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1698–1782

EPITALAMIO II

Pietro Metastasio

Su le floride sponde Del placido Sebéto Che taciturno e cheto, Quanto ricco d'onor, povero d'onde,

A Partenope bella il fianco bagna, Partenope felice, E di cigni e d'eroi madre e nutrice; Stanca di tante prede,

Di Citerea la pargoletta prole, Fermando un giorno il piede, Ripiegando le penne A riposar si venne.

Premea col destro lato Il molle erboso letto; Della grave faretra Scarchi gli omeri avea:

E d'origliero in vece Posa sovra di quella La guancia tenerella: Fa colla destra palma

Scudo alle luci, affinché i rai del giorno Al pigro umido sonno Non turbino il soggiorno Stende il sinistro braccio

Languidetto e cadente Sul margine odoroso, e all'arco aurato Le pieghevoli dita avvolge intorno; Quasi tema che fuori

Della vicina selva Qualche ninfa lasciva, Qualche satiro audace Esca, mentr'egli dorme, e gliel'involi.

Così riposa Amore: e a lui d'intorno, Come destar non voglia, Non scuote o ramo o foglia La timidetta e grata

Auretta innamorata; Di guizzar non ardisce Fuor del soggiorno algoso Il pesce timoroso.

Il fiume, il fiume istesso Che gli scorrea dappresso, A rimirarlo intento, Più placido e più lento

Porta l'onda tranquilla a Teti in seno, Se non quanto accompagna Con basso mormorio Il dolce de' suoi lumi amico oblio.

Quando dal manco lato Sovra cocchio dorato Un giovinetto eroe, Germe di semidei, dell'alma e chiara

Stirpe Filomarina alto rampollo, Per ricrear gli affaticati spirti Da' noiosi pensieri, Dagli studi severi,

A vagheggiar ne viene Del nativo Tirren le spiagge amene. Dalla spaziosa fronte Inanellato e biondo

Su gli omeri si spande Tutto di bianca polve asperso il crine. Fan le nevi del volto Ingiuria al sottil velo

Che attorce intorno alla ritonda gola Sovra i candidi lini, Delle tenere membra intime spoglie, Del Batavo gelato opra e lavoro.

Scende sino al ginocchio Ricca e succinta veste Che si stringe sul fianco, Poi sotto il petto si congiunge e lega.

Si distingue e compone Di seta e d'oro il variato drappo; E l'istessa natura Par che stupida ammiri

L'arte del Gallo industre; e non sa come Il filato metallo, De' pieghevoli stami Fatt'emulo e compagno,

Fra l'intricata fila Siegua l'error dell'ingegnosa spola. Leggiadra sopravvesta Che di poca lunghezza all'altra avanza,

Cui ministrò le molli lane il Tago, Spiega sovra di quella Il purpureo colore, Più sanguigno e vivace

Del murice che infranto Al can di Tiro imporporò le labbra Più lucido e ridente Di quel che uscìo dal piè di Citerea

Vermiglio sangue a colorar la rosa. Tutto ciò che ricopre La gamba, il piede, o l'altre membra adorna, È pellegrino e raro

Di materia e lavoro, e con tal arte, Che 'l suo regal sembiante De' discordi colori La concorde armonia rende più vago.

Tal ne venìa su la dorata biga Il garzon generoso. I fervidi destrieri Scuotendo il folto crine,

Mordendo impazienti Del duro acciaro il necessario impaccio, Fan biancheggiar di calda spuma il freno. S'alza la mossa polve, e sotto il peso

Delle lubriche ruote Susurra oppressa la minuta arena. Lo strepito improvviso Scosse dal sonno il pargoletto nume

Che sul cubito destro alzossi, e terse Colla tenera palma Tre volte e quattro i sonnacchiosi lumi: Indi, colà rivolto

Donde a lui ne venìa l'incerto suono, Del giovanetto illustre Scorge ed ammira il maestoso volto; E desioso e vago

Di farlo ancor sua preda, In piè si drizza, e sceglie Dalla prona faretra Il più librato e più pungente strale:

Indi l'arco raccoglie, e pronto adatta Sul teso nervo la pennuta cocca, E al segno destinato il dardo invia. Stride l'aria divisa

Dalla rapida canna, Che giunta appena ove segnolla il guardo, Senza colpo o ferita al suol trabocca. Amor cruccioso allora,

Per emendar del primo error lo scherno Con più vigore affretta La seconda saetta; Ma con fortuna eguale

Cade il secondo strale. Chi può dir come cresca Nel fanciullesco core La vergogna, il furore?

