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1492–1556

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Pietro Aretino

Cristianissimo re, dopo i saluti et il basciarvi con l'animo il piede, che vi convien più che a i papi cornuti, suplico di Francesco la mercede

che facci sì che la sua maestade mi dia gli scudi che a Nizza mi diede. Io gli ebbi in quanto a la vostra bontade, la qual si pensa ch'io gli abbia imborsati

come gli ho spesi con la voluntade. Certo il Gran Contestabil me gli ha dati col prometter di darmili, tal ch'io senza l'obligo son tra gli obligati.

Ho mandato a la corte Ambrogio mio già tre volte per essi, e se mi costa ve lo può dir messer Domenedio. Udite questa: un goffo mi s'accosta

dicendomi pian pian che mi stimate più che di luglio il vento d'una rosta. Il caso, sire, è dar quando voi date, l'altre cose son baie cortigiane

che si piglian piacer de le brigate. Ma perché non è uom che vegga un cane a baiargli d'intorno da dovero, che non lo cacci o non gli dia del pane,

chiariscami il sì schietto o il no sincero, circa i seicento che mi prometteste ne lo aboccarvi con papa cristero. Date la lunga a certi guarda feste,

trofei de le tavole dilette, e non a un poeta que pars este. Sfamate di speranze maledette i giorneoni che vi abbasson, come

v'inalzano le Muse poverette. Roma che valse per due millia Rome, alor che non patì d'essere schiava e dei muli e de gli asini da some,

stiasi menando a i Francesi la fava, né vada conferendo i benefici de l'alma Francia, magnanima e brava; diasi a i par miei de i gradi e de gli uffici

et a chi non divora tuttavia i fagiani, i pavoni e le pernici; se vaca pieve, commenda o badia, non l'abbin quelle bestie che non sanno

il Pater nostro né l'Ave Maria. Io lo vo' dir, s'ei l'ha per mal suo danno; parvi che Gaddi, pazzo da catena, debba scroccar sì grossa entrata l'anno?

Chieti che drieto sì gran coda mena, che cose de la bibbia ha fatte o ditte, qual libraria de le sue opre è piena? Son mie fatiche i Salmi di Davitte,

e di Mosè il Genesi; io di Cristo e di Maria le impresse vite ho scritte. Non basta dire egli è dotto, egli ha visto; bisogna che il teologo chietino

si vegga e legga come il papalisto. Paolo scrisse, Gregorio, Agostino, Girolamo, Grisostomo, Bernardo, Buonaventura e Tomaso d'Aquino;

ma ser Caraffa ipocrito infingardo, che tien per conscienza spirituale quando si mette pepe in sul cardo, per gracchiar dal concilio è cardinale,

è dottor de la Chiesa, è vangelista, è de l'anime nostre piviale; se rinascesse san Gioan Battista, non fingendo l'astuzie del volpone

si porria de i ribaldi in su la lista. E però, sire, senza paragone di fé, di senno e di gloria prestante, moderno redentor de le persone,

porghino a me le vostre grazie sante spacciatamente l'adiutrice mano, a la barbaccia del clero furfante. Re buono, re cortese, re umano,

re da ben, re gentil, re grazioso, io vi sono e voglio esser partigiano. Adunque il cor mettetemi in riposo ch'ancor che mi facciate spedalieri

vedrete come rimo e come proso. Se a Roma son dei sarti e dei barbieri, frati dal Piombo e cavalier di Rodi, a ingrandir me non vi mette pensieri.

Manucano a Giesù la croce, i chiodi e gli beano il sangue alcune arpie, che a mentovargli infamarian le lodi. Fosse pur ch'io dicessi le bugie,

e che sempre mentisse per la gola la verità de le croniche mie! Or lasciam gir la turba mariola e ritorniamo a quanto mi farete

un monsignor di qualche terriciola? Datimi prima i denar che devete, rifacendomi i danni e gli interessi, e poi del fatto mio consultarete.

Non istette a formar brevi e processi il vostro gran cognato Ferrandino, né aspetto il replicar de i messi. Ducento venti ongari d'or fino

poco fa mi mandò con dire: «Io parto teco la cappa come san Martino». La pension di Cesare non iscarto, che motu proprio ne venne battendo

a sostentar de le mie spese il quarto. Et ancora il duca Ercole commendo, che dar mi fece più che di galoppo un presente al dì d'oggi arcistupendo;

e se alcun altro non gli verrà doppo darò la colpa a i tempi traditori che non comporton che s'allarghi troppo. Hanno ben caro che facci gli amori

con le montagne di quei millioni che danno a i preti tanti batticori, ma il ciarlar con le digressioni non fa per moi, perché bontà loro

potrei scordare le mie orazioni; onde ritorno a quei ducati d'oro che mi darete visto la presente, non perch'io il merti ma perch'io vi adoro.

