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1470–1547

XVII

Pietro Bembo

Or che non s´odon per le fronde i venti, né si vede altro che le stelle e ´l cielo, poi che scampo non ho dal mio bel sole, se non quest´un, del suo celeste lume

conven ch´io parli, e come foco e ghiaccio fa di me spesso fuor d´usanza e tempo. Forse fia questo aventuroso tempo a le mie voci, e gli amorosi venti,

ch´io movo di sospiri al duro ghiaccio, faran del mio languir pietate al cielo: a Madonna non già, ché tanto lume a le tenebre mie non porta il sole.

Or dico che di me, sì come il sole muta girando le stagioni e ´l tempo, fa l´altero fatal mio vivo lume: ch´or provo in me sereno, or nube, or venti,

or pioggie, e spesso nel più freddo cielo son foco e nel più caldo neve e ghiaccio. Foco son di desio, di tema ghiaccio, qualor si mostra agli occhi miei quel sole,

ch´abbaglia più che l´altro, ch´è su in cielo: seren la pace e nubiloso tempo son l´ire e ´l pianto pioggia, i sospir venti, che move spesso in me l´amato lume.

Così sol per virtù di questo lume vivendo ho già passato il caldo e ´l ghiaccio, senza temer che forza d´altri venti turbasse un raggio mai di sì bel sole

per chinar pioggia o menar fosco tempo, grazia e mercé del mio benigno cielo. E prima fia di stelle ignudo il cielo e ´l giorno andrà senza l´usato lume,

ch´io muti stile o volontà per tempo; né spero già scaldar quel cor di ghiaccio, per provar tanto, ai raggi del mio sole, foco, gelo, seren, nube, acque e venti.

Quanto soffiano i venti e volge il cielo, non vide il sol giamai sì chiaro lume, pur che ´l ghiaccio scacciasse un caldo tempo.

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