Adirato e confuso, Più spessi e men sicuri Raddoppia i colpi al vento, e la faretra Di tutte l'armi impoverisce e scema.

Pallade allor, che del garzone invitto E custode e compagna Invisibile ognor gli veglia allato, Al fanciullo adirato

Fe' di sé nuova ed improvvisa mostra: In lui le luci affisse, Il guatò sorridendo, e nulla disse. Alla vista, all'offesa

Del silenzio e del riso, Che dir non volle o che non fece Amore? Tumido ed infiammato Di pianto il ciglio e di rossor le gote,

Straccia l'aurata benda, Si lacera le chiome, e colle piante L'innocente faretra infrange e preme: Parlar vorria, ma i numerosi sensi

Di rabbia e di dolore S'affollano sul labbro, e n'esce appena Di rotte voci un indistinto suono. In segno di vendetta

La man si morde, e colle varie penne Trattando l'aria al basso suol si fura. Per ritrovar la madre Cerca del terzo giro

Le più riposte sedi: Vola del quinto cielo Su la sanguigna stella, Perché pensa che forse

Venere innamorata Riposi in braccio al bellicoso amante: Corre di Cipro a' lidi, e tutti spia Dell'Idalio frondoso,

Di Pafo e di Citera Gli orti odorati e gli amorosi tetti: Al fin sovra le sponde Della bassa Amatunta egli la vede.

Stava Venere bella De' sudditi devoti Le vittime a libar su i sacri altari. Coronate di fiori

Giacciono all'ara appresso Le innocenti colombe Ad aspettar la fortunata morte. Di giovani donzelle

Folte vezzose schiere Ne vengono danzando Del sacrifizio a celebrar la pompa. Altri di mirti e rose

Sparge il terreno al simulacro intorno; Altri le fiamme avviva Coll'odoroso pianto Dell'arabe cortecce; e qual prepara

Entro a lucidi vasi Lo spumoso Lieo; quale accompagna All'armonica voce De' barbari stromenti

Alte lodi alla diva in questi accenti: Scendi propizia Col tuo splendore, O bella Venere,

Madre d'Amore, O bella Venere, Che sola sei Piacer degli uomini

E degli dèi. Tu colle lucide Pupille chiare Fai lieta e fertile

La terra e 'l mare. Per te si genera L'umana prole Sotto de' fervidi

Raggi del sole. Presso a' tuoi placidi Astri ridenti Le nubi fuggono,

Fuggono i venti. A te fioriscono Gli erbosi prati, E i flutti ridono

Nel mar placati. Per te le tremule Faci del cielo Dell'ombre squarciano

L'umido veto. E allor che sorgono In lieta schiera I grati zefiri

Di primavera, Te, dea, salutano Gli augei canori, Che in petto accolgono

Tuoi dolci ardori. Per te le timide Colombe i figli In preda lasciano

De' fieri artigli. Per te abbandonano Dentro le tane I parti teneri

Le tigri ircane. Per te si spiegano Le forme ascose; Per te propagano

L'umane cose. Vien dal tuo spirito Dolce e fecondo Ciò che d'amabile

Racchiude il mondo. Scendi propizia Col tuo splendore, O bella Venere,

Madre d'Amore, O bella Venere, Che sola sei Piacer degli uomini

E degli dèi. Mentre con queste voci intuona e canta Inni alla dea l'innamorata schiera, Volge Ciprigna a sorte

Lo sguardo, e vede il suo figliuolo Amore, Che tutto sparso e molle Di pianto e di sudore, Lacero ed anelante

Ratto verso di lei volgea le piante. Lascia l'are la diva, E la sua cara prole Fra le braccia raccoglie;

Indi col bianco velo Dall'umidetta fronte Terge il sudore, e gli rasciuga i lumi; E fra mille soavi

Tenerissimi vezzi Stringendolo pietosa, Baciandolo amorosa, Gli domanda cortese

Donde vien, perché pianga, e chi l'offese. Ma, poiché a parte a parte L'ingiurie sue dal caro figlio intende, Anch'ella il volto accende

Di sdegnoso rossore, Poiché troppo le pesa Di Minerva l'offesa. Crolla la testa, e in un acerbo riso

Dilatando del labbro Le porpore vivaci, Dice ad Amor: ‘Meco ne vieni, e taci.’ Ad un suo cenno allora

