Felice don che sei già fatto degno,
non per mia sorte, ma per toa ventura,
avolger quella gola in cui natura
mostrò la forza soa, l'arte e l'ingegno,
felice te, che suo felice pegno
d'amor, c'ogni altro spirto infiamma e fura,
candido più che colombetta pura,
tocchi sovente senza suo disdegno.
Rengrazia tua fortuna e sua bontate
che t'àn concesso un tal beato loco,
bramato da coralli, perle e d'oro.
Io che consamo, e dai trovo pietate
e taciturnamente vivo in foco,
d'invidia de letizia amando moro.