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1698–1782

EPITALAMIO I

Pietro Metastasio

Altri di Cadmo o dell'offeso Atride Canti l'imprese e i bellici sudori; Altri il valor del favoloso Alcide, O di Gradivo i sanguinosi allori:

Io sol di due bell'alme oneste e fide Il nodo canto e i fortunati ardori. S'asconda Amor nella mia cetra, e dia Sol concenti d'amor la musa mia.

Eccelsa donna, a cui fortuna e merto Per l'umano sentier compagni sono, Non isdegnar che l'amoroso serto, Che intesso agli alti sposi, io t'offra in dono.

Forse che un dì, reso lo stile esperto, Canterò le tue lodi in chiaro suono. Or cortese m'ascolta, e soffri intanto Che all'imprese sublimi avvezzi il canto.

Farò come fanciul che in pria soletto Tentar l'onda non osa, ancorché destra; Poscia a lieve corteccia appoggia il petto Ed al nuoto così le membra addestra:

Quindi gl'insegna in più sicuro aspetto I pesci ad emular l'arte maestra; Al fin lascia i sostegni in su le sponde, E va per gioco a contrastar con l'onde.

Nel molle sen della felice terra Cui bagna l'onda pèrsa e l'eritrea, Ove senza sudor si pasce ed erra L'avventurosa gioventù sabea,

S'inalza un monte a cui non fa mai guerra L'estivo raggio o la stagion più rea; Ma sempre ode fra' rami e intorno a' fiori Lascivi susurrar Favonio e Clori.

Là sorgono a vicenda in ogni lato Le fruttifere palme, i cedri densi, L'amomo, il nardo, il calamo odorato, Le mirre amare, i lagrimosi incensi,

E quanti legni intorno al rogo amato, Ove ringiovanir morendo pensi, Suole adunar con provvido consiglio L'augel che di se stesso è padre e figlio.

Là sempre han verdi i tronchi i rami loro, Là mai ferro alle piante ombra non scema, Né in quelle falde mai giovenca o toro Sotto giogo pesante avvien che gema;

Né che, sudando nel servil lavoro, Il mendìco cultor l'aratro prema; Ma vede senza rischio e senza affanno L'ariste biondeggiar più volte l'anno.

Nascon là varie frutta a un tronco unite. Né costa l'accoppiarle arte o pensiero: Dall'olmo istesso e dall'istessa vite Pende gemino grappo e biondo e nero.

E di quelle contrade al Ciel gradite Autunno e primavera il dolce impero Contendono fra lor; talché per tutto Non spunta fior, che non maturi il frutto.

Su la cima del monte un pian rotondo Di piante ombroso si dilata in giro, Sovra di cui quanto racchiude il mondo Di vaghezza e piacer le stelle uniro.

Qui vedi un antro, ivi un ruscel giocondo Nutrir dell'erbe il natural zaffiro, E vagar pascolando a schiere a schiere Dipinti augelli e mansuete fere.

Tai non fur delle Esperidi i famosi Orti di cui tant'alto il grido ascese, Né quei che sovra i muri bellicosi Il fasto assiro a fabbricarsi intese:

E men grati di questi i bei riposi Degli Elisi trovò, quando vi scese Il padre a riveder dal ciel lontano Con la donna di Cuma il pio Troiano.

Non sai se l'arte o il caso abbia fornita Così bell'opra, o siano entrambi a parte; Perocché l'arte è tal che il caso imìta, E 'l caso è tal che rassomiglia all'arte.

E questo a quella, e quella a questo unita, Quanto può, quanto sa mesce e comparte: Un la materia al bel lavor dispose, L'altra meglio adornolla, e poi s'ascose.

Ma del bel monte in su l'estrema altura Non giunge mortal piede e non soggiorna; E se dal basso mai salir proccura, Donde in van dipartissi in van ritorna:

Perché quella selvosa ampla pianura, Che le sue falde in vasto giro adorna, Così l'obblique vie co' tronchi intrica, Che chi prima v'entrò n'esce a fatica.

Tal, mi cred'io, là nel cretense lido, Ove Pasife ardeo di folli brame, Il torto calle e il periglioso nido Esser dovea del Minotauro infame;

Da cui campando a sorte il Greco infido Per opra sol del fortunato stame Rese a chi l'addestrò nel gran cimento Per mercé della vita un tradimento.

Quivi, lontan dal timido consorte, In sì rimota parte e sì nascosa, Spesso a giacer ritorna il dio più forte Colla dea più lasciva e più vezzosa.