All'usata conchiglia Accoppiano le Grazie Le amorose colombe: ella v'ascende Coll'alato fanciullo,

E coi rosati freni De' suoi candidi augelli Per l'aereo sentier regola il volo. Abbandona di Cipro

Le fortunate sponde; Lascia il fecondo Egitto Dalla sinistra parte: indi trascorre Del Minotauro il laberinto infame,

E in men che non balena Su la spiaggia sicana il corso affrena. Non lungi dall'arene Quasi presso alle stelle

Il suo giogo fumante Etna solleva: Grave il dorso ha di gelo, E di perenne fiamma ardon le cime; Ma con tal nuova e prodigiosa legge,

Che ingiuria non riceve Il fuoco dalla neve, E 'l fuoco poi, che sovra a lei s'accende, Serba fede alle nevi, e non le offende.

Sotto gli ardenti sassi A' replicati colpi Della sonora incude Lo speco di Vulcan rimbomba e tuona.

Si cela e si profonda Fra due scoscesi monti Orrida oscura valle, Tutta d'antiche piante opaca e nera,

Ove con dubbia luce Penetra il sol, ma sul meriggio appena; Ed è l'incerto calle Del gran fabbro di Lenno

All'ardente fucina unica strada. Per quei riposti e cupi Solitari dirupi Al padre ed al consorte

Cupido e Citerea volgono i passi: E, giunti su la soglia Della spelonca affumicata e nera, S'arrestano curiosi

L'opra a spiar dell'indefesso nume. Stava intento Vulcano Un di quegli a formar fulmini ardenti Con cui Giove dal ciel folgora; ed era

In parte informe, e terminato in parte. Sudano a lui d'intorno I validi Ciclopi, Nudi le membra e rabbuffati il crine.

Altri solleva e preme Il mantice ventoso, e l'aura lieve Col replicato moto accoglie e rende; Altri immerge nell'onda

Lo stridulo metallo; ed altri al cenno Del prudente maestro Del pesante martello i colpi alterna. Ne geme l'antro, e le minute e spesse

Strepitose scintille Van per l'aria fuggendo a mille a mille. Ma quando il fabbro accorto La bella dea rimira,

Lascia imperfetto il suo disegno e l'opra; E con passo ineguale Correndo incontro alla divina moglie, Fra le ruvide braccia al sen l'accoglie.

Le domanda che brami, Qual cagion la conduca; E col tumido labbro intanto imprime Su le vermiglie gote

Di fumo e di sudor livide note. Ciprigna allor, che vede Quanto poter la sua beltà le doni Su l'infocato dio,

I bei cinabri a queste voci aprio: ‘A te, dolce consorte, Lieve cagione i passi miei non reca. Non è il tuo figlio Amore

Più quel possente nume, Da cui Giove ferito Per Leda e per Europa Il canto ed il muggito

Finse del toro ed imitò del cigno, Cambiando con l'arene Di Fenicia e di Sparta il sommo trono. Io quella più non sono

Che tempro e reggo a mio piacer gli affetti Ne' più severi petti Al placido girar de' guardi miei. Già vaglion nulla o poco

I suoi strali, il mio foco. Minerva è che pretende Sovra il cor de' mortali Temeraria usurpar le mie ragioni.

Se tanto il cor le preme Lo scorno ancor della perduta lite, Di me non già, né dell'idéo pastore, Ma più giusta si lagni

Di Giove suo che la formò men bella: Ed a turbar non venga Del mio figlio i trionfi, Le speranze d'Italia, il regno mio.

Giambatista pur dianzi De' gran Filomarini...’ Al chiaro nome Tutta Vulcan comprese Dell'ira e del venir l'alta cagione.

Fra le callose mani Quella tenera man racchiude e stringe; Sconciamente sorride, e della diva L'irate voci e gli sdegnosi affetti

Interrompe nel mezzo in questi detti: ‘Placa, placa lo sdegno, Venere bella, e rasserena i lumi; Ché non pensano i numi

Dell'alta stirpe a ritardare il frutto Contro il voler dell'immutabil Fato; Ché troppo a loro è grato Del garzon generoso

Propagar nella prole L'indole eccelsa, il glorioso nome. Il so ben io, che da tant'anni e tanti Per ornar della Gloria

Il tempio luminoso Stanco la destra e l'arte De' suoi grand'avi a' simulacri intorno. Vedi colui che, adorno

Di bellicoso acciaio il petto e 'l crine, Spira da quel metallo, ancorché finto, Un non so che di maestoso e grande? Quegli è Tommaso, al cui possente braccio,

Al cui senno, alla fede Ferdinando il suo rege E la forza e l'onore Dell'armi sue tutta commette e crede.

