinselvan le fiere, e da ogni lido Fuggon gli augelli innanzi tempo al nido.
Siam troppo avvezzi ad ammirar quel volto Che amor, che fé, che riverenza inspira: Quel ciglio in cui del Ciel tanto è raccolto, Sì pronto alla pietà, sì tardo all'ira;
Quel dolce suon che dal tuo labbro è sciolto E il nostro arbitrio a suo talento aggira; Quel che da ogni atto tuo lume si spande, Sempre egual, sempre fausto e sempre grande.
Ah sì, vinci il dolor, torna ridente; Tutto il mondo da te l'implora e geme, Oh d'un popol fedele astro clemente, Madre, guida, sostegno, asilo e speme.
Dona quel pianto a noi, da cui risente Sollievo il duol che t'amareggia e preme. Nuovo a pro della greggia a te commessa Per te non è sagrificar te stessa.
Né d'impor fine al pianto, ancor che giusto, L'eroica impresa che il tuo cor rifiuta Solo a te, solo a noi, ma al grande, augusto Sposo istesso che piangi, oggi è dovuta.
In due voi foste un solo in questo angusto Carcere uman che sue vicende muta: Or tu sei sola, e, perché sola sei, Le tue parti e le sue compir tu déi.
Déi per te, déi per lui ferma e sicura I pensieri impiegar, gli studi amici A pro di quei ch'ei t'ha lasciato in cura, Di scambievole amor pegni felici;
Ma se fa il duol, che la tua mente oscura, Tremar la man ne' suoi materni uffici, Il duol, che meno all'opra atta ti rende, I figli insieme e il genitore offende.
Pianta feconda al variar dell'anno Se d'inclemente ciel langue ai rigori, Come formarsi e prosperar potranno In frutti ancor non maturati i fiori?
Se grande è poi de' cari figli il danno, I propri danni tuoi non son minori: Onde il padre non sol co' pianti tui, Ma l'amante e lo sposo offendi in lui.
Non creder già che alla grand'alma, accolta Nell'eterno seren ch'or la rischiara, Sia grato in tanto duol veder sepolta L'amata del suo cor parte più cara.
No, quell'alma da te non è disciolta; Anzi ad amar con più vivezza impara, Or che allo sguardo suo meglio è palese, Quanto bella è la fiamma in cui s'accese.
Sì, t'ama ei più; sì, sembri a lui più bella, Or che il peso terren più non l'affanna, Che avvolto più non si ritrova in quella Nebbia mortal che il veder nostro appanna;
Né già dall'apparenza, al ver rubella Talor fra noi così che il guardo inganna, Ma ne' principii lor, non più dall'opre, Qual pria solea, le tue virtù discopre.
Tutto or discopre il tuo bel core; or vede Com'è la propria immago in quello impressa! Qual fu, qual è, qual rimarrà la fede Ivi nata per lui pria che promessa:
E che, se ben quello ogni esempio eccede Ond'hai per lui tua tenerezza espressa, Paga non fosti mai, né quel che oprasti A quel mai s'eguagliò che oprar bramasti.
Tutto questo egli or vede; e in sen del vero Né oblio, lo sai, né sconoscenza annida; E l'offende il timor che il suo pensiero Per volger d'anni ei mai da te divida.
Acceso ognor del puro ardor primiero L'avrai di questo mar per l'onda infida, Come pria d'uman vel, cinto or di luce, Sempre amico, compagno, amante e duce.
Ma folle io son che, a suggerir non atto Le vie sicure onde sottrarti al duolo, Mal le parole al desiderio adatto, E parte al ver della sua forza involo.
Nulla ignori, lo so: son vane affatto L'arti con cui ti parlo e ti consolo. È giusto, il sai, che la ragion ti guidi, E non di lei, del tuo vigor diffidi.
In un vasto ti par pelago ignoto Naufraga errar col nero flutto ai fianchi; Che già vigor per sostenerti a nuoto, Forza i respiri ad alternar ti manchi;
Ch'ormai sen vada ogni tua speme a vuoto; Che in vano ormai la tua virtù si stanchi; Che per te nell'orror che ti circonda Porto più non vi sia, stella, né sponda.
Ah non è ver; l'onnipotente mano Che l'alma tua sì fedelmente adora, Che mai fin or non implorasti in vano, Dal capo tuo non si ritrasse ancora.
Fìdati anch'oggi al suo poter sovrano Con quella fé che avesti in esso ognora; E, rivolti a lui solo i tuoi pensieri, Te maggior troverai di quel che speri.
Quel giustissimo Dio, senza il cui cenno Nulla nel ciel, nulla quaggiù si muove, Sa ben meglio di noi quali esser denno Le forze eguali a così dure prove:
E quando pur l'altrui costanza o il senno De' mali il peso a sostener non giove, Ad ogni alma che speri, ancor che stanca, L'assistenza del Ciel giammai non manca.
Quella dal cielo ad inondarti il petto Discender sentirai grazia divina, Quella che il fren d'ogni terreno affetto Modera a voglia sua come regina;
Che di nostra possanza empie il difetto, Che avviva il cor, che le virtudi affina, Che non sol ne avvalora e ne sostiene, Ma nostro, oprando in noi, merto diviene:
Quella per cui poté sprezzar d'un empio Altri esposto alle fiere il fasto e l'ire, Altri cantar come in sicuro tempio Inni al suo Dio nelle fornaci assire;
Per cui l'invitta Ebrea mirò lo scempio Di sette figli, e non scemò d'ardire; Per cui, qualora a viva fé s'innesta, Si dividono i mari, il sol s'arresta.
Sì, quella fonte che perenne e chiara Dalla Cagion d'ogni cagion deriva, Che di salubre umor mai scorse avara, Si spande ancor per te limpida e viva.
A te sarà nella tua doglia amara Come a languido fior la pioggia estiva; E sollevando al fin la fronte oppressa, Sarai cangiata e ammirerai te stessa.
Lo spero; e intanto a sollevarti anch'io Dal peso anelo, ond'hai la mente onusta; Ma facondia non vanta il labbro mio, Quale al caso convien, dolce e robusta.
Non basta alle bell'opre il sol desìo; Troppo ah mi manca, io non l'ignoro, Augusta. Tanto osar non dovrei; ma il zelo è tale, Ch'osa tentar quel che a compir non vale.
Veltro fedele, ove un infesto assaglia Folto stuolo il pastor che l'ha nutrito, A difenderlo sol bench'ei non vaglia, D'affetto più che di vigor munito,
Suo poter non misura, oltre si scaglia, Affronta i rischi inutilmente ardito; E se di lui maggior troppo è l'impresa, La grata almen sua fedeltà palesa.
Ah fosse il regio plettro a me concesso Che s'udì sul Giordano al secol prisco! D'ogni affanno sedar saprei l'eccesso; Ma, oh Dio, non l'ho, né d'implorarlo ardisco.
Rapito nel tuo duol fuor di me stesso, Sol per costume incolte rime ordisco, E, senza alcun propormi o merto o vanto, A seconda del core, io piango e canto.
Padre del Ciel, se non le mie, che sono Figlie d'un'alma in troppo fango involta, Quelle almen che t'invia d'intorno al trono Tanto popol fedel, suppliche ascolta.
Fu pur di tua pietà Teresa un dono: Ah non lasciarla in tanta doglia avvolta! Sol puoi tu consolarla, e sol tu puoi, Qual donata a noi fu, renderla a noi.
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