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1436–1508

XXXII

Pietro Jacopo De Jennaro

Passato è omai el quinto anno ch'io chegio Amor che scioglia il laccio, ove m'avinse per quest'umana donna, anzi celeste. Passato è omai il tempo che lui vinse

ogni alta impresa, e chiaramente il vegio timoroso mirar virtù terreste. Dunque le voci son vane e moleste, o lingua baldanzosa, e tu a che spiri

volontà pronta che, se guardi i giorni sperati indarno e l'antichi sogiorni, per cui son giti al vento i gran suspiri, vedrai che tu te agiri

tra Scilla e tra Caribdi, ove l'inganno arai per certo e la vergogna e 'l danno? Non vedi che 'n l'età tenera e fresca, come vago ucillino in verdi rami,

passava lieto i giorni, i mesi e gli anni, ma poi che scorsi i crudi amorosi ami, subito il pesce fui che corre all'esca? Amor, che si nodrica negli affanni

e rege il mondo cieco sotto inganni, per farmi substener l'ardente assalto, prese in sua scorta questa, che m'assale ben mille volte il dì, né mai li cale

per ch'io sia fatto al sole un uom di smalto; sì che 'l volare in alto fu causa tal che s'abrusciar le penne, onde pegior che ad Icaro me advenne.

Tu non te accorgi come vola e fuge el tempo, che s'affretta e mai s'arresta, e come inganna il mondo, anzi la vita. Tu non te accorgi come questa Vesta

non teme amor, che 'l cor ne strazia e fuge sì ch'a sperare indarno ognor n'invita; dunque, prendiamo omai l'alma saglita del latteo sentier ch'al ciel ne scorge,

lasciando a tergo Stigi e Flegetonte. Miramo el fine, anzi el varcar del ponte, nel qual mal passa chi dal ver si torge, dopo ch'Amor ne porge

un cotal dolce tra vergogna e doglia che, se ben miri, è como al vento foglia. L'inchiostro in bianche carte, ch'io ho disparso, pregando spesso Amor prendesse l'arme

contra a la fiera ladra e disdegnosa, un cor di tigre certo a consolarme conduto arebe; e lui, timido e scarso armato in vista superba e ritrosa,

non guarda come in fiamma perigliosa consumo l'alma, che mersé gli è tolta. Né credo sia leon né sì fiero orso, in monte o in selva, che per mio soccorso

non se movesse a pianger cotal volta. Dunque, se non mi ascolta, chiamairlo parmi un seminar tra l'acque, ché mal servir fo sempre a chi non piacque.

De, vuolgi gli occhi omai, e sì mi sprona, con la voce e la penna e con lo ingegno, a glorïosa e più sublime impresa, tal che cantare io possa di quel regno,

ove tranquilla stella a noi fia prona, alta, preclara, lucida et accesa. Fugi questa vulgare impia contesa, chiamata fiamma, che n'abruscia e coce

e fanne spesso a Dio volger le spalle. Drizza la cetra tua per quello calle, che fa suave ogni incanora voce, doppo che vidi in croce

levato in alto colui che ne chiama, da cui procede l'una e·ll'altra fama. So che più lieto e più felice amante sarai de la divina alta bontate,

cantando di sue lode in prose e in rima; so che per merto in questa nostra etate fia la tua lira dolce e poetante, tal che fia in parte già de farne stima;

tu non te accorgi ch'amorosa lima indarno casta e bella donna fende; né vedi como el tempo quel che chiedi dì e notte struge; or dunque altera riedi

dove l'onesto e bel preghier s'intende, ché sagio è chi dispende i giorni al ciel, bramando esser contento, essendo il mondo un fume, un'ombra, un vento.

In breve tempo son tornato vechio, mersé del ciel, che sì veloce vola che fa cent'anni al fin parere un giorno. O ignoranzia de l'umana scola,

che sempre avem dinanzi el chiaro spechio, e non curamo dell'etterno scorno! Voluntà dunque el tuo tanto sogiorno nuocer porria, perché suol mancar l'ora

e farsi notte al dì nanzi che sera. Drìzzate omai in disiar la spera che fa tranquilla l'anima e sonora; ché è bel chi s'innamora

di cosa tal che, dopo mille affanni, sa certo lieto ristorarsi gli anni. Se la sfrenata voglia non comprende, canzone, el ver di quel ch'attento ascolta,

gridando a chi te intende, dirai ch'a Dio se volta l'anima stanca: ma s'altrui la offende, scusime libertà che m'è già tolta.

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