Cesar Sacro, egli è morto il Duca fido, del quale il pregio e 'l grado de l'onore in eterno vivrà nel comun grido. E benché non convenga a real core
ne gli irremediabili accidenti di rivolger la mente nel dolore, saria bel vanto il mostrare a le genti con l'oscuro de l'abito e col pianto
come vi dolgon gli uomini eccellenti. Il vestire per lui lugubre manto, e 'l lagrimar di lui, che n'è pur degnio, al mondo vi faria grato altretanto:
ch'oltre ch'egli era di Marte l'ingegno, de la milizia sua gli occhi e le braccia, de l'armi e degli esserciti sostegnio, oltre che raro è quel che dica, e faccia
ciò che dire e far diesi, onde risponda la mano al piede e l'animo a la faccia, fede non fu già mai tanto profonda, né valor che spiegato abbia più l'ale
a la steril fortuna, a la feconda. Divin consiglio e fortezza fatale, maniere tolte a le virtù superne, in servigio di voi lo fecer tale.
Non si accendono in ciel tante lucerne, quante opre degnie di statua e d'istoria nota il secol di lui con lodi eterne. L'alto intelletto de la gran memoria
solo ha discorsa, antevista e compresa l'arte, del cui sudor nacque la gloria. Anima non fu mai cotanto accesa di zelo militar di vigor puro,
né più spregiante ogni tremenda impresa. A le difficultadi ei ruppe il duro, sempre facendo, in parole e in effetti, il dubbio chiaro e 'l periglio sicuro.
Per intender di Pallade i concetti con gravi discorsi e pensier alti d'intrepida prontezza armava i petti. Schifò il repentino de gli assalti,
prese il fugace de le occasioni, fe' lenti passi de i nemici salti. De le vittorie intese le cagioni, sostenne il sì, diè perminenza al vero,
e crebbe ne la guerra arti e ragioni. Mostrò in fronte il candor del sincero, fu ne i conflitti, u' l'ordin si disgiungnie, ora Duce, or Pedone, or Cavaliero.
Vide come la sorte ne le pugnie dirizza il ferro e i colpi, e le virtute reggie l'animo e il core, e in un gli giugnie. Con le scienze de le cose sute,
che la memoria gli tenne guardate, aveva le future prevedute. Deliberò ne la necessitate, tutta via esseguì ciò che propose
o con l'essempio o con l'autoritate. Fu lena a le faccende bellicose, fu polso de le sùbite occorrenze, fu nervo a l'opportuno de le cose.
Egli era il corpo de le esperienze, egli era i membri de gli stratagemi, egli era fiato e Dio de le avertenze. Seppe il terror fuggir de i casi estremi,
e le sedizioni enfiate e dure estinse con la spada e coi proemi. De i paesi conobbe le nature, e da sé con prestezza ogni or rimosse
l'insidie, gli aversari e le paure. Mai orror di pericolo non lo scosse, mai temenza inimica nol ritenne, né indarno mai pur una squadra mosse.
La fatica, il digiun fermo sostenne, la notte gli fu dì, letto il terreno, o vinse altrui, o d'altri il vincer tenne. Pose a i desir religioso freno,
a i nimici apparì sempre audace, e sempre a i suoi d'ogni clemenzia pieno. Tempesta e calma di guerra e di pace, veramente puoté chiamarsi Urbino,
e spirto illustre del tutto capace, ei seppe i campi mettere in camino, seppe fargli pugnar, seppe aloggiarli, e seppe vincer gli uomini e 'l destino,
tal che Italia dovrebbe consacrarli in questo et in quel luogo altari e tempi e mete et archi e colonne drizzarli. Fati rei, sorti inique et influssi empi,
gran carco fate a la bontà de i Cieli, dando di voi sì scellerati essempi. Dovria salvarsi da gli ultimi gieli un Francesco Maria, un Capitano
già mosso a triomfar de gli infedeli, non che toccar con accidente istrano la magnanima sua lucida vita, riputazione del genere umano.
La creatura nobile e gradita, avendo il cerchio del mondo trascorso con l'ali de la sua fama infinita, se ben di Morte è necessario il morso,
si è transferita a le celesti sfere, perch'ebbe intoppo il natural suo corso. Del Metauro gemer le nimfe altere, nel chiuder di quegli occhi gravi e immoti,
già chiari specchi de le franche schiere. Gli Iddii del mare suo squamosi e ignioti a l'urna lo portar sopra il ferètro, da i cui lati pendean ghirlande e voti.
La pompa funeral, che seguia dietro, si facea ombra con le insegnie invitte, che gli aggiunse Fiorenza e Marco e Pietro. E mentre lo spargean le turbe afflitte
di Ghiande d'or, di corone e di palme a la Immortalità nel tempio ascritte, «Posate in pace ossa felici et alme », dicea chi vide le reliquie sole,
sgravate pur de le vivaci salme. Ne lo sparar colui, che aveva le scole di Minerva nel petto d'onor cinto, onde ne sospirò la Luna e 'l Sole,
con supremo stupor d'amor dipinto sculto in materia che lo scritto indora, nel gran cor se gli lesse «;Carlo quinto». Or quello Imperador che il mondo adora,
poscia ch'è 'l fedel suo morto e sepolto, risguardi la Gonzaga Leonora. Duo fiumi amari le irrigano il volto, ch'ella piangendo del cor preme e svelle,
da che le ha Giove il buon Consorte tolto. Torto fareste a le cortesi stelle, che quasi gemme vi ornan la corona, de le lor sorti invidiate e belle,
mancando a la dignissima persona, che rinchiuso il marito in freddi marmi con seco stessa in tai note ragiona: «Da che non posso celebrare in carmi
l'alta Maestà sua, che ha ricco il nome di spoglie, di trofei, di carri e d'armi, né singular darle triomfo, come le dava il Padre di tre miei figliuoli,
con l'aver l'ire a l'Oriente dome, le sue lodi usciranno a stuoli a stuoli fervidamente fuor de i labbri miei, de gli altri detti ogni or vedovi e soli».
Adunque voi, che pareggiate i Dei, però 'l Cielo ogni grazia vi comparte, resuscitate il suo Signior in lei, raccoglietele omai le gioie sparte,
che se 'l merto dee giungere a la fede, devrebbe entrar con voi ne i Regni a parte: perché la terra mai non vide o vede constanza, pertinacia, affetto e voglia
più intenta al sommo de la vostra sede. Langue se l'aurea Ispagna sente doglia, gioisce poi, s'ella in letizia ride, col suo ben veste e col suo mal si spoglia.
Siché in vece di quel che la conquide, et in cambio del cor che vi consacra, e perché in lei sian le speranze fide, l'alta gloria di voi inclita e sacra,
con ristorar le ducali fatiche, le acqueti, o scemi la pena aspra et acra. Se 'l fate, ei, ch'è tra l'eccelse ombre antiche, e gli eroi di Dio ha per compagni,
le milizie del Ciel terravvi amiche. Ecco il tesor de i paterni guadagni, ecco la imago de l'uom venerato, ecco la destra de i suoi fatti magni:
Guidobaldo dico io, giovane ornato di ciò che i buoni bramano in colui ch'è per regniare e per dar legge nato. Rimiril pur, se vòl veder altrui
del suo pio Genitor le virtù conte ringiovanite, e ridondate in lui: però vi inchinerà l'Apennin Monte quasi a suo Dio terren verace e caro,
la superba, ventosa, orrida fronte. Intanto a Cesar sempre Augusto chiaro bascia il piè l'Aretin servo suo buono. Di Vinezia alma al mezzo di genaro,
ne l'anno Mille Trentesimo Nono.
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