Ohimè che face, ohimè qual cera strugomi, sento mancar gli spirti, e membri cascono, doi fier mordace c'han el mio cor sugomi. Qual stella, da che in me tal martìr nascono,
io ardo, tremo, aghiaggio, moro, impalido, che sempre var pensieri el pecto pascono. Ora fero forte, e or timido e pavido, or libro, e or in servitute e in laccioli,
or vento leve, e or focoso e calido. Ahi quanti laberinti, ahi quanti trappoli son tesi a questa nostra vita fragile, tal che dal viver mio al tutto islacciomi.
Deh, vedi il mondo quanto egli è volagile, or è sereno, or si vede piovere, or è seco il terren e or erbagile. Ahi sento l'ossa mia tutte commovere,
che farò, taccio? O ha qualcun de' scropoli tanti martìr? arò el secreto amovere. Or su, timido piè, frangi gli scropoli e troviamo Ecco al suo ver abitaculo,
che mal tacer si può d'amor e giocoli. Mie fido can, prendi el zainetto, el baculo, sarai buon duce, a te gli armenti arcovero, e qual pastor soporta el grave obstaculo.
Non più mi coprirà l'ombra del sovero, né più l'armento mio istimo o aprezzolo, che sol chi odia il ciel è oggi povero. Ormai del mondo ogni piacer sprezzolo,
requiescite in pace, caro armento, che altro gran pensieri al cor carezzolo. Ecco, deh dimmi, ispavento? A vento. In vento se risolve e martìr tersi? Sì.
Troverà l'amor mie non sol acento? Cento. Dimmi, vedrò la diva in questo dì? Odi. Un acuto martel el mio cor battime, ha Calicella tutto me destritolo,
o quante nuove fiame il petto sbatime. Vien meco Callicella in pinguo vitulo, dentro l'albergo trovarien da edere con festa al fuoco cantando un capitulo.
Gli agni, e castron, le capre porrai vèdere pascere a l'ombra le erbette tenere, el can custodio a chi volessi ledere. Il fido gregge usar latte di Venere
con festa e gioco nel verde campestrico: deh, lassa il mondo ch'è sol vento e cenere. Ah che bel viver è in luogo silvestrico: abeti, fagi, pin, aceri e ulmini
circundon le casipol all'alpestrico che val tanti teatri e alti culmini, e gemme, argento, or, tante delizie, che sempre son al cor pungenti fulmini?
Non sai gl'inganni e l'ascose tristizie, e quanti povarel sempre disgombrano senza ragion per lor tante avarizie. Però lassa e pensier ch'al cor piombano,
e fa che 'l senso la ragion non superi, che mal se pò pentir, quando e mal frombano. Non tardar che mai più tal or recuperi, quanto è beato chi tal gioie reputa
de tal cipressi, quercie e alti sucheri. Noi piantaren nello orticiel la neputa, pimpinella, latuca e caccialepore, e chi ben pianta più tra noi se reputa.
Carderini, fanelli, frenguegli e lepore col vischio piglieren, con rete e trapole barzetti, lasche en fiumicelli et equore. Con rastri, aratri, vomeri e zappole
cultivarien la terra, e poi en le grottole cogliaren more, tartufi, fraghe e lapole. Cantando poi terzetti e varie frottele, renfrescandoci andren per fonti e rivoli,
né più ci ca<n>teran civette e nottele.
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