E mentre fra le placide ritorte Prigionier fortunato egli riposa, Tace l'ira e 'l furor, dormon gli sdegni, E stanno in pace e le province e i regni.

Bello è il veder, qualor deposto il peso Della lorica sanguinosa e dura Marte colla sua dea giace disteso Tra' fioretti del prato e la verdura,

Degli Amorini il folto stuolo, inteso A' molli scherzi in fanciullesca cura, Volare a groppi, e in mille guise e mille Vibrar saette e suscitar faville.

Uno, deposto la faretra e l'arco, Il grand'elmo adattar proccura in testa; Ma sotto il grave inusitato incarco Mezzo nascosto e quasi oppresso resta.

Chi passa dell'usbergo il doppio varco, E chi sopra vi sale e lo calpesta; Chi tragge l'asta, e chi sul tergo ignudo Tenta inalzar lo smisurato scudo.

Altri la ruota che gli cadde al piede Della conca materna adatta all'asse, Né il semplice può mai, perché non vede, Trovar via di riporla onde la trasse.

Questi al german, che su l'erbosa sede Dorme, a troncar le piume intento stasse; Quegli, mentre alle labbra il dito pone, Che taccia a un altro, e che nol desti, impone.

Qual d'un alloro in su la cima ascende Degli augelli a spiar la sede ignota, Qual librato su l'ali in aria pende, Qual va nel fonte a inumidir la gota;

Chi l'arco acconcia e chi la face accende, Chi aguzza il dardo alla volubil ruota; Altri corre, altri giace, altri s'aggira, E chi piange e chi ride e chi s'adira.

Così colà sovra l'iblea pendice Errano intorno alle cortecce amate, Spogliando de' suoi pregi il suol felice, L'industri pecchie alla novella estate.

Questa dal fior soave succo elìce, Quella compon le fabbriche odorate; Van susurrando, e mille volte al giorno Alla cerea magion fanno ritorno.

Fra gli altri un dì, mentre riposa in pace Presso alla dolce amica il dio guerriero, Fura il brando, lo snuda, e troppo audace Sel reca in spalla un pargoletto arciero;

E, movendo più tardo il piè fugace Sotto il peso per lui poco leggiero, Io non so come, al genitor vicino, Inciampando nel suol, cadde supino.

E cadendo, l'acciaro infausto e rio Al fiero nume il manco piè percosse, E 'l punse sì che il caldo sangue uscìo In varie stille a far l'erbette rosse.

Gridò Marte sdegnato e i lumi aprio, Ed al suo grido Citerea si scosse. Volle alla fuga Amore aprir le penne, Ma la madre il raggiunse e lo trattenne.

Ei per fuggir si scuote e si dibatte. Ma quella prima il di lui fallo apprese, Poi con sferza di rose il vivo latte Delle sue membra in cento parti offese.

Ei si discolpa; ella più fiera il batte, Né son le scuse e le querele intese. Stanca al fin l'abbandona; ed ei sdegnato Va, mordendosi il dito, in altro lato.

E per l'onda giurò del pigro fiume Far delle sue percosse alta vendetta. Pensa intanto partirsi il fiero nume, Ché 'l suo Trace inquieto ormai l'aspetta;

Il Trace che con barbaro costume, Fra i cibi ancor di grata mensa eletta, I vasi che al piacer Lieo prescrisse Ministri fa delle sanguigne risse.

Onde s'alza dal prato e si ripone L'armi funeste agli altrui danni pronte: E son, mentr'ei s'adatta e ricompone, Ancelle al suo vestir le Stragi e l'Onte.

Crollano allor le barbare corone A' purpurei tiranni in su la fronte, E sì torbida luce in lui balena, Che Citerea può rimirarlo appena.

Come talora il libico serpente, Forse dagli anni affaticato e lasso, Suole, al tornar della stagione ardente, La vecchiezza spogliar fra sasso e sasso;

Indi il tergo squamoso e rilucente Ravvolge al sole in tortuoso passo; Vibra tre lingue, e a' velenosi fiati Aduggia i fiori, inaridisce i prati:

Tal sembra allor che parte e si divide Da lei, per cui men ci tormenta e nuoce; Ed, obliato ogni piacer, s'asside Nella ferrea quadriga il dio feroce.

S'incurva l'asse al grave pondo, e stride; Si fa l'aria sanguigna al guardo atroce; Escono i venti, e già coperto appare Di nembi il cielo e di procelle il mare.

