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1470–1547

LVI

Pietro Bembo

O rossigniuol, che ´n queste verdi fronde sovra ´l fugace rio fermar ti suoli, e forse a qualche noia ora t´involi, dolce cantando al suon de le roche onde,

alterna teco in note alte e profonde la tua compagna e par che ti consoli: a me, perch´io mi strugga e pianto e duoli versi ad ogni or, nessun giamai risponde,

né di mio danno si sospira o geme; e te s´un dolor preme, può ristorar un altro piacer vivo, ma io d´ogni mio ben son casso e privo.

Casso e privo son io d´ogni mio bene, ché se ´l portò lo mio avaro destino, e, come vedi, nudo e peregrino vo misurando i poggi e le mie pene.

Ben sai, che poche dolci ore serene vedute ho ne l´oscuro aspro camino del viver mio; di cui fosse vicino il fin, che per mio mal unqua non vene

e mi riserva a tenebre più nove. Ma se pietà ti move, vola tu là, dove questo si vòle, e sciogli la tua lingua in tai parole:

a piè de l´Alpi, che parton Lamagna dal campo, ch´ad Antenor non dispiacque, con le fere e con gli arbori e con l´acque ad alta voce un uom d´Amor si lagna.

Dolore il ciba, e di lagrime bagna l´erba e le piaggie, e da che pria li piacque penser di voi, quanto mai disse o tacque va rimembrando, e ´ntanto ogni campagna

empie di gridi, u´ pur che ´l piè lo porte, e sol desio di morte mostra negli occhi e ´n bocca ha ´l vostro nome, giovene ancor al volto et a le chiome.

Che parli, o sventurato? a cui ragioni? a che così ti sfaci? e perché non più tosto piagni e taci?

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