Vedi l'altro che sembra Di polve e di sudor bagnato e tinto, E par che voglia ancora Vibrar feroce il sanguinoso acciaio?

Giambatista è colui, Che, seguitando ardito Del quinto Carlo le felici insegne, Fe' nel marzial cimento

Impallidir la fronte Al duro Belga e all'Africano infido. Questi, che in un si mostra E placido e severo,

E col dito sul labbro Par che imponga ad alcun silenzio e pace, Questi è colui che seppe Del popolo commosso

Gli empiti incerti ed i confusi affetti Col senno e col valore All'ossequio ridur del suo signore. E, se veder poi brami

L'eccelso giovanetto Per cui tant'ira entro il tuo sen s'accende, Volgiti a destra, e mira L'immago sua sol terminata in parte.

Oh quanto intorno a lei d'opra mi resta! Quella che a lui vicino Donna reale il mio scalpello espresse, Vittoria ella è, che dell'illustre sangue

De' Caraccioli eroi colme ha le vene, E nel materno seno Furo i spirti reali Prime de' suoi respiri aure vitali.

Ve' con che dolce nodo Accoppiaron gli dèi Amore e maestà sul volto a lei. Questa al garzon gentile

Fortunata compagna il Ciel concede. Faran d'amore e fede Bella gara fra lor gli accesi cori; E degli antichi onori

La prole lor, rassomigliando agli avi, Riempirà le sue paterne sponde. Benigno il Ciel risponde Di Partenope ai voti, e i numi stessi.

Affrettan desiosi Il felice imeneo. Che se pur dianzi Pallade i dardi tuoi torse dal petto Dell'alto giovanetto,

Fu perché d'altro strale Più puro e più lucente Attende la ferita, e non da quello Onde ogni umano cor per te s'impiaga.

Ecco là di mia mano’ Ed accennò col dito Ove un rotto macigno A due quadrella aurate era sostegno

‘L'armi già pronte: io le composi, e furo Meco compagni all'opra Il Piacere, la Fé, l'Onor, la Pace.’ Quando il fanciullo audace

Le saette ravvisa e i detti intende, Più da lui non attende: Ma rapido e veloce L'armi rapisce, e al genitor s'invola:

Indi ratto sen vola Su le vinose falde Del fertile Vesévo, e 'l doppio strale Di Giambatista e di Vittoria in seno

Senza contesa a riposar ne viene. Se fu cara la piaga, Se fu dolce il velen de' dardi suoi, Bella coppia gentil, ditelo voi.

Scese allor dalle sfere I chiari a celebrare alti sponsali D'Urania e di Lieo l'acceso figlio, D'amaraco odorato adorno il crine.

Venere ancor dagl'importuni amplessi Dell'ispido marito, Quanto più può veloce, Si sviluppa e si scioglie,

E la gran pompa ad onorar ne viene. Della variata zona I suoi fianchi discinge, E i fortunati sposi

Con soavi ritorte annoda e stringe. Per ornar sì bel giorno, Si scorda ed abbandona Libetro ed Aganippe

Coll'aonie sorelle il biondo dio, E fra quelle divide De' festivi apparati il peso e l'opra. Una nel cavo bosso

Spingendo or aspro ed or soave il fiato, Su i regolati fori Delle tremule dita il moto alterna, Ed or tarda or veloce

Uscir ne fa l'armoniosa voce. L'altra d'eburnea cetra Con pettine sonoro Scorre le fila, e raddolcisce i cori.

Questa, di lieve socco ornata il piede, Come scaltra e prudente I costumi imitando e i detti altrui, Nell'umile favella

Nasconde ancor di sua virtude un raggio, Ch'è spettacolo al volgo e scuola al saggio. Quella, d'alto coturno Traendo il peso in maestosa scena,

Rappresenta e dipinge Sol gloriose imprese, eroici amori, E da fallaci oggetti Desta nell'altrui cor veraci affetti.

E i dotti vati intanto Fanno dolce sonar su' labbri loro Di Giambatista e di Vittoria il nome Con sì leggiadro stile,

Che men soave canta, Allor che si querela Del suo fato maligno, Sul confuso Meandro il bianco cigno.

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