Nel mio sperar, che così veggio audace,
talor pavento irreparibil male:
di limo e cera s'ha formato l'ale,
disposto a liquefar ad ogni face.
E quella, del desir fatte seguace,
spiega per l'aria e temerario sale,
e duolmi ch'a ragion poco ne cale
che dovea ostarle e sol comporta e tace.
Per gran vaghezza d'un celeste lume,
temo non poggi, sì ch'arrivi in loco
dove s'accenda, e torni senza piume.
Saranno, ohimè, le mie lagrime poco
per soccorrerle poi quando né fiume,
né tutt'il mar potrà smorzar quel foco.