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1470–1547

CLXII

Pietro Bembo

Donna, de´ cui begli occhi alto diletto trasser i miei gran tempo, e lieto vissi, mentre a te non dispiacque esser fra noi, se vedi, che quant´io parlai né scrissi,

non è stato se non doglia e sospetto dopo ´l quinci sparir dei raggi tuoi, impetra dal Signor, non più ne´ suoi lacci mi stringa il mondo, e possa l´alma,

che devea gir inanzi, omai seguirti. Tu godi, assisa tra beati spirti, de la tua gran virtute, e chiara et alma senti e felice dirti;

io senza te rimaso in questo inferno, sembro nave in gran mar senza governo, e vò là dove il calle e ´l piè m´invita, la tua morte piangendo e la mia vita.

Sì come più di me nessuno in terra visse de´ suoi pensier pago e contento, te qui tenendo la divina cura, così cordoglio equale a quel, ch´io sento,

non è, né credo ch´esser possa, e guerra non fe´ giamai sì dispietata e dura la spada, che suoi colpi non misura, quanto or a me, che ´n un sol chiuder d´occhi

le mie vive speranze ha tutte extinto; ond´io son ben in guisa oppresso e vinto, che pur che ´l cor di lagrime trabbocchi, mentre d´intorno cinto

sarò de la caduca e frale spoglia, altro non cerco: o quando fia che voglia di vita il Re celeste e pio levarme? Prega ´l tu, Santa, e così pòi quetarme.

Avea per sua vaghezza teso Amore un´alta rete a mezzo del mio corso, d´oro e di perle e di rubin contesta, che veduta al più fero e rigid´orso

umiliava e ´nteneriva il core e quetava ogni nembo, ogni tempesta; questa lieto mi prese, e poscia in festa tenne molt´anni: or l´ha sparsa e disciolta,

per far me sempre tristo, acerba sorte. Ahi cieca, sorda, avara, invida morte, dunque hai di me la parte maggior tolta, e l´altra sprezzi? O forte

tenor di stelle, o già mia speme, quanto meglio m´era il morir, che ´l viver tanto! Deh non mi lasciar qui più lungo spazio, ch´io son di sostenermi stanco e sazio.

Sovra le notti mie fur chiaro lume e nel dubbio sentier fidata scorta i tuoi begli occhi e le dolci parole. Or, lasso, che ti se´ oscurata e torta

tanto da me, conven ch´io mi consume senza i soavi accenti e ´l puro sole: né so cosa mirar, che mi console, o voce udir, che ´l cor dolente appaghi

né mica in questo lamentoso albergo, lo qual dì e notte pur di pianto aspergo, chiedendo che si volga e me rimpiaghi morte, né più da tergo

lasci, e m´ancida col suo stral secondo: poi che col primo ha impoverito il mondo, toltane te, per cui la nostra etade sì ricca fu di senno e di beltade.

Avess´io almen penna più ferma o stile possente agli altri secoli di mille de le tue lode farne passar una; che già di leggiadrissime faville

s´accenderebbe ogni anima gentile, e io mi dorrei men di mia fortuna, e men di morte, in aspettando alcuna vendetta contra lei da le mie rime.

E per chieder ancora, o se ´l mio inchiostro, Mantova e Smirna, s´avanzasse al vostro tanto, che non pur lei la più sublime in questo basso chiostro,

ma tal là su facesse opra, che ´l cielo la sforzasse a tornar nel suo bel velo: perché non fosse uom poi così beato, con ch´io cangiassi il mio gioioso stato.

Se tu stessa, canzone, di quel vedermi lieto mai non credi, che più vo desiando, a pianger riedi, e di´, del pianto molle, ovunque arrive:

Madonna è morta, e quel misero vive.

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