Va la Discordia innanzi e i nodi spezza D'amor, di pace, e agevola i sentieri Al Furor che perigli unqua non prezza, All'Empietà da' livid'occhi e neri.

Presso a costor vien la Vendetta, avvezza A scuoter regni, a soggiogare imperi; La Crudeltà la siegue, il Tradimento, Il Terror, la Ruina e lo Spavento.

V'è la superba Ambizion fumante Che, pregna di se stessa, ogni altro oblia; V'è l'Invidia che, magra e palpitante, Più l'altrui mal che 'l proprio ben desia;

V'è la pallida Morte, e a lui davante Ruota la falce sanguinosa e ria; E la Fame e la Peste a un carro istesso, Orrida compagnia! gli vanno appresso.

Parte Gradivo, e occultamente il figlio Va seco, ancor di rabbia il sen trafitto. Quei la triplice Arabia e 'l mar vermiglio Si lascia a tergo ed il fecondo Egitto.

Ma non so con qual arte o qual consiglio Amore il deviò dal cammin dritto, Ché, mentre in ver la Tracia il corso muove, Senza ch'ei se n'avvegga il mena altrove.

Gira a sinistra, e per l'ondoso regno Passa di Libia il procelloso flutto; Poi per angusto varco il nido indegno Trascorre de' Ciclopi a piede asciutto:

L'angusto varco ove in eterno sdegno Latra Scilla dal corpo informe e brutto; E, qual dardo veloce, al fin perviene Del bel Sebéto alle felici arene.

Quivi Amor lo precorre; e in quelle sponde Ratto sen vola a una regal donzella; Colla face e co' dardi in lei s'asconde, E le vendette sue confida a quella.

A lei sen va, perché non spera altronde Più sicure scoccar le sue quadrella; E sa che, sebben ella amor disprezza, È per lung'uso a innamorare avvezza.

Anna è costei di tanto onor ripiena, Frutto gentil di generosa pianta, Di cui superba la real sirena, Più che d'ogni altra figlia, oggi si vanta.

Se in giro in liete danze il passo mena, Se tace o ride, e se favella o canta, Porta in ogni suo moto Amore accolto, Pallade in seno, e Citerea nel volto.

Vicino al lato suo siedono al paro Con la dolce consorte il genitore, Coppia gentil d'illustre sangue e chiaro, Vivi esempli di senno e di valore;

Alme che prima in Ciel si vagheggiaro, E poi quaggiù le ricongiunse Amore: E dier tal frutto, che non vede il sole Più nobil pianta e più leggiadra prole.

Stava la bella donna intenta allora Su le carte a snodar musici accenti, Ed alla voce or tremula or sonora Tacean su l'ali innamorati i venti.

Men soave di lei si lagna e plora La mesta Filomena ai dì ridenti, Qualor va solitaria in balza aprica La dolce a rinnovar querela antica.

La voce, pria nel molle petto accolta, Con maestra ragion spigne o sospende. Ora in rapide fughe e in groppi avvolta Velocissimamente in alto ascende;

Ora in placido corso e più disciolta Soavissimamente in giù discende; I momenti misura, annoda e parte, E talor sembra fallo, ed è tutt'arte.

Se così rasciugò su gli occhi il pianto Al re di Giuda il giovanetto ebreo, Se i regni dell'orror con tale incanto Impietosì l'innamorato Orfeo,

Non fia stupore. Il Ciel parte del vanto Mi dia che solo in questa unir poteo, E a Dite anch'io n'andrò senza paura, O pur di Tebe a rinnovar le mura.

Qui posa Amore, e nel soave e tardo Moto degli occhi suoi le piume assetta: Tien curvo l'arco ed incoccato il dardo, Com'uom che a nuocer luogo e tempo aspetta.

Passa Marte frattanto, e volge il guardo: Sprigiona allora Amor la sua saetta, E va ratta così la canna ardita, Che quasi pria del colpo è la ferita.

Quando le chiome e il delicato viso Marte mirò della donzella altera, Gli fu veder la bella diva avviso Che in Cipro, in Pafo e in Amatunta impera.

Tal sembra agli occhi, e tal somiglia al riso, Tal era agli atti, al favellar tal era: Com'ella ha di rossor la gota aspersa, Se non quanto onestà la fa diversa.

Stupido il fiero dio l'asta abbandona, L'asta crudel dell'altrui sangue ingorda; Di sdegno e di furor più non ragiona; Il ciel, le stelle e Citerea si scorda.

