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1492–1556

72

Pietro Aretino

Vego già preparar il verde amanto a primaver, e gli ucelletti in fronde di tronco in tronco far lor terso canto. Ecco le desiate e liquide onde,

al defesso animal el chiaro fonte, saziando le lor voglie sitibonde. El timido pastor la gregge al monte cantando pasce sotto l'ombra d'orno,

adornando di fior varii suo fronte. Ecco illustra auror el chiaro giorno a' membri stanchi del fido cultore, e gli arbori produre intorno intorno.

La nuda terra allo sparso sudore, buon seme producendo, gioglia rende, restaurando ogn'om delle perse ore. Ahi lasso, foco al foco mie s'accende,

sospir, doglia, martìr, pianti e affanni, el ciel, l'aer, la terra, el mar m'offende. I' veggo in vano già spesi mie' anni, né mai requie trovai al viver poco,

tal che non vo' sperar più tanti danni. Ma sol invoco per mie canto e gioco, Pluton e 'l centro a trarmi de tal celo, ch'a chi mal vive è benefizio il foco.

E nanti gionga al pecto l'impio telo, di morte per dispecto e per più doglia, vorrei veder arder il mondo e 'l cielo. Vorrei veder questa misera scoglia

ligata in mezo a doi rapaci cani, e esser cibo a lor sfrenata voglia. Vorrei veder, fuor di paduli e chiani, saltar draghi, leon, fier, orsi e lupi,

divorando per forza e semi umani. Vorrei veder e boschi cavi e cupi, nel mezo le città latri e spioni, discordie, risse, sempre ogn'om occupi.

Piogge vorrei veder, baleni e toni, e fulminar dal ciel sagitte e sassi, e templi con teatri spezi e 'ntoni. In mar vorrei veder gli scogli e' massi

urtar le barche, e mandar presto in fondo le merce coi nochier aflicti e lassi. Vorrei l'acque veder girar a tondo a l'universo la secunda volta,

en fame, en pesta, en guerra el ciel e 'l mondo. Vorrei del centro la catena sciolta fussi, e fuor saltassi monstri e furie, e su del cielo ogni pietà ritolta.

Vorrei tra il figlio e 'l patre inganni e 'ngiurie, a omicido e fratri poi insieme, spose e mariti a tosco, a rie penurie. Senza pietà vorrei veder né speme,

morir gli omini per terra a lance e spade, el sangue fussi un mar quando più freme. Vorrei veder ogni clara ciptade a sacco, a fuoco, a tagli, a preda, a morte,

e sol per sangue germinar le biade. Vorrei veder, per mie destin e sorte, e mansueti angel lupi, orsi e draghi, e calcar su del ciel ogni consorte.

Vorrei veder per fiumi, fossi e laghi, cader gli omini per fame, orridi e brutti, e di mangiar l'un l'altro fussin brami. Gli albori vorrei veder produr per fructi

crudel serpenti al mie viver fosco, e 'l secul sempre in foco, doglia e lucti. Vorrei veder la terra e ciascun bosco render per seme al fin sol fiamma e foco,

e germinar le vite amaro tosco. Vorrei le liquide onde in ogni loco, e fiummi e fonti, el mar, paludi e rivi, correr per sangue uman con festa e gioco.

Vorrei pesci, animal, facessin privi gli omini in terra e di vita cassi, e, messi nel sepulcro, ancor sien vivi. Vorrei del ciel le stelle in gran fracassi,

veder pugnar insieme sol e luna e 'n terra rovinar fra tronchi e massi. E i ciel vorrei facessin rea fortuna, l'un verso l'altro e poi cader in terra,

e diventassi polve ciascheduna. Gli dèi vorrei veder a trista serra, rovinar Giove e 'l foribundo Marte, e i bei pianeti tutti a l'armi, a guerra.

L'orrendo cavo inferno e le suo parte escon del centro e sien dominatori del ciel, e li Caron tenga suo sarte. E poi al secul mandon presto fuori

un crudel vampo, e sol s'abbi a mortare col sangue degli uman tanti furori. Dapoi si vegga di terra svegliare gli albor, le piante, ensiemi far bataglia,

pietra con pietra e crudeltà exclamare. E l'impia morte poi alla schermaglia esca colla suo falce e fiero strale, e privi ognun di vitta e no gli caglia.

Gli dèi, gli omini, le piante a fiero male, e gli animal vadin in precipizio, e manchi l'emisperio a un batter d'ale, e vorei ogni giorno el gran iudizio.

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