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1470–1547

XXXV

Pietro Bembo

Amor è, donne care, un vano e fello, cercando nel suo danno util soggiorno, altrui fedele, a sé farsi rubello; un desiar, ch´in aspettando un giorno

ne porta gli anni e poi fugge com´ombra, né lascia altro di sé, che doglia e scorno; un falso imaginar, che sì ne ´ngombra or di tema or di speme e strugge e pasce,

che del vero saper l´alma ne sgombra; un ben, che le più volte more in fasce; un mal, che vive sempre e, se per sorte talor l´ancidi, più grave rinasce;

un a gli amici suoi chiuder le porte del cor, fidando al nemico la chiave, e far i sensi a la ragione scorte; un cibo amaro e sostegno aspro e grave,

un digiun dolce e peso molle e leve, un gioir duro e tormentar soave; un dinanzi al suo foco esser di neve e tutto in fiamma andar sendo in disparte,

e pensar lungo e parlar tronco e breve; un consumarsi dentro a parte a parte, mostrando altrui di for diletto e gioia, e rider finto e lagrimar senz´arte;

un, perché mille volte il dì si moia, non cercar altra sorte e gir contento a la sua ferma e disperata noia; un cacciar tigri a passo infermo e lento,

e dar semi a l´arena, e pur col mare prati rigar, e nutrir fiori al vento; le guerre spesse aver, le paci rare, la vittoria dubbiosa, il perder certo,

la libertate a vil, le pregion care, l´entrar precipitoso e l´uscir erto, pigro il patti servar, pronto il fallire, di poco mel molto assenzio coperto,

e ´n altrui vivo, in se stesso morire.

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