Non fra le stragi il fier desio lo sprona, Non lo Scita o il Biston più si ricorda; Ma, ponendo in non cale i suoi trofei, In lei si specchia, e si vagheggia in lei.

Tigre così nella natia contrada Stringe in mezzo allo sdegno al corso il freno, Il cristallo a mirar che in su la strada Lasciò lo scaltro cacciatore armeno;

Gli vaneggia d'intorno, e più non bada, Ebbra di quell'insolito baleno: Intanto il cacciator la fuga affretta, Ed i figli le invola e la vendetta.

Ma già la Fama, orrendo mostro indegno Cui dopo la crudel pugna titana La Terra generò calda di sdegno, D'Encelado e di Ceo minor germana,

Sen va garrula e lieve in ogni regno; Né v'è parte per lei che sia lontana: Timida sorge, e poi superba cresce, Ed il falso col ver confonde e mesce.

Dall'aureo Gange alla tirintia foce, O per la notte o pel diurno lume Vola sempre più rapida e veloce, Né mai chiuder le luci ha per costume.

Suona per cento bocche a lei la voce, E tanti gli occhi son quante le piume: Sta l'opre altrui sempre a spiare intenta, E gli alti regi e le città spaventa.

Alla madre d'Amor costei sen vola, E di Marte le narra i nuovi ardori; E manda, mentre parla, ogni parola Rotta e confusa dal suo labbro fuori.

Non si ferma con lei, ma mesta e sola La lascia co' gelosi suoi furori. Sol che infido è il suo nume ella comprese, Ma non sa dov'ei sia, né chi l'accese.

Tutta di rabbia ella avvampossi ed arse, Ché tanto oltraggio tollerar non puote. Non sa per far vendetta ove voltarse; Amore e sdegno il dubbio cor le scuote.

Il crespo oro del crin stracciossi e sparse, E lacerò le amorosette gote: Tant'ira può destar, tanto veleno La gelosia fin d'una diva in seno!

Furia crudel, che fra gli altrui diletti Invida nasci e ogni piacer ne furi, E spargendo di gelo i caldi affetti Le dolcezze d'amor turbi ed oscuri,

Qual pace aver potran gli umani petti Se anco i numi da te son mal sicuri? O dal tuo regno, Amor, scaccia costei, O lascia di ferir uomini e dèi.

Sale sul carro suo la dea gelosa, E fa spiegar delle colombe il volo. Va con incerto corso e mai non posa, Or vicino alle stelle or presso al suolo.

Là dove sorge il sol, dove riposa, Le sfere tutte e l'uno e l'altro polo Più volte raggirò di lido in lido Per l'orme ritrovar del nume infido.

Non arde più come soave ardea Il bel seren delle amorose ciglia, Né sa regger la man come solea I bianchi augei colla rosata briglia.

Forse così dalla montagna etnea Cerere andò per ritrovar la figlia, Che tratta avea nelle tartaree grotte L'acceso re della profonda notte.

Girò lung'ora e si ravvolse in vano, Né l'amante infedel giammai rinvenne. Già con moto vedea più tardo e piano Le colombe alternar le stanche penne;

Quando, portata dallo sdegno insano, Su l'Istro a caso a trapassar ne venne: Qui volge al suol le irate luci, e vede L'alta città che dell'impero è sede.

L'alta città dove risplende in trono, Cinto di gloria, il fortunato Augusto, Al cui valore, a' cui trionfi sono La terra e l'Oceàn termine angusto;

Che fa tremar di sue minacce al suono L'orientale usurpatore ingiusto: Cui fin del mondo in su le rive estreme Lo Scita e l'Africano adora e teme.

Rimira in essa un giovanetto ardito Lieto posar di bella donna al fianco. Ha la fronte di ferro e 'l sen vestito, E gli pende l'acciar dal lato manco.

Marte il crede la diva, onde in quel lito Degli alati corsieri il vol già stanco Rapidamente inverso il suol declina: E per meglio veder se gli avvicina.

Va lor dappresso, e nella coppia bella Altro trova la dea da quel che vuole; Che Antonio è questi e Marianna è quella, De' Pignatelli eroi gemina prole.

Ei di nobile ardir fiammeggia, ed ella Ha negli occhi divisi i rai del sole; Ed hanno di bellezza e di valore, In pregio diseguale, eguale onore.

Ei mostra ancor nel mezzo alla fierezza Un non so che di placido e gentile; Ella unisce alla tenera bellezza Lo spirito magnanimo e virile:

Questi ogni rischio, ogni periglio sprezza; Quella i dardi d'Amor si prende a vile; E l'un dall'altro con illustre gara Ad imitarsi, a superarsi impara.

