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1492–1556

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Pietro Aretino

Illustrissimo principe, per Dio che voi fate un gran carico a voi stesso a non vi ricordar del fatto mio; sta bene di mancar ciò che ha promesso

al cardinal de i Gaddi verbigrazia, e non so ancora se gli fosse ammesso. Imputarei la mia mala disgrazia circa la pensione che s'impose

la eccellenza vostra per sua grazia, se 'l non dare a persone vertuose non fosse così proprio de i signori prodighi in tutte quante l'altre cose.

Ond'io che son un uom de gli altri fuori dico che l'avarizia de i padroni è privilegio de i buon servidori. Però le zoppe altrui provisioni

in tutta la lor vita son pagate una o due volte a i poeti coglioni; i quali dovrian far le scampanate in gloria del sofì e del soldano,

non di voi altre stitiche brigate. Diventa più che buon, più che cristiano, quando senza pensarci punto punto fin de i re canta ogni cervel balzano.

Pare ad un grande manucar pan unto mentre che offende un dotto poverello, che per disperazion gli ha il nome punto. Debbe un signor rimunerar di bello

non pur colui che ne ha fatto istoria, ma chi non suona i suoi vizii a martello. Se il Rosso buffon, buona memoria, che nel gridare sol «Viva Salerno!»

vi può spegner le forze de la gloria, ha tante veste da state e da verno, puntali, anella medaglie e catene, e danari da spendere in eterno;

perché quello che al mondo vi sostiene per viva forza de le sue scritture co qualche presentin non si mantiene? Date duchi e marchesi, date pure

a poltroni, a ribaldi, a parasiti e doletevi poi de le sciagure. Per opra di sì fatti favoriti Medici cardinal, Fiorenza e Urbino

in pochi dì abbian visto basiti. Mi si scordava di Francia il Delfino, ma non i cento ducati che ogni anno v'obligaste mandare a l'Aretino.

I soldi a Pasqua altretanti saranno, cioè ducento per due paghe scorse, e se vi fo arrossire vostro il danno. Non si debbe prometter senza forse

quello che non si vuole o non si puote, né a me di lungherie empier le borse. Io c'ho il cervello in bilichi et in ruote sotterro poi le turbe vive vive,

ch'è altro che il cacciar de le carote. Non son di queste bestie positive che si van consumando passo passo dirieto al culo de le spettative.

Con voi tratto averei sino o ambasso, s'a la mia stizza, cinque mesi sono, non s'opponea quel frappator del Tasso. Egli mi diciè: «Fratellin mio buono,

infallanter fra venti giorni o trenta per lettere di cambio verrà il dono». O ch'egli più di me non si ramenta, o c'hanno in voi le sorti ladre e sporche

la partita del mio credito spenta; anzi il mal vien da le speranze porche che si pigliano spasso di vedere il mio d'oggi in domane in su le forche.

Conchiudiamola qui: egli è dovere ch'una servitù presa fedelmente si debbe come gli occhi mantenere; onde io che averto a l'umor de la gente

con tutto quel che sono e quel che paio della promessa vi faccio un presente. Non altro. Pietro che gitta il danaio, con riverenza a scrivervi si move;

di Venezia l'ottavo di gennaio nel Mille Cinquecento Trentanove.

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