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1436–1508

XLVIII

Pietro Jacopo De Jennaro

Pianto ho più tempo, e piango sempre il giorno che 'l cor mi tolse Amor dal terzo cielo, e piangirò per fin che giunga a morte per trarmi fuor da quest'alpestra terra,

poiché non truovo alcun soccorso in vita e tal m'è il dì crudel qual'è la notte. Lasso, dolente io vo bramando notte, qualor mi vegio ad impia guerra il giorno,

sperando porger pace a questa vita. E come appar stellato e bello il cielo e che riposa ogni animal in terra, sostegno mille paventose morte.

Penso più volte amando darmi morte, quando non posso arrequïar la notte, e render l'ossa alla mia madre terra. Poi dico : falso e disperato giorno

sarebe in tutto abandonare il Cielo, ov'è tranquilla e glorïosa vita. Cossì ritorno a far l'usata vita, campando in odio al mondo et alla morte,

senza mersé sperar giamai dal Cielo. O tenebrosa, dolce, avara notte, a che pur tardi, a che non fini il giorno, col qual non spero lieto essere in terra?

Fia mai quell'ora che sia trita terra la sventurata mia perversa vita? Fia mai, oimè, quel distinato giorno ch'uscir mi vegia da tant'aspra morte,

Amor, tu chi sei meco el dì e la notte, e sai di me quel ch'è disposto in Cielo? Perché la fiera che fo nata in Cielo e venne ornata di virtute in terra,

e fa dì chiaro ovunque appar la notte, non vuol che la fidel mia stanca vita pose giamai, né vuol che vada a morte per strazïarmi a la sua voglia il giorno.

Io piango il giorno e priego sempre il Cielo che morte mi conduca in poca terra, poiché mia vita stenta el dì e la notte.

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