Volgendo al bel garzon gli sguardi sui, Più non sente la dea gelose pene: L'onte cancella ed i disprezzi altrui Colle dolci del cor nuove catene.

Già sel vagheggia amante, e presso a lui, Ove sdegno la trasse, amor la tiene. Amor, che può nell'agitato petto Uno in altro cangiar contrario affetto.

Ma quando il volto angelico e modesto Scorge dell'eroina e la bell'alma, Sente un invido stimolo e molesto Che al placido pensier turba la calma.

Se guata quella o si rivolge a questo, Uno le invola il cor, l'altra la palma; E ondeggia come suol frondoso pino Fra Noto ed Aquilon sul giogo alpino.

Intanto Amor, che le percosse e i scherni Altamente riposti in petto serba Né vuol ch'altri corregga e che governi Quella sua mente indomita e superba,

Qui raggiunta l'avea su i vanni eterni. Or seguitando la vendetta acerba, Torna a Marte e si svela, e all'improvviso Che infida è Citerea gli reca avviso.

Se bene il dio guerriero in altro laccio Il feroce pensiero annoda e stringe, Al nativo furor tornando in braccio S'infiamma d'ira e di rossor si tinge.

Sdegnoso ardor, più che geloso ghiaccio, I nuovi oltraggi a vendicar lo spinge, Né vuol quell'alma, a tollerar poc'usa, Ch'altri venga a goder ciò ch'ei ricusa.

Qual cadendo talor dalla montagna Turgido fiume pe' disciolti umori Schianta le selve, e trae per la campagna Le capanne, gli armenti ed i pastori:

Tal, poiché appien dell'infedel compagna Comprende il fero nume i nuovi ardori, Verso di lei rivolge il corso, e lassa Alti segni d'orror dovunque passa.

D'un ciglio al raggirar (sì ratto ei corse) Dall'umile Sebéto all'Istro giunge. Ma Citerea del suo venir s'accorse, E la sua rabbia argomentò da lunge.

Fu di fuggir, fu di celarsi in forse: Teme che, se il crudele or la raggiunge, Incontro a quel furor resistan poco Le sue lusinghe e l'amoroso foco.

Ma perché sì vicine ha le procelle, Né alla salvezza sua vede altre strade, Bagna di pianto le amorose stelle Come necessità le persuade.

Si fan le luci a quell'umor più belle, Che rigandole il volto al sen le cade; E sembra in Troia la fedel consorte Quando d'Ettore suo pianse la morte.

Quanto in due molli e languidetti rai Senta più vivi un cor gl'incendi suoi, In vece mia, se lo provaste mai, Fidi servi d'Amor, ditelo voi.

Io nol potrei ridir, che non mirai Qualor piangesti, o Fille, i lumi tuoi. Di crudeltà, non di fermezza ha vanto Chi può durar della sua donna al pianto.

Così sparsa le chiome, umida il volto, Tutte dell'arti sue le forze unisce, E a lui, che tanto sdegno ha in sen raccolto, Inerme e sola avvicinarsi ardisce.

Oh spettacolo illustre, a cui rivolto Lo stesso Amor ne gode e ne stupisce, Ove a pugnar fra loro in campo armate Vengono la fierezza e la pietate!

‘Così, crudel,’ comincia, e poi lasciava Uscir fra le parole un sospiretto, ‘Così torni, o crudele?’ indi spezzava Co' singulti la voce in mezzo al petto.

‘Questa dunque è la fede?’ e intanto lava Di pianto il mobil seno e tumidetto. ‘Ché non torni a colei che t'innamora? Che! qui ne vieni ad insultarmi ancora?

Il so, di nuovo stral l'alma ferita Lascia gli antichi affetti in abbandono: Io la speranza tua, né la tua vita, Né più tuo ben, né Citerea più sono.

Così dunque restar dovrà schernita Chi sé ti diede e la sua fama in dono? Questo prezzo, crudel, questa mercede Rendi, barbaro nume, a tanta fede?

Già scordasti quel dì che, in furto colta, Teco fra molli piume e senza velo Fui, sol per te, d'infami lacci avvolta, Spettacolo di riso a tutto il Cielo?

Sudai le arene a fecondare, oh stolta! Ed a' raggi del sol commisi il gelo, Allor che nel tuo petto ebbi speranza Trovar premio di fede e di costanza.’

‘Qual fede’, ei le risponde, ‘e qual ragione, Dimmi, perfida, mai serbasti intera? Qual legge in te non manca o si scompone, Anima ingannatrice e menzognera?

Riedi, riedi a scherzar col caro Adone Su per gli orti di Pafo e di Citera; Torna, torna a legarti in nuove guise In riva al Zanto al tuo diletto Anchise.

Da che le tue lusinghe a me fur care, Io più Marte non fui qual era in pria: T'accolse il cielo e ti produsse il mare Per mio tormento e per vergogna mia.

Languiscono per te mill'alme chiare, E 'l sentiero d'onor per te s'oblia: Ma, già che ho frante ormai le tue saette, Io farò colle altrui le mie vendette.’

‘Sì,’ ripiglia la diva, ‘in queste vene Vibra il ferro, e se puote ancor m'uccida: Sprezzami quanto sai, crescimi pene, Strappami il cor, ma non chiamarmi infida.’

Qui la rissa crudel non si trattiene Ma crescono ad ogn'or l'onte e le strida: Ei con gli sdegni i nuovi sdegni irrìta, Ella piangendo il suo periglio evìta.

Così, qualor dalla prigion nativa Esce Aquilon per le campagne, e freme, E l'alto pin delle sue spoglie priva, E trae cogli augelletti i nidi insieme,

Sta il molle giunco in la palustre riva Ed a tanto furor punto non teme: Or quindi si ripiega, or quinci pende, E cedendo resiste e si difende.

Ma sì gli sdegni ormai crescendo vanno, E soffre Citerea sì gravi offese, Che Amor, che n'è cagione, a tanto affanno (Moto insolito a lui) pietate intese:

Teme vicin della sua madre il danno; Pentesi che da prima ei nol comprese; Corre alle stelle, e contro al dio temuto Tutti i numi del ciel chiama in aiuto.

A sì grand'uopo allor dall'alte sfere Fin l'antico Saturno il passo muove: E col dio che de' numi è messaggiere Scendon Bacco ed Apollo, Ercole e Giove.

V'accorron tutti, e sol fra quelle schiere Vulcan non fu, che ritrovossi altrove: V'andaro ancor, né in Ciel rimase alcuno, Cintia, Pallade, Rea, Cerere e Giuno.

Altri a compor gli sconcertati affetti Del furibondo dio s'affanna e stenta, Ed altri a consolar con molli detti Citerea che s'affligge e si lamenta.

Intanto Amor negli adirati petti Si studia a risvegliar la fiamma spenta. A poco a poco già l'ira si stanca, E su gli occhi a Ciprigna il pianto manca.

Sì possenti d'Amor gl'incendi fôro, Che cessa l'odio all'amorosa face; E già fra sé desia ciascun di loro Che venga l'altro a domandargli pace:

Quando sorgendo fra 'l celeste coro Il più facondo nume e più sagace, Ambo in volto guatolli, e poi sorrise; Indi in tai detti a favellar si mise.

‘A che pro, numi eccelsi, in tante risse Turbar delle vostr'alme il bel riposo? Quell'union che 'l Ciel fra voi prescrisse In van tenta spezzar sdegno geloso.

Per voi giran le stelle erranti e fisse, Per voi ridono i prati e il mare ondoso; E, qualora è fra voi discordia o guerra, Perde il suo corso il ciel, langue la terra.

Se tu senza di lui, Venere, ardesti, Fu il mondo allora effemminato e molle; E tu senza di lei, Marte, facesti Su i larghi campi inaridir le zolle;

Per ciò il rettor degli ordini celesti Con saggia cura accompagnar vi volle; V'unio per man d'Amor, ma con tal legge Che l'eccesso dell'un l'altro corregge.

Ah cessin l'ire, e quel piacer godete Che amando riamato un cor ritrova. Non han gli uomini o i numi ore più liete, E tu, Venere bella, il sai per prova.

Già rei d'egual delitto entrambo siete, E la colpa dell'uno all'altro giova: Se pur è colpa all'alme innamorate Vagheggiar per ischerzo altra beltate.

Purché il mio cor colà faccia dimora Dove locò de' propri affetti il soglio, Non se altra vado a rimirar talora Per ciò di nuovo innamorar mi soglio.

Se cieco ha da restar chi s'innamora, Sì dura legge io non intendo: e voglio Senza taccia d'infamia e tradimento Mirar ciò che m'aggrada a mio talento.’

Riser gli amanti; e gli altri numi intorno Gli fero applauso e l'approvar col ciglio; E dal suo regno Amor fin da quel giorno Il Sospetto mandar volle in esiglio,

Con legge tal che, se taluno a scorno Del suo poter seguiva altro consiglio, In pena dell'error giammai non abbia Libero il cor dalla gelosa rabbia.

Ma Citerea, che già d'amor sfavilla, Al nunzio degli dèi gli occhi converse; Prima però dell'umida pupilla Colla candida palma il pianto terse;

Poi disse: ‘Tornerà l'alma tranquilla Le fiamme a radunar ch'eran disperse, Purché Marte, lasciando il genio antico, Al creduto rival non sia nemico.

Io so quanto i sospetti abbian di forza Nel fero cor del bellicoso dio, E quel misero il sa che dalla scorza Dell'infelice Mirra al giorno uscìo.

Pur, s'ei nel sen l'ire novelle ammorza, Mi scorderò l'antiche offese anch'io; Benché dovrei, provato il mar fallace, Fuggirlo ancor quando m'alletta e piace.’

Già Marte alla risposta erasi mosso, Quando il padre de' numi e delle cose, Dell'alto ciglio onde l'Empiro è scosso A un lento raggirar silenzio impose.

Poi: ‘Vo,’ lor dice, ‘ogni livor rimosso, Che s'acchetino in voi l'ire gelose Per Anna e per Antonio, e che del pari A Marte ed a Ciprigna ambo sien cari.

Tu lieto, Amore, ad annodar ten vola La bella donna al giovanetto ibero: Tu d'amaraco cinto e di viola Siegui, Imeneo, del Fato il sommo impero.

Fate voi di quell'alme un'alma sola, Un sol cor di due cori, un sol pensiero; Lo stesso ardor destate in ambedui, Talché quegli in lei viva ed ella in lui.

Così se alcun di voi, numi gelosi, Unqua avverrà che a vendicarsi intenda, Non potrà disturbare i lor riposi Senza ch'entrambi in un sol colpo offenda.

Così del mio voler gli arcani ascosi Vo' che l'Italia in sì gran giorno apprenda: E che ritorni il generoso seme Sul bel Sebéto a rinverdir la speme.’

Disse; e gli dèi che tal novella udiro In liete voci il lor piacer mostrorno; E Gradivo e la dea del terzo giro D'osservar l'alte leggi insiem giurorno.

Quindi contenta allo stellato Empiro La famiglia immortal fece ritorno: Solo Imeneo non rivolò là sopra, Ma n'andò con Amor compagno all'opra.

Colà, dove Maléa l'onda rincalza, Tenaro ancora in ver le stelle poggia, Tenaro altier che tanto il giogo innalza Che quasi alla sua cima il ciel s'appoggia,

E vede sotto alla scoscesa balza Girar le nubi e dileguarsi in pioggia: Di scogli è cinto, onde lontan dal lito Passa il nocchiero e lo dimostra a dito:

Nude ha le cime ed è selvoso al basso, E fra l'ombre funeste apre in un canto Cinto di dumi il rovinoso sasso Orrida strada alla città del pianto.

Fama è che quindi introducesse il passo Alcide a riportar l'ultimo vanto, Allor che dalle sponde al sol rubelle Cerbero trasse ad ammirar le stelle.

Dell'antro oscuro all'ampie fauci appresso Per non trito sentier s'avvalla un bosco, Così d'antiche piante opaco e spesso Che v'entra il dì, ma sempre incerto e fosco,

Talché sguardo non uso, al primo ingresso Ne diverrebbe annubilato e losco; In quel tacito orror chiusa si vede La solinga del Sonno amica sede.

I papaveri al crin, l'ali alle terga Ha il pigro nume, e al piè doppio coturno. Raro si desta; e regge in man la verga Di sonnifero aspersa oblio notturno.

Dormongli l'aure intorno, e non alberga Nella tacita stanza augel diurno; Ma sol fanno i lor nidi entro a quei tufi Civette, vispistrelli, upupe e gufi.

Ivi fra gli olmi opachi e gli alti pioppi, Fra mandragore fredde ed elci nere Volan miste de' Sogni in vari groppi Cento larve fantastiche e leggiere.

Vi son con membra informi e volti doppi I centauri, le sfingi e le chimere, E quante forme nella notte oscura Il nostro immaginar guasta e figura.

Colà con Imeneo l'ali converse L'almo figliuol dell'amorosa dea, E giunto, il dio chiamò che posa, asperse D'oblio le luci, in grembo a Pasitea.

Destossi al grido il Sonno, il ciglio aperse, Alzò la fronte, e favellar volea; Quando, aprendo le labbra, i lumi chiuse, Di nuovo addormentossi, e lor deluse.

Allora Amor, che tollerar non suole, E l'indugiar colà troppo gli pesa Perché di Giove adora il cenno e vuole Condurre a fin l'incominciata impresa,

Non attende dal nume altre parole; Oltre sen va, né gli è la via contesa; Un Sogno sceglie infra le turbe, e poi Volge all'Istro con esso i vanni suoi.

Va seco il Sogno, e alla grand'opra aspira: Ma pria d'Anna però la forma piglia, E si cambia così che ancor l'ammira Amor che glie lo impone e gliel consiglia.

Com'ella, il passo muove, il guardo gira, E dal capo alle piante a lei somiglia, E non altro fra lor v'è di distinto, Se non che l'una è vera e l'altro è finto.

Già ritornava alle cimmerie grotte La nemica del giorno a far dimora, E già le nubi dissipate e rotte Fuggian dinanzi alla nascente aurora;

E sul confin del giorno e della notte Dubbia era l'aria in occidente ancora; E si vedea, deposto il nero velo, Di poche stelle illuminato il cielo;

Quando ad Antonio in grave sonno immerso Amore ed Imeneo col Sogno apparve; Ond'ei stupido resta e, a lor converso, Più che donna, mirar diva gli parve;

E trasse il cor, di nuova gioia asperso, Verace ardor dalle mentite larve. Amor, poiché l'incendio appreso scorge, Novella con tai detti esca gli porge:

‘Se forse acceso allo splendor sereno Brami saper chi sia la donna bella: Nacque in riva al Sebéto; ancor nel seno Partenope l'accoglie; Anna s'appella.

Sorgi, vanne ed ardisci, e cerca almeno Da questa sponda avvicinarti a quella: Sorte non manca ove virtù s'annida; E bell'ardire alle grand'opre è guida.’

Così gli stringe al cor dolce catena, Mentre il nome di lei gli apre e rivela. Ma, terminati i brevi detti appena, Il Sonno si dilegua, Amor si cela.

Così fuggon gli oggetti in lieta scena Allo sparir della fugace tela; Così forse a Cartago in lieto ciglio Venere apparve e s'involò dal figlio.

Ripieno il cor della gentil sembianza, Dall'alto sonno il cavalier si desta, E sol fra sé per la solinga stanza Girò lung'ora in quella parte e in questa.

Quindi il caldo desio tanto s'avanza, Che le spoglie s'adatta, e là non resta, Ma col favor della diurna luce Al Sebéto s'indrizza; e Amor gli è duce.

Eccolo in riva al desiato fiume, Che, giunto appresso agli amorosi rai, Trova il nobil sembiante e il bel costume Di quel che immaginò, più vago assai.

Oh come lieto in su le varie piume Per così chiare prede Amor ten vai! Se la tua fiamma è così dolce e pura, Ben è folle colui che amar non cura.

Ecco che stringe il fortunato laccio Del buon padre Lieo l'accesa prole; Ecco la sposa, e al fido amante in braccio Venere istessa accompagnar la vuole.

Veggo i numi, scordato ogni altro impaccio, Menar d'intorno a lor liete carole; Scorgo le pompe, odo gli applausi, e sento Anna ed Antonio in cento bocche e cento.

Vivi, coppia felice, e illustri inganni Tessi al tempo volubile e fugace; Né mai nel vostro cor cinto d'affanni Entri mesto pensier, cura mordace.

Faccian l'alme qua giù molti e molti anni Dolce il cambio fra lor d'amore e pace; E quando il Ciel le chiami ad altra sorte, Gloria le involi alla seconda morte.

Antonio col valore e co' consigli Congiunga i modi placidi e soavi, E a nostro pro di generosi figli La bella donna il nobil seno aggravi.

Quindi la prole al genitor somigli, Come già gli avi assomigliaro agli avi: E il chiaro suon de' loro illustri gesti Dall'antico letargo Italia desti.

Sorga l'eccelso pino a paragone Dell'alte nubi, e adombri ogni confine, Né mai d'Austro sdegnato o d'Aquilone Le procelle paventi o le pruine;

Ma gravi, sempre verde in sua stagione, Di frutti e fiori il suo frondoso crine, E lieti là, d'ogni timor divisi, Cantino i cigni alla bell'ombra assisi.

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