Il vescovo di Nizza veramente de le virtù di voi predicatore, e uomo onestissimo e prudente perch'egli intende i dubbi del mio core,

giurar vi può che voi ci sète drento, come in quel de Loreno è Dio d'amore. Quando dal mondo celebrar vi sento ne godo qual si gode uno elefante

alor ch'è fimbriato d'ariento. De l'eccellenze vostre io sono amante e n'ho il martello, honne la gelosia che ha Paolo terzo di non so che fante.

Io sempre inchino con la fantasia quella affidabilità, quella dolcezza, quel largo andar, quella galantaria e quella chiara e nobile allegrezza

che fa risplender voi, che ritrovaste il conversare e la piacevolezza. Quel parlar con ogniun che sempre usaste mi dà la vita, perché l'atto è grato

come al fin del mangiar le pere guaste. Impara su Pierluigi amorbato, impara ducarel da sei quattrini, il costume d'un re sì onorato.

Ogni signor di trenta contadini e d'una bicoccuzza usurpar vole le cerimonie de i culti divini. Ora per rappiccar le mie parole

col proposito nostro dico, sire, che sète più domestico che il sole, per la qual cosa dovrei comparire a intertener tutta la vostra corte

e in le sue braccia vivere e morire. Mi vengano i sudori de la morte solo a pensarci, perché son bestiali gli aggiramenti che gli dà la sorte,

e 'l praticar coi cervi e coi cinghiali di fauni e di satiri natura, che de la spezie son de gli animali. La piuma de la terra è tropo dura

et il fien de le stalle è proprio letto de i cavalli da basto e da vettura. De lo infangarmi non piglio diletto e col piovermi adosso non mi impaccio

mi acieca il fumo d'un povero tetto. Come butiro al caldo mi disfaccio, o vogliam dir come la gelatina, al freddo poi come che il brodo aghiaccio.

Non mi piace la neve né la brina, né la borea crudel né la tempesta, né il pasto mendicar sera e matina; voglia non ho di accrescervi la festa

mentre vedete i grami forestieri come zingari errar per la foresta. Non so s'è meglior esser uomo o forzieri quando due o tre ore inanzi giorno

s'entra in viaggio che non ha sentieri; onde a suono di lingua e a tuon di corno si va cercando se stesso e altrui sopra un ronzin con le bagaglie intorno;

in tanto s'urta costui e colui con dir «Cancaro venga al punto e a l'ora ch'io venni in questa corte e ch'io ci fui». E se non fosse che il dì sbuca fuora,

onde apparisce la vostra sembianza che ogniun consola, recrea e rincora, coloro che per forza e per usanza vi seguono a le caccie brontolando,

farebbero le fica a la speranza. In somma io non sono uom che cincischiando vada la vita in queste selve e in quelle, l'agio con il disagio barattando.

Ei basta a me che Tiziano Apelle, che sempre mai ne le figure mostra spirto, sangue, vigor, carne, ossa e pelle, per carità de l'amicizia nostra

dipinto mi abbi con mirabil fare la imagin sacra de l'altezza vostra; l'ha cinta d'ornamento singulare quel Serlio Sebastiano architettore

che il suo bel libro mandavi a donare. Egli vi porta e Tiziano amore, e se bene accettaste il lor presente non dicon che gli siate debitore.

Ma io genuflesso umilmente il vostro essempio sacrosanto adoro con l'anima, col core e con la mente; in cotal atto paio un di coloro

che a san Giobbe abotisconsi di cera quando del mal commune hanno il martoro. Io dico: «O simiglianza viva e vera de re FRANCESCO, cavami una volta

de la necessità che mi dispera». E perché veggo ch'ella pur mi ascolta sogiungo: «Idolo mio fà meco un patto, che mi dia mille scudi a la ricolta».

Ma perch'io mi consumo afatto afatto per il miracol che non può far ella, suplisca il vivo du' manca il ritratto. Or nel conchiuder di questa novella

e del parlar c'ho fatto a la bestiale per ghiribizo de le mie cervella, vi mando la mia effigie naturale acciò vediate con che core io

so dir bene del bene e mal del male. Ad ogni altra persona pone Iddio il core in seno, a me l'ha posto in fronte qual potete veder, rifugio mio.

Da le giovani mani egregie e conte di Francesco Salviati esce il dissegno c'ha nel suo stil le mie fattezze pronte. Pigliate il don del vostro servo indegno,

pigliatel re generoso e benigno, de la immortalità più che altro degno. E senza il grugno far del viso arcigno, speditimi in un tratto se volete

che io diventi di cicala cigno. Non altro, state san, bene valete. Di Vinegia il decembre a i non so quanti, nel , c'ha fame e non sete

Pietro Aretino che aspetta